Il Terzo segreto di satira, la crew che ironizza sul Belpaese si racconta

Pietro Belfiore, Davide Bonacina, Andrea Fadenti, Andrea Mazzarella e Davide Rossi sono gli autori e registi del Terzo Segreto di Satira, un collettivo di artisti trentenni che hanno fatto della satira politica raffinata e intelligente il loro mestiere. Si sono conosciuti nel 2008 alle Scuole Civiche di Cinema, Tv e Nuovi Media di Milano dove hanno frequentato corsi di sceneggiatura, regia, ripresa e montaggio (e infatti curano i loro video in tutti gli aspetti, dall’ideazione alla post produzione). Hanno raggiunto il grande pubblico con il video realizzato in occasione dell’elezione del sindaco Giuliano Pisapia (Il favoloso mondo di Pisapie) che ha avuto 853mila visualizzazioni su YouTube e che ha fatto sì che importanti trasmissioni televisive (Report, Piazza pulita, In onda) commissionassero loro dei video. Sul sito si definiscono «un gruppo di cialtroni per cialtroni», in realtà l’analisi e la critica della società è sempre molto accurata e profonda. Abbiamo incontrato Pietro Belfiore, Davide Bonacina e Andrea Fadenti.

 

Come è stato passare da Internet al piccolo schermo? 

Davide Bonacina (D.B.) È stato abbastanza graduale. Dopo Il favoloso mondo di Pisapie che aveva attirato l’attenzione su di noi, ci ha chiamato Sky per fare dei lavori non come Terzo Segreto, ma come casa di produzione ed è stato il primo contatto con la Tv. Poi c’è stato un altro giro di boa rappresentato dal video delle Primarie 2012 (con l’elettore di Bersani, quello di Vendola e quello di Renzi), che è finito sui giornali ed è stato abbastanza visto e condiviso. Forse anche perché di lì a breve ci sarebbero state le elezioni, a inizio 2013, ci hanno chiamato per la prima volta delle trasmissioni per fare dei video come Terzo Segreto. Gli sgommati di Sky ci hanno chiesto delle pillole, mentre un video un po’ più corposo ce lo ha commissionato In onda di La 7. Poi ci sono state due puntate per Report e, nel 2014, è arrivata Piazza Pulita che è stata la collaborazione più continuativa, quasi un video a settimana, ed è stata anche molto faticosa. Alla fine eravamo un po’ bolliti…

Pietro Belfiore (P.B.) D’altra parte è inevitabile quando si è legati all’attualità. Normalmente il passaggio tra Internet e televisione è doloroso, invece nel nostro caso è stato molto naturale, nel senso che dal punto di vista editoriale non abbiamo avuto nessun tipo di imposizione, nessuna delle trasmissioni con cui abbiamo collaborato ci ha chiesto di cambiare nulla. La sfida era proprio di provare a fare quello che facevamo sul nostro canale YouTube per un contenitore televisivo e, in effetti, il nostro lavoro è sempre stato considerato un contenuto di un contenitore. Con Piazza pulita il meccanismo è stato più facile perché l’argomento era politico, quindi più facilmente contestualizzabile.

 

La vostra satira politica è diversa da quella a cui siamo abituati perché è un’analisi della natura umana. Fate venire fuori dei tipi e per chi guarda scatta l’identificazione. È un po’ il principio della commedia all’italiana…

P.B. La scelta intanto è dettata dal fatto che abbiamo deciso, fin da subito, di lavorare con degli attori professionisti e non dei comici. Questo ci ha permesso di sfruttarli anche dal punto di vista recitativo-attoriale. L’altro aspetto era di non cercare come obiettivo della satira direttamente il politico, se non in alcuni casi, ovviamente, ma di provare più a raccontare il mondo dell’elettorato.

D.B. Diciamo che usiamo l’elettorato come schermo del politico. Non è stata una scelta programmatica, comunque, è stato istintivo per noi scegliere questa strada sulla base delle idee che ci venivano. Facendo un ragionamento a posteriori, quello che ci è venuto naturale fare non era puntare il dito sul politico come se fosse il responsabile di tutti i mali, ma cominciare a dire che, forse, oltre al politico, c’è qualcuno che lo vota, ed è specchio della società.

