Sono passati vent’anni dal suo debutto discografico, con il folgorante rock d’autore di Tregua, che le valse il Premio Tenco.  Ma Cristina Donà, milanese  di Rho, era sulla scena dal principio dei ’90, dopo l’incontro con Manuel Agnelli dei neonati Afterhours – per lei illuminato autore e produttore, oltre che amico – e con Mauro Ermanno Giovanardi, a quei tempi anima dei Carnival Of Fools. Da allora la Donà ha collaborato con decine di musicisti (sovente, con grande soddisfazione, soprattutto all’estero), scritto libri di poesie e pubblicato altri otto dischi, tutti sopra la media della canzone italiana. È dello scorso settembre il celebrativo Tregua 1997-2017 Stelle buone in cui le canzoni del lavoro d’esordio sono reinterpretate insieme a emergenti italiani quali Birthh, Blindur, La Rappresentante di Lista, Simona Norato, Io e la tigre, Sara Loreni, Chiara Vidonis, Geometra Mangoni, Zois, Sherpa. Mai uguale a se stessa, la oggi 50enne “incantautrice”, vive con marito e figlio in un “buen retiro” ai piedi delle Alpi Orobie, che lascia raramente; ma ha deciso di accompagnare l’anniversario del disco con alcune date in giro per la penisola. L’abbiamo intervistata in occasione di una di queste: il concerto tenuto alla Latteria Molloy di Brescia venerdì 11 novembre.

 

 

Cristina, cosa è cambiato nei vent’anni dall’uscita di Tregua?

Sono cambiata io, innanzitutto. Ho fatto un percorso che mi ha portata ad avere una visione della vita più aperta, ma anche più disincantata. Non ho accumulato cinismo, tuttavia, e non  sono pessimista: ho un figlio piccolo che sta crescendo e voglio essere per lui un esempio positivo, anche se il momento storico che stiamo vivendo è pesante e non aiuta certo a mantenere l’equilibrio.

 

E a livello musicale?

Ho cercato di non fare mai fare le stesse cose, anche quando sarebbe stato comodo. Nei testi, ho provato a raccontare la realtà a mio modo. Certo, i riferimenti sono mutati, o magari non ci sono nemmeno più, sebbene continuino a esserci autori (Springsteen, Joni Mitchell, Tom Waits, Battisti,…) che fanno un po’ casa, canzoni che conosci e ti conoscono. Ma là fuori c’è indubbiamente un mondo da scoprire: per fortuna ho un marito preparato in materia (Davide Sapienza, già giornalista musicale, ora autore di libri e reportage di viaggi, ndr) e amiche più giovani di me che mi aggiornano su ciò che vale la pena ascoltare.

 

Come è avvenuta la scelta degli artisti a cui affidare i pezzi per la riedizione dell’album?

Ho optato per emergenti, anche se nel frattempo qualcuno è diventato più noto di altri. E li ho scelti perché, avendoli sentiti da vivo o su disco, mi hanno trasmesso delle emozioni, mi hanno fatto pensare che sarebbero stati adatti per interpretare questo o quel brano.

Per sé ha tenuto Stelle buone: è quello il pezzo che ha deciso di reinterpretare personalmente (e da sola) nel disco dell’anniversario. Tra l’altro, la medesima canzone è nell’antologia La mia generazione con cui Mauro Ermanno Giovanardi omaggia una splendida stagione del rock nazionale. Si tratta solo di una coincidenza?

È un caso. Per il mio disco era anche una sorta di obbligo, perché la canzone è nel titolo e, amata com’è dal mio pubblico, non manca mai in nessuno dei miei live. Non potevo affidarla ad altri, ma ho chiesto un nuovo arrangiamento ad “Asso” Stefana (bravissimo musicista bresciano, ndr), che ha realizzato decisamente un gran lavoro. Che Giò l’abbia poi selezionata per il suo album, mi ha fatto immenso piacere: la sua versione è certo più romantica della mia… E pensare che, quando uscì, fu scartata come singolo dalle radio, che non la vollero perché la ritenevano troppo cupa.

