Cosa sognano le persone? Parte da questa domanda lo spettacolo La banca dei sogni che la compagnia DOMESTICALCHIMIA ha realizzato ispirandosi all’omonimo libro, pubblicato nel 1979, degli antropologi francesi Jean e Françoise Duvignaud e Jean-Pierre Corbeau. Un lavoro di inchiesta per arrivare allo spettacolo vero e proprio che vede in scena gli attori Laura Serena e Davide Pachera, la sound designer Federica Furlani e un gruppo di sognatori (Artur Gussoni, Giacomo Guarino, Fiammetta Paoli, Claudio Giombi, Emma Rovatti, Francesco Piazza, Chiara Brugnara, Carlotta Cavallini, Alessandro Miano, Chiara Pollicino, Fiorenza Auriemma, Lia Bacceli), variabili a seconda del luogo. Dopo il debutto nel marzo 2019 al Teatro Studio di Scandicci, La banca dei sogni è andato in scena lo scorso febbraio al Campo teatrale di Milano e, dal 10 al 15 marzo, era previsto al Franco Parenti, ma l’emergenza Coronavirus ha sparigliato le carte e lo spettacolo è stato riprogrammato dal 23 al 30 ottobre 2020. Abbiamo comunque incontrato Francesca Merli, regista e ideatrice dello spettacolo nonché fondatrice della compagnia (insieme con Federica Furlani, Elena Boillat, coreografa, e Camilla Mattiuzzo, drammaturga) che ama raccontare «storie scomode» partendo sempre «da un dato di realtà, dalle relazioni e dalle persone».

 

Ci racconti la genesi del progetto?

Tutto nasce circa un anno fa. Era un periodo in cui dormivo poco e mi sono imbattuta in La banca dei sogni, un’edizione molto datata, di Editori Riuniti, che non si trova facilmente in commercio e che nemmeno sapevo di avere. Sono rimasta colpita dalla lunga indagine che Jean e Françoise Duvignaud e Jean-Pierre Corbeau fecero, a partire da una motivazione personale: i Duvignaud avevano perso un figlio e, per elaborare il lutto, si chiesero quali sogni facessero i francesi. Intervistarono più di mille persone in tutta la Francia ordinando la loro indagine secondo classi sociali: imprenditori, casalinghe, operai, insegnanti e via dicendo….

 

Non è l’ordine che avete seguito voi…

Con i miei compagni di lavoro ci siamo soffermati in particolare su Milano, città che non si ferma mai (al di là di questo momento di panico generale). Abbiamo iniziato a chiedere alle persone come dormono, quante ore, cosa sognano… Quello che mi interessava di più era capire se c’era un’evoluzione o come cambiava il sonno e il nostro sognare attraverso la nostra crescita. Quindi ho diviso l’indagine in quattro fasi della vita dell’uomo: l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e la terza età.

 

Come avete condotto l’indagine?

Il primo esperimento lo abbiamo fatto in collaborazione con il Teatro della Toscana a Scandicci, in provincia di Firenze, lo scorso anno. Abbiamo mappato la città secondo una metodologia perché tutto il nostro lavoro nasce dalle interviste alle persone. È un lavoro faticoso, ma non lunghissimo perché le istituzioni che ci ospitano ci mettono a disposizione periodi abbastanza determinati (2-3 settimane). Per la prima fase a Campo teatrale abbiamo delimitato il territorio di NoLo, il nuovo grande quartiere di Milano, per il Franco Parenti avremmo preso in considerazione la zona di Porta romana.

 

 

In cosa consiste la mappatura del territorio?

Dividiamo la città per centri di aggregazione in base alla fascia di età quindi andiamo dalle scuole primarie alle superiori, dalle case di riposo (quest’anno siamo stati alla Casa Verdi dove abbiamo selezionato il sognatore Claudio Giombi, ex baritono) alle bocciofile fino al cimitero dove abbiamo intervistato parecchie persone.

 

In scena con gli attori ci sono i sognatori, il cui numero varia a seconda della piazza…

Esattamente, a Scandicci i sognatori in scena sono stati cinque, a Campo teatrale ci siamo allargati ed eravamo 12. C’è sempre un rappresentante per ogni fascia di età, per esempio Giacomo Guarino per gli adolescenti a Milano, ma c’era anche un coro formato da altri adolescenti che avevamo incontrato.

 

Comunque i sognatori sono parte integrante dello spettacolo, non si limitano a raccontare il loro sogno… 

Esattamente. All’inizio li incontriamo varie volte per intervistarli, poi, quando capiamo che quella è la persona da portare in scena perché ci sembra rappresentativa della sua fascia di età, inizia il lavoro vero e proprio in una normale sala prove. Qui si cerca di mettere in scena l’intervista. Non è un lavoro meramente esperienziale, i sognatori non si mettono davanti al microfono a raccontare solo la loro esperienza. È uno spettacolo a tutti gli effetti.

