Della sua vita privata, come pure del mestiere di vigile del fuoco abbinato a quello di musicista, non parla. Per il resto, la voce di Umberto Maria Giardini si rivela limpida e priva di timori. Con lo pseudonimo Moltheni (abbandonato nel 2010) ha pubblicato otto dischi e uno lo ha realizzato con la band bolognese dei Pineda; mentre con il suo vero nome, il 48enne songwriter marchigiano di album ne ha firmati quattro, tra cui spicca la qualità rock di Futuro Proximo, uscito a febbraio 2017 e ora promosso in tour.

 

 

 

Il concerto (Latteria Molloy di Brescia – 4 marzo)

Sonorità solenni e carisma appartato, di fronte a un pubblico numeroso. E poi pulizia formale, cura
nella dizione, suoni compatti e senza sbavature: UMG suona un buon rock, che apre a squarci di
ombrose e rarefatte melodie. I brani di Futuro Proximo rivelano una maturità espressiva che i primi pezzi del dopo Moltheni non avevano, e che qui invece risalta. Si crea un clima ipnotico, magari un po’ troppo ripetitivo, ma che sa artigliare la platea, trascinandola in un limbo sospeso dove si fanno strada versi ieraticamente essenziali. Giardini non sarà probabilmente d’accordo (“Non amo il luogo comune per cui le performance live sono migliori delle incisioni” ci ha confessato), ma dal vivo, con la sua band, sprigiona una forza che non sempre emerge su disco: un merito, non un difetto, perché il songwriter di Sant’Elpidio a Mare sa suonare, oltre che scrivere buone canzoni. Manca il brano che spacca, quello del cambio di marcia – sebbene Dimenticare il tempo ci vada vicino – e forse UMG nemmeno lo cerca, perché a tratti dà l’impressione di un’irruenza trattenuta, di un’anima che non si svela fino in fondo, di un pompiere (la professione della sua vita) che sorveglia il (proprio) fuoco perché non propaghi. Ma il live risulta davvero convincente e gli sguardi complici del pubblico lo certificano.

 

 

Umberto: Moltheni era radicato nel mondo indie nazionale, UMG ci ha invece messo un po’ a imporsi. È stata una svolta umana o artistica?

Entrambe le cose. Spesso si fatica a riconoscere la fine di un ciclo, legato alla vita, al lavoro e
tante altre rappresentazioni che riempiono la nostra esistenza. Moltheni aveva dato molto alla
musica italiana, ma non era stato abbastanza compreso, quindi non aveva più motivo di esistere.
Inoltre, troppi interessi cominciavano a girare attorno al progetto, perciò ho detto addio a tutti:
quando i lupi affamati si avvicinano, meglio suicidarsi.

 

Assegni grande importanza all’uso della voce, un’attenzione che in Italia si è un po’ persa…

Saper cantare è caratteristica che interessa ormai a pochi. Le nuove generazioni accettano tutto,
quasi sempre santificando la scarsa qualità, dilagante a livello discografico. Chi non comprende,
non può amare.

 

Ogni volta che UMG prende posizione, magari senza intenti polemici, su altri musicisti italiani, c’è chi insorge. Ti sei fatto un’idea del perché?

I motivi sono vari. Ma la reazione è legata al fatto che la musica porta grossi guadagni a certi
personaggi. Questi guadagni e questa cieca legittimazione al successo sono intoccabili: se
qualcuno si azzarda a criticare, ecco che scatta la rabbia, spesso amplificata dall’abuso di coca
che quasi tutti costoro praticano. Costruire un dialogo civile, anche su concetti opposti o
discordanti, diventa azione ciclopica. Io non ho problemi ad accettare commenti spiacevoli sulla
mia musica: è importante accettare le critiche che, per forza di cose, aiutano a completarsi.

Dal vivo hai un’efficacia che su disco qualche volta non emerge appieno. Che ne pensi? Ritieni che sia una costante della musica rock?

Dipende dai punti di vista. Personalmente sono sovente deluso dai live di molte band che mi capita
di ascoltare. Nei dischi c’è sempre la possibilità di usare molti strumenti che poi dal vivo non ci
sono. Quindi non amo il luogo comune che porta ad affermare che tutte le performance live sono
più belle ed emozionanti rispetto all’ascolto del supporto fonografico. Anzi, spesso ascoltare la
musica in cuffia con i cd originali è proprio stupendo.

 
Che musica val la pena ascoltare, secondo te?

Io ascolto perlopiù classica o classici del rock. Spesso rispolvero progetti minori celati tra i miei 3000 cd, che mi riaprono strade perse anni fa. Della scena italiana apprezzo Daniele Celona, Cappadonia, Hibou Moyen, Siberia e tanti altri bravi musicisti.In generale mi affascinano di più i nomi emergenti che non quelli consacrati e sputtanati.

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