Nel 1979 Il cacciatore è al Festival di Berlino. Per protesta contro il film definito “reazionario e  contro i vietcong” la delegazione sovietica ritira i propri film e subito la seguono i paesi del Blocco. Rivisto oggi il clima di allora e molte recensioni appaiono imbarazzanti. Per altro le polemiche sono state irrilevanti rispetto al successo del film (costato 15 milioni di dollari ne ha incassati 50 solo in Usa e ha vinto anche 5 premi Oscar). Comunque Cimino si è battuto per mesi in difesa della sua opera. Ha partecipato al dibattito con molte interviste. Da Positif, New York Times, Washington Post, Film Comment abbiamo tratto una serie di dichiarazioni del regista.

hunter

La sceneggiatura

Prima dell’inizio delle riprese ci sono state 6 versioni differenti della sceneggiatura. Non finivo mai di modificarla mentre preparavo il film: è stato un processo molto difficile. Gli attori li ho scelti soltanto dopo avere terminato il copione e ho avuto fortuna perché tutti gli attori del film sono stati quelli cui avevo pensato fin dall’inizio. Abbiamo fatto il casting a New York e non a Hollywood perché volevamo dei volti non troppo noti, come Christopher Walken e John Savage. Nel film vi sono pochi attori professionisti, la maggior parte dei ruoli secondari sono ricoperti da persone prese dalla strada.

 

 

La battaglia con i produttori

I produttori temevano assolutamente tutto di questo film, le scene di guerra, il matrimonio, la tortura, la caccia, la conclusione, la violenza dell’insieme. Non c’è scena che non li abbia messi in atroce imbarazzo. Li ho combattuti aspramente, utilizzando ogni sotterfugio. Tagliavo quello che volevano e di notte ce lo rimettevo: è stata una vera guerra, ancora più violenta di quella del Vietnam!

 

 

Michael sono io

SQuando si scrive un film ci si divide un po’ fra i personaggi, ma mi sono identificato soprattutto con Michael. Michael ha delle reticenze verso i suoi amici, è un leader naturale, è un uomo di princìpi, ha un’etica di vita ben definita, che esprime del resto quando parla di caccia, quando parla dell’unico colpo. Si sente spesso tra i cacciatori dell’importanza dell’uccisione “pulita”, fatta secondo le regole. Michael ha un’affinità spirituale con il cervo. Non si è mai un buon cacciatore se non si è la preda stessa, se non ci si identifica col cervo. Tenta di condividere la sua etica con uno degli amici, ma il suo tentativo fallisce. Non può tenerla per lui solo, ma non la può realmente condividere.

 

Il matrimonio racconta

Nella maggior parte dei film contemporanei vi sono uno o due personaggi principali, qui ne avevo una mezza dozzina. Per permettere al pubblico di conoscerli abbastanza bene e senza che se ne rendesse conto, in modo sottile, bisogna accordare loro un minimo di presenza sullo schermo; non ci si accorge che i personaggi vengono rivelati attraverso il matrimonio, ma invece è proprio questo che accade. Del resto, se non si prova nulla nei confronti dei personaggi, la stessa esperienza marziale non acquista alcun significato reale, profondo. La funzione di questa ora è di farci condividere la loro vita, prima di farci condividere il loro incubo.

 
Drammatizzo con la roulette russa

La roulette russa non è la metafora del suicidio di una nazione, è un mezzo per drammatizzare l’elemento casuale che sussiste in qualsiasi guerra. Non c’è motivo perché muoia un uomo piuttosto di un altro. Ho voluto comprimere l’esperienza quotidiana del combattimento e questa attesa permanente della morte, questa impossibiltà di calcolare le probabilità di sopravvivenza. Non mi sorprende che in ciò si legga una metafora e non vi vedo alcun inconveniente ma è una forma di tensione e di pressione costanti che alla lunga distrugge gli uomini. Anziché simboleggiare lo psichismo di un’intera nazione, ho voluto risolvere il problema di esprimere nel minor tempo possibile l’orrore della lotta. Tre ore non sono sufficienti per esprimere tutto questo e io lo faccio in trenta minuti perché l’illusione del film comprime questa impressione di vissuto, si vede molto meno di quanto si crede di vedere. Penso che queste scene durino in tutto due bobine. Questo esprime un anno di incertezza di un soldato al fronte, che attende ogni minuto che una bomba gli scoppi vicino.

Roulette

 

In Thailandia

Le scene nella capanna vietcong sono state lunghe e difficili. A quello stadio delle riprese la troupe era esausta. Eravamo sul fiume Kway, 5 chilometri a nord del famoso ponte birmano. Le scene di Saigon sono state girate a Bangkok, che, dal punto di vista architettonico, è la città più simile a Saigon del sud-est asiatico, dato che non potevamo girare in Vietnam. Il fiume era gelido, l’aria cocente e noi restavamo in piedi nell’acqua quasi tutto il giorno. Gli attori non erano professionisti: li avevamo scritturati sul posto in Thailandia e non parlavano né inglese né vietnamita. Ogni comunicazione doveva passare attraverso tre lingue, senza contare il linguaggio dei segni! Inoltre non vedevamo i giornalieri e per mesi non abbiamo saputo cosa abbiamo girato. La Emi temeva che, se ci avessero rimandato le pellicole stampate, le autorità thailandesi potessero sequestrarle.

 

L’inverno d’estate

Con Vilmos Zsigmond abbiamo deciso che le tre parti avessero un aspetto visivo diverso. Abbiamo dovuto mettere molta attenzione alle sequenze in esterni girate in Usa, in quanto le scene invernali sono state filmate in estate. Non avevamo un gran margine per girare perché fu una delle estati più calde del secolo. Dovemmo togliere le foglie dagli alberi per suggerire l’inverno e non c’era modi cambiare idea all’ultimo momento, dato che ogni inquadratura doveva essere preparata con una settimana d’anticipo. Due troupe lavoravano 24 ore su 24 per preparare il paesaggio invernale e se si modificava l’angolatura della macchina da presa, ci si ritrovava in piena estate. Abbiamo sperimentato diversi modi di solarizzazione e di esposizione. Per le sequenze del Vietnam abbiamo desaturato l’immagine in laboratorio, arrivando fino a 5 stampe successive.

 

Il paesaggio

Abbiamo percorso 400mila chilometri in treno, aereo, auto, per trovare gli esterni. Tutti questi viaggi hanno costituito una strana esperienza. Per me il paesaggio è un attore del film, agisce sullo spettatore anche se lui non se ne accorge. Sono sempre sensibile al genio di un luogo. Per me deve avere una qualità spirituale, un valore nuovo e diverso. Sin dall’inizio abbiamo girato in piano sequenza per conservare unito il gruppo, perché lo spettatore partecipi all’esperienza, perché non sia distratto dal montaggio.

 

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