 

Ci sono state difficoltà o è naturale per i sognatori mettersi in scena?

Ogni “caso”, ogni persona ha una storia e ha un suo modo di incontro diverso anche nel metterlo in scena. Ad esempio Artur Gussoni, che rappresenta l’infanzia, è un bambino iperattivo ed era difficile governarlo in scena, ha un suo ritmo, dondola, ha tutto un suo comportamento fisico difficile da arginare. Quando ho capito che il segreto non era contenerlo, ma dare libero spazio alla sua attività, ci siamo sbizzarriti. Anche perché Artur è un bambino incredibile, con una storia incredibile. È stato adottato e mi raccontava di questi sogni che un po’ gli ricordano il suo orfanotrofio in Ucraina (la neve, il paese freddo) e le difficoltà. Uno dei suoi incubi ricorrenti è che un ragazzo più grande possa portarlo via dai genitori…

 

Avete riscontrato sogni ricorrenti in base all’età?

Assolutamente sì. Quest’anno abbiamo chiesto aiuto a due antropologi dell’associazione RibaltaMente, che ha sede a Milano, e al dott. Catania, uno psicologo, per avere chiarimenti sui sogni. Ovviamente non trattiamo la materia dal punto di vista psicologico o psicanalitico, ma dal punto di vista sociale. Il nostro è un progetto di inclusione sociale non solo perché sono rappresentate tutte le fasce d’età, ma anche perché, attraverso i sogni, raccontiamo un po’ la nostra società a seconda dell’età di riferimento. Ad esempio, dopo aver indagato per lungo tempo l’infanzia, ci siamo resi conto di come i bambini siano provati, oberati dagli impegni, sempre molto stanchi, è una caratteristica che abbiamo riscontrato ovunque… Per noi di altre generazioni la noia durante l’infanzia era anche positiva, invece adesso viene letta come un vuoto che va riempito di attività. Sono bambini che, però, fanno molti incubi, il ché è positivo. Ed è molto divertente come li raccontano, come aggiungano dettagli perché in fondo il sogno non è altro che il racconto del mattino… La sfida è come portare i sogni in scena, qual è il filtro tra la realtà e l’invenzione che i bambini adottano nel raccontarci i loro sogni.

 

E le altre fasce?

Per l’adolescenza il filo rosso, soprattutto a Milano, è che è un’età performativa. I ragazzi hanno molta paura di deludere i genitori. In scena portiamo questo ragazzo che è stato bocciato e parliamo di come ha vissuto, durante la notte, l’attesa della bocciatura, del fallimento…Per quanto riguarda gli anziani, Fiammetta Paoli, una signora con una voce molto delicata e una presenza scenica particolarissima, ci ha raccontato un sogno che sembra una scena di teatro dell’assurdo: viene derubata dai ladri, però poi lei chiede loro di tornare a farle visita… La dice lunga sulla solitudine che sperimentano le persone anziane in città.

 

Mancano solo gli adulti…

Loro rappresentano la grande incognita… Sono divisi in due categorie: i trentenni-cinquantenni ancora alle prese con le loro responsabilità, il lavoro, dormono poco e male, non si ricordano i sogni o fanno fatica a raccontarteli, a lasciarsi andare e condividere davvero (a differenza di bambini e anziani). I cinquantenni-sessantenni iniziano a fare i conti con la loro esistenza. A Milano abbiamo trovato sogni molto particolari che per alcune persone sono stati rivelatori e li hanno portati a cambiare tutto, a prendere in mano la loro esistenza…

 

Una volta usciti dall’incubo Coronavirus, dove pensate di fare La banca dei sogni?

Il nostro sogno è farlo a Napoli perché un progetto del genere a Napoli potrebbe essere esplosivo, vogliamo portarlo in Veneto, girare le varie città d’Italia. È chiaro che ha bisogno di almeno due, se non tre, settimane di lavoro sul territorio, per incontrare le persone, intervistarle… È uno spettacolo che cambia in ogni città.

 

Cambia perché cambia la materia umana. Un progetto, il vostro, in continua evoluzione, insieme antropologico e sociale…

Si, La banca dei sogni è una fotografia della nostra realtà, della nostra comunità, della città in cui agiamo con la nostra indagine. Andiamo in un preciso territorio, inquadriamo precise fasce, quindi è fondamentale il contesto in cui facciamo le interviste, che cambia a seconda del luogo. Le cose che ci hanno detto a Scandicci sono molto diverse da quelle che ci hanno detto a Milano…

 

 

 

Foto di Soheil Raheli (Milano) e Filippo Manzini (Scandicci)

 

DOMESTICALCHIMIA

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