Una coppia in attesa deparassiti2-2l primo figlio. Una proposta a cui è impossibile dire di no. Ed ecco la casa dei sogni che si trasforma in un vero e proprio incubo. Un morality play sotto forma di commedia dagli echi faustiani e dalle venature horror è in scena al Filodrammatici di Milano, teatro che da anni porta avanti un interessante discorso sulla drammaturgia contemporanea. L’autore di Parassiti fotonici (in originale Radiant Vermin) è il prolifico Philip Ridley, pittore, scrittore, autore teatrale e cineasta che nel 1990 scrisse e diresse il memorabile Riflessi sulla pelle. In Radiant Vermin parte da uno spunto reale (a Liverpool il comune ha proposto l’acquisto di case in zone degradate a una sterlina) per dare vita a una favola dark che chiama direttamente in causa gli spettatori. Ne abbiamo parlato con Bruno Fornasari e Tommaso Amadio, i due direttori artistici del Teatro Filodrammatici, rispettivamente, regista e protagonista (insieme a Federica Castelli e Elisabetta Torlasco) di Parassiti fotonici.

 

Come avete scelto il testo?

Bruno Fornasari (B.F.) Quest’anno è l’anniversario dei 400 anni dalla morte di Shakespeare ma la linea artistica del nostro teatro è incentrata sulla drammaturgia contemporanea. Continuare a riproporre Shakespeare non ci sembra una politica sensata, pensiamo sia meglio imitarne la lezione. Questo si traduce nel prendere testi che sono nati oggi, su problemi attuali, cercando di mescolare riflessione e intrattenimento proprio come faceva lui (quando inserisce Stefano e Trinculo nella Tempesta lo fa per far ridere, sa che deve spostare un po’ il baricentro perché il suo pubblico ha bisogno anche di questo).

 

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E Parassiti fotonici si adattava a questo scopo…

B.F. Sì, cercavamo un autore inglese che avesse un’eco shakespeariana e ci siamo imbattuti nel testo di Philip Ridley, andato in scena a Londra lo scorso marzo. Appena ho letto che la moglie spinge il marito a fare una cosa che lui non vorrebbe ho pensato subito a Macbeth. In più c’è il tema della casa che è di estrema attualità.

Tommaso Amadio (T.A.) La procedura classica è che ogni anno ci interroghiamo sulle tematiche su cui vorremmo soffermarci. Per quanto mi riguarda ho trovato curioso e affascinantissimo il riferimento al Macbeth che si esplicita nel linguaggio: Ridley ha attinto a piene mani dal linguaggio del Bardo. Ed era interessante anche la costruzione della pièce: il piano del racconto (o della confessione) e la relazione tra moglie e marito in cui scatta facilmente l’identificazione.

 

Conoscevate già Ridley come autore?

B.F. Avevo letto e visto, 15 anni fa all’Out Off, Il Killer Disney. Nient’altro da allora.

T.A. Anch’io avevo visto lo spettacolo e conoscevo Ridley come facente parte dei “New angry young men”. Dopo che Bruno ha tradotto Radiant Vermin, ho iniziato a leggere i suoi romanzi per ragazzi. Si tratta di romanzi di formazione sicuramente disturbanti – testi in cui affronta per esempio la pedofilia con un taglio fantasy o fantascientifico – ma molto interessanti. Purtroppo in Italia non vengono tradotti, e questo la dice lunga sul nostro Paese.

B.F. Comunque mi è venuta una gran voglia di leggere altri suoi testi, disturbanti già solo nel titolo, per esempio Tender Napalm. Ancora una volta il meccanismo è shakespeariano. Diciamo la verità, noi siamo abituati a uno Shakespeare massacrato, mentre il copione è immagine verbalizzata, lo spettatore deve vedere attraverso quello che l’attore dice perché è quello che poteva fare l’analfabeta che andava a teatro.

 

Va in questo senso anche la scelta registica di non usare oggetti in scena?parassiti5

B.F. Assolutamente. All’inizio ero partito con degli oggetti che i personaggi utilizzavano, poi ho deciso di toglierli in una direzione di totale vicinanza al Macbeth. Nel teatro shakespeariano l’idea di chiedere al pubblico di immaginare è cruciale. Basta pensare al prologo dell’Enrico V («Immaginate che…» così come nella scena di Macbeth in cui lui dice di vedere il pugnale…).

 

Parliamo della performance degli attori. La scena della festa di compleanno in cui Ollie e Jill si trasformano in tutti i vicini e parlano in continuazione è molto impegnativa.

T.A. Abbiamo sputato sangue per quella scena… Per arrivarci abbiamo suddiviso il copione perché nel testo le battute si susseguono senza soluzione di continuità e la parte divertente è stata ricostruirne la dinamica. La scommessa era vedere come avrebbe funzionato perché tra l’altro l’inglese è una lingua con molte meno sillabe, molto più immediata e in quella scena se perdi l’immediatezza perdi gran parte della forza dell’enunciato. Prima di andare al debutto abbiamo fatto tre anteprime per rodare il testo e ogni volta affinavamo, calibravamo, capivamo. Tra l’altro noi abbiamo utilizzato la prima stesura del testo di Ridley e durava molto: oltre due ore di testo. La ripetitività ha senso sulla pagina, ma grazie alla scena molte cose diventano intuitive.

 

È uno spettacolo in cui il coinvolgimento del pubblico è particolarmente riuscito.

B.F. Ho cercato di rendere realistica l’interazione con gli spettatori nel senso che quando gli attori si rivolgono al pubblico non dicono tutte le parole del testo, ma cercano di rendere la relazione la più vera possibile.

 

Milano           Teatro Filodrammatici      7-19 novembre

www.teatrofilodrammatici.eu

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