Fatih Akin fa il regista. Anzi: il regista/sceneggiatore/produttore. È nato ad Amburgo il 25 agosto 1973, nel quartiere di Altona, un po’ ghetto e un po’ no. I suoi genitori sono turchi: «Mamma era maestra elementare, papà lavorava in una lavanderia a secco, ma aveva anche una piccola barca. D’estate tornavamo in Turchia in macchina: viaggiavamo quattro giorni, e quando arrivavamo era come essere in un altro mondo. Nei miei film ci sono gli emigranti di prima generazione e quelli nati in Germania, come il sottoscritto e mio fratello. Nel 1973, il settimanale Der Spiegel titolava Arrivano i turchi, si salvi chi può. Invece siamo cresciuti con i tedeschi, gli italiani… mia moglie è turca, messicana e tedesca. Non avevamo paura di mescolarci. Oggi è diverso: chi arriva viene visto come nemico».

 

 

Un progetto politico

Oltre la notte è nato come progetto politico. Volevo denunciare xenofobia e neonazismo, ancora presenti in Germania, e mostrare come vengono coperti dalla politica, dai media e dall’esercito. Mi sono ispirato a fatti reali, incastrandoli nella storia di Katja, una donna che perde l’oggetto del suo amore in un attentato terroristico. Il marito e il figlio non ci sono più. Le indagini portano a due arresti, ma in tribunale le cose non vanno come vorrebbe. A un certo punto sono entrato nel cuore, nella testa, nei desideri, nei pensieri, nelle decisioni e nel dolore di questa donna.

 

Vivere dopo il terrorismo

Non raccontiamo i terroristi, ma i “leftover”. I media si limitano ai numeri. Io ho voluto mostrare la sofferenza di vivere la vita dopo che è saltata in aria. A me piacciono molto le parole. Prima adoravo “punk”. Adesso è il momento di “clash”. In Oltre la notte lo scontro è tra la giustizia dello Stato e quella personale: che cosa succede quando i giudici prendono una decisione e tu invece hai bisogno d’altro? È dolorosissimo, divorante. Perché coinvolge la tua morale. Comunque non è un film che esalta la vendetta personale o “il terrorismo buono”, come hanno scritto.

 

Per la prima volta una donna…

Questo è il mio primo film con protagonista una donna. Katja è l’omaggio a mia moglie, a mia madre, alla bellissima mamma tatuata che per mesi mi è capitato di incrociare sotto casa. Ma è anche il mio alter ego. Mi piace l’idea di una bionda ariana che combatte i neonazisti. Perché, poi, tutto è partito dalla mia rabbia verso un fatto di cronaca. Tra il 2000 e il 2007, in Germania sono stati compiuti dieci omicidi, poi ricondotti al gruppo neonazista National Socialist Underground. Ma, appunto, lo si è appurato molto dopo. Per tutto quel tempo, quasi dieci anni, la società tedesca ha preferito far passare quei delitti come regolamenti di conti all’interno della comunità turca e del traffico di droga. Ho fatto un film, Il padre, sul genocidio armeno, per dire che, se noi turchi non riconosciamo gli errori del nostro passato e non ne discutiamo, li rifaremo. Lo stesso è accaduto nell’europea e democraticamente avanzata Germania: perché accusare i turchi e negare le proprie ombre, in questo caso la xenofobia e il neonazismo?

 

La lista nera

Sono finito su una lista di razzisti e ho provato rabbia. Il gruppo si chiama Nürnberg 2.0: è xenofobo e ha stilato una lista di nemici tra i politici e gli artisti. Ero adirato e orgoglioso. Perché voleva dire che con i miei film avevo fatto arrabbiare chi volevo infastidire. Mi guardi: sono nero, piccolo, i miei vengono dalla Turchia, ho il nasone. Sono il perfetto “altro” da eliminare. Con Diane, sul set, dicevamo che in fondo anche lei lo è, nonostante sia così ariana. Però è vissuta all’estero, non aveva mai recitato in tedesco, rappresenta un mondo aperto, non chiuso come quello che questi razzisti vorrebbero.

 

Diane voleva lavorare con me

È stata Diane a dirmi che voleva lavorassimo insieme. Eravamo a Cannes, nel 2012. Ci ho messo quattro anni a trovare questa storia. Le ho mandato la sceneggiatura e mi ha risposto subito di sì. È venuta ad Amburgo, la mia città. Si è tagliata i capelli e tatuata una sirena sul braccio. Ha girato con me i bar del quartiere, ascoltato la playlist preparata per lei, con le musiche che avevo chiesto a Josh Homme dei Queens of the Stone Age. In the Fade, tra l’altro, è una loro canzone che parla di crepe e di vita. Mi ha ascoltato quando le raccontavo di mia madre, che arrivò in Germania negli Anni 60 da un villaggio sul Mar Nero, che per tutta la vita ha fatto la maestra in una scuola mista e che, per allontanarmi dalle bande di strada in cui ero entrato, mi iniziò a Goethe. Lui, Che Guevara e Fidel Castro erano il mio Olimpo rivoluzionario. Poi, mentre preparavo Ai confini del paradiso in cui il protagonista è un professore universitario, scoprii che Goethe non era un ribelle. Per lui non esisteva una violenza giusta, non puoi combattere il potere con le stesse armi e modalità. È per questo, forse, che i miei personaggi muoiono quando cercano di cambiare le cose. Per un po’ ho pensato di poter migliorare il mondo con i film: adesso so che solo al rock è riuscita questa rivoluzione.

 

Sono un cineasta e basta

A sette anni, quando mia madre fu ricoverata in ospedale per una settimana, mio padre ci affidò a una baby-sitter che non faceva altro che mostrarci videocassette. Ho guardato Il libro della giungla e i film di Bruce Lee, e ho deciso che da grande avrei fatto il regista. Dopo l’amore per Goethe è venuto quello per le arti visive. Ho cominciato a fare lavoretti come tecnico sui set e a recitare, per poi iscrivermi al corso di Visual Communication alla facoltà di Belle Arti di Amburgo. Non mi sento tedesco, turco o turco-tedesco: mi sento cineasta, e basta. Non riesco a stare senza progetti su cui lavorare. Andrò avanti finché il mio cervello continuerà a produrre storie, poi mi darò alla boxe, la mia seconda passione. Ma a quel punto sarò troppo vecchio per il ring, e allora penserò a un altro film.

 

 

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