 

Che eredità ha lasciato la generazione cantata da Giovanardi, alla quale lei stessa appartiene?

È una risposta difficile, se la prospettiva è quella interna, come nel mio caso. Spero che almeno una cosa tra quelle che ci muovevano sia evidente: l’onestà degli intenti. Quella che ci spinse a cercare un linguaggio musicale nuovo (non eravamo i primi a fare rock in italiano, visto che c’era stata la stagione del progressive, ma eravamo i primi a farlo in un certo modo), con la voglia di comunicare qualcosa di profondo, a prescindere da una ricerca del consenso commerciale. Che in alcuni casi è pure arrivato, ma non era fondamentale per stabilire la validità di certi percorsi.

 

I live di questo periodo sono tutti incentrati su Tregua?

Con la mia band (Cristiano Calcagnile a batteria e arrangiamenti, Lorenzo Corti alla chitarra, Danilo Gallo al basso, Gabriele Mitelli ai fiati, ndr) suono il disco dall’inizio alla fine, rivisitato nella confezione sonora. Ne esce una sorta di suite, dove ciascun brano è collegato al successivo da intermezzi strumentali di lunghezza e genere vari. Non capita quasi mai in una carriera di suonare un’opera per intero e pure seguendo l’ordine in cui le tracce sono state messe nell’ellepì, quindi è una piacevole novità e una sfida. E, soprattutto, è un invito a viaggiare con me.

 

 

Come una suite: l’aveva annunciato, l’ha fatto. La cinquantenne Cristina Donà, in una Latteria Molloy gremita, incanta alla maniera di quando aveva trent’anni, suonando per intero Tregua, il folgorante disco d’esordio del 1997. Fiati, ritmica battente, dissonanze, morbidezze e spigolosità: sono in cinque, sembrano una moltitudine. Donà sceglie la potenza e l’articolazione del suono per viaggiare nei meandri della sua opera rock; la quale, riascoltata oggi, è perfetta sintesi di una carriera votata al cambio di registro e di passo, alla novità a ogni svolta, fedele alla promessa di non essere mai uguale a se stessa: ogni traccia un film autonomo, originale per stile, trama, sguardo. Si va dalle robustezze di Ho sempre me all’avvolgenza percussiva della canzone che presta titolo all’album. In mezzo – collegata da brevi pezzi strumentali che si collocano tra psichedelia, noise e melodia – la leggerezza eterea (L’aridità dell’aria) sta accanto alle vampe incandescenti di Stelle buone, appena riletta da Giovanardi, che ne ha accentuato la vena intrinsecamente romantica. Cristina concede meno al sentimento, quando sussurra “ho visto solo stelle buone sulla tua pelle, se tornerai domani saprò darti quelle perse”: ma che bellezza, dentro quel cielo in una stanza. Poi arriva Labirinto, con le sue stanze che impastano riflessi orientali ed echi flamenco e, tra le altre, si fa strada l’andamento sincopato di Raso e chiome bionde, l’hard rock di Ogni sera voglio un altro sogno e l’elegia di Risalendo, dove la tromba di Gabriele Mitelli disegna trame western. Era in anticipo sui tempi, la Donà di Tregua; per questo suona fresca, attuale. L’hanno copiata in tanti, ma il prototipo ha una marcia in più. Ciò che è venuto dopo, tanto l’altra sera (il rock teatrale di Truman Show; lo struggimento di Dove sei tu e Invisibile), quanto nella stessa produzione della rockeuse milanese, è ottimo contorno, perché certe vette probabilmente non le ha più toccate. Ma è rimasta in alto, a quote precluse alla maggior parte delle (cant)autrici italiane, come dimostrano pure Il tuo nome e Universo, eseguite da sola alla chitarra, con il pubblico ad accompagnarla. Note finali: Donà in gran forma, tutt’ora incantautrice; platea (inevitabilmente) adorante. Scusate, se vi sembra poco.

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