In un futuro apocalittico, ma non così lontano, imperversa la guerra dell’acqua. In un parcheggio abbandonato vivono, in due roulotte fatiscenti, alcuni senzatetto. Sono i fratelli Caio, ex prete depresso, Achille, sordomuto e omosessuale e Olga, che ha un solo occhio. Accanto a loro c’è Mezzaluna, musulmano che per lavoro seppellisce rifiuti tossici. Allo sparuto gruppetto si unisce Aldo, fino a poco tempo prima pubblicitario di successo, estromesso dal suo ambiente per la relazione con una minorenne. Il fragile equilibrio tra queste persone ai margini e senza prospettive viene sconvolto dall’arrivo di Nina, giovane ribelle che li spinge all’azione e a un possibile riscatto. È questa la trama di Cous Cous Klan, il nuovo spettacolo di Carrozzeria Orfeo, prodotto da Teatro dell’Elfo, Teatro Eliseo e Marche Teatro in collaborazioone con Fondazione Teatro della Toscana e La Corte Ospitale – Residenze artistiche. Scritto da Gabriele di Luca – che lo dirige con Massimiliano Setti (anche autore delle musiche) e Alessandro Tedeschi – mette sicuramente molta carne al fuoco (la pedofilia, gli scandali sessuali dei prelati, il traffico delle reliquie, il terrorismo internazionale, le scorie radioattive…), che viene trattata con il cinismo e l’ironia che caratterizzano Carrozzeria Orfeo, compagnia che, nel giro di pochi anni, ha saputo conquistare il pubblico che affolla le repliche e non risparmia gli applausi. Ottimi tutti gli interpreti di questa umanità dolente (Angela Ciaburri, Alessandro Federico, Pier Luigi Pasino, Beatrice Schiros e gli stessi Setti e Tedeschi). Abbiamo incontrato Gabriele Di Luca per parlare di quella che lui stesso definisce «una tragicommedia, quasi un dramedy, una commedia nera».

 

Negli spettacoli che scrivi sei attratto dalle persone ai margini, dai reietti. In Cous Cous Klan fai dire a un personaggio «La natura tende a favorire le persone più adatte, noi siamo gli altri»…

Questo è puro Darwin… Penso che il teatro sia  sempre un atto politico e che debba parlare anche di socialità. In generale credo che la nostra società sia assolutamente decadente, che ci siano molti temi della filosofia e della sociologia del 900 che si stanno realizzando e verificando come una predizione e gli esseri umani sono sempre più sconfitti, abbattuti, lasciati in un angolo del mondo. A me interessano molto i reietti, i perdenti, i disillusi in primo luogo perché il compito della drammaturgia è trattare il conflitto (politico, sociale, umano) e, in secondo luogo, perché mi piace dar voce a queste persone che hanno un po’ le caratteristiche di tutti noi perché, dal mio punto di vista, è chiaro che anche chi passa per una persona “normale”, con uno stipendio e una famiglia tradizionale, alla fine è in parte un perdente, un frustrato in una società e in un mondo dove si deve avere e volere sempre di più. Ho come l’impressione che in questo il pubblico si riconosca molto. Anche se non viviamo in mezzo alla strada, c’è un po’ di noi in ognuno di questi personaggi, i loro fallimenti e le loro sconfitte ci appartengono…

 

Per questo lo sguardo verso i personaggi è sempre affettuoso e non vengono mai messi alla berlina…

Questo è l’atto di catarsi nei confronti del pubblico e di noi tutti, realizzato con la grande ironia che ci aiuta a creare l’empatia e, al tempo stesso, determina un distacco per provare a relativizzare.

 

Ironia e cinismo esasperato permettono di ridere, ma poi lavorano dentro lo spettatore…

Assolutamente, per questo non riesco a capire chi ha scritto che devo rendermi conto che la vita non è un happy ending. Nello spettacolo l’happy ending non c’è, al contrario c’è un finale tristissimo… Anzi vorrei aggiungere qualcosa anche rispetto alla questione dei finali.

 

Prego…

Mi si rimprovera che ce ne sono troppi e non si sa come chiudere, ma non è assolutamente vero. Drammaturgicamente ha tutto una sua coerenza. Per il personaggio di Nina ho lavorato sugli archetipi dell’inconscio colletivo di Jung: lei è una sorta di grande madre, cioè la proiezione dei desideri più inconsci di ognuno e arriva a portare una scelta, un’utopia come lo sono state le grandi ideologie del 900, il grande desiderio di cambiamento e di essere superiori a se stessi e poi lascia in mano all’essere umano la possibilità di scegliere. Per questo lo spettacolo non si poteva chiudere con la dipartita di Nina perché lei lascia dei doni e saranno Caio e Mezzaluna a scegliere «di cambiare le cose o lasciare così questo continuo distruggere e generare senza tempo». Si tratta di esseri umani miseri e con pochi strumenti che decidono di continuare la guerra. Ma è quello che succede tutti i giorni. Quando sento le dichiarazioni di Trump e di Kim Jong-un mi sembra di assistere a una guerra tra bambini capricciosi e stupidi. Ed è proprio questo ridicolo che vuole fare emergere lo spettacolo. Quando Achille e Mezzaluna continuano a insultarsi con gli epiteti «Negro» e «Frocio» non è solo per prendere la risata – anche se ovviamente c’è dentro l’elemento comico – ma perché veramente tutti i giorni vedo e sento queste cose. C’è sempre qualcuno che cerca di sopraffare il più debole o il più diverso. E Cous Cous Klan cerca proprio di raccontare questa catena alimentare di violenza…

 

C’è chi non ha gradito la questione del prepuzio di Gesù, la reliquia sacra al centro della storia…

Alcuni critici hanno definito banale la questione. Io, ovviamente, non la penso così perché attraverso un rapporto di vicini di casa sono riuscito a raccontare il conflitto capriccioso, cattivo, nervoso, ridicolo e stupido dell’essere umano in questo momento, tra Occidente e Medio Oriente. Molti si sono chiesti cosa c’entrasse il prepuzio di Gesù, ma quando Mezzaluna lo prende e lo sgretola ci si può non porre la domanda, ma se si riflette minimamente, si sente che lì dentro c’è la decadenza del cristianesimo, c’è l’eterno ritorno e l’Anticristo di Nietzsche: è un musulmano che sta distruggendo simbolicamente la cristianità e sta facendo un atto terroristico simbolico all’interno di una comunità.

 

Il pubblico comunque dimostra di apprezzare: sala piena tutte le sere, grandi applausi…

Sì, ma non troverai quasi mai una recensione che dica che le persone in sala ridono, poi piangono… A nessuno interessa il pubblico che è sempre visto come una massa di gente stupida e incolta. Invece, in realtà, questa unità e comunione con il pubblico è la nostra più grande soddisfazione perché il teatro proprio questo deve essere, soprattutto nel 2018. Deve essere ricerca tra noi e il pubblico perché la gente non va più a teatro. La critica, in certi casi, è in malafede perché pensa che facciamo spettacoli furbi per accaparrarci il pubblico. Non capisce quanto è difficile far ridere le persone…

 

Quanto tempo c’è voluto per scrivere Cous Cous Klan?

Cinque mesi, alzandomi alle 4 del mattino e andando a letto alle 8 di sera e ricominciando il giorno dopo, quasi sette giorni su sette. La mia compagna mi ha odiato…

 

I personaggi di Cous Cous Klan mi hanno fatto venire in mente quelli di The Rocky Horror Picture Show. Il cinema è per te un riferimento?

Assolutamente, sono un divoratore di film e serie tv belle, quindi naturalmente non italiane. Per certe cose sono molto nazionalista, ma su questo proprio no. Amo il cinema che sa raccontare la molteplicità dell’uomo. Se guardi qualsiasi prodotto nord europeo o d’oltre oceano vedi che c’è una capacità di non dividere mai il mondo in buoni e cattivi, in giusto e sbagliato, non c’è questa visione duale semplicistica che ha un po’ la società italiana, basata sulla cristianità e il senso di colpa. Da noi tutto è diviso in bene e male, buono e cattivo, Inferno e Paradiso, ma noi non siamo così… La nostra vita è fatta di conflitti e di conciliazioni, dobbiamo continuamente tenere a bada noi stessi, il nostro Es, i nostri impulsi macabri e cercare di essere civilmente le persone migliori possibili, abbiamo degli slanci di amore e tenerezza e poi ci masturbiamo nel bagno di un autogrill… Siamo prismatici, siamo tante cose e, per la maggior parte, incomprensibili.

 

Foto di Laila Pozzo

www.carrozzeriaorfeo.it

 

Tournée Cous Cous Klan

Milano           Teatro Elfo Puccini            fino al 31/12

Roma             Piccolo Eliseo                     10-28 gennaio 2018

Roma             Teatro Tor Bella Monaca   2-4 febbraio

Ancona           Teatro Sperimentale        14-18 febbraio

Lugano           Teatro LAC                         25 febbraio

Genova           Teatro Gustavo Modena   1-2 marzo

Reggello (FI)  Teatro Excelsior                3 marzo

 

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