 

Un’altra particolarità della vostra satira è che tocca anche e soprattutto la sinistra…

P.B. Sì, anche se poi bisogna vedere se l’arrivo di Renzi sia da considerare di sinistra, però diciamo che anche quello ha aiutato. Berlusconi lo abbiamo abbordato di striscio perché il primo anno che abbiamo iniziato si è dimesso e non sapevamo bene neanche noi dove andare. Poi è arrivato il PD.

D.B. Forse anche per questo ci hanno chiamato, perché dopo il periodo berlusconiano, che era stato molto florido, la satira ha attraversato un momento di crisi.

 

Nei vostri video i riferimenti cinematografici non mancano, a partire dai titoli (Il favoloso mondo di Pisapie, Goodbye Bossi!, Sliding Doors: i due volti del PD) che si riverberano nella struttura, ma citate anche Béla Tarr in Il renziano

P.B. Sicuramente dipende dal fatto che abbiamo studiato tutti cinema, quindi il riferimento culturale, dopo quello politico, è cinematografico. Viene spontaneo a tutti, siamo tutti appassionati di cinema e di serie Tv (penso a Il dalemiano in cui citiamo esplicitamente House of Cards). Volenti o nolenti i riferimenti sono quelli, la difficoltà sta nel prenderli e farli propri senza che diventino una parodia.

 

Il prossimo passo è il cinema, pare infatti che stiate lavorando a un film. Potete dire qualcosa in proposito?

P.B. Possiamo dire che stiamo lavorando a un film. Non ci sbilanciamo perché siamo in una fase ancora troppo delicata, anche solo per scaramanzia. Metti che poi non ce lo fanno fare… Sono passaggi delicati, infiniti, quando pensi di aver fatto tutto manca qualcosa…

D.B. In generale, comunque, è quello che stiamo cercando di fare, è il nostro obiettivo. Non ci dispiacerebbe neanche fare una serie televisiva, penso derivi dal fatto che tutti abbiamo fatto la scuola di cinema e tutti aspiriamo a dilatare i tempi e a provare a fare un lungometraggio. Non perché non amiamo fare i corti, ma perché è un altro tipo di prodotto che ci piace e con cui ci piacerebbe cimentarci.

P.B. Anche perché non siamo proprio figli di Internet, ci siamo un po’ inscatolati, compressi, all’interno di questo mondo, ma non è il nostro anagraficamente, non apparteniamo alla generazione dei nativi digitali. Siamo tutti trentenni – il più piccolo dell’88, il più grande dell’83 – e siamo l’ultima generazione che si ricorda un mondo senza Internet, che è cresciuta con un certo tipo di comicità che era prettamente televisiva. Penso ai vari Guzzanti, Dandini, la Gialappa’s, Luttazzi. Ci siamo ritrovati in Internet perché era la soluzione migliore per saltare dei passaggi e provare a fare delle cose, non era premeditata l’idea che questo diventasse un lavoro, era un tentativo. Eravamo, però, consapevoli che Internet dà la possibilità di essere condivisi e di allargare il pubblico, ipoteticamente, a un numero illimitato di persone.

D.B. E che permette anche di sperimentare, tant’è che non tutti i video sono belli…

 

Quando avete iniziato producevate anche i vostri video.

P.B. Certo, ed è ancora così in alcuni casi. Per esempio l’ultimo che abbiamo fatto per l’elezione del sindaco di Milano, È la giunta che conta, ce lo siamo autoprodotti perché sentivamo la necessità di fare qualcosa: erano passati cinque anni da Il favoloso mondo di Pisapie, cambiava il sindaco, noi ci sentiamo molto milanesi non in quanto milanesi (uno è di Mantova, l’altro è di Como, noi tre siamo di Milano), ma viviamo e lavoriamo qui praticamente da sempre. Avremmo potuto cercare un produttore, ma abbiamo pensato a quello che facevamo all’inizio. Ovviamente lo scrupolo c’è quando coinvolgi delle altre persone perché se siamo solo noi cinque, quello che spendi è il tempo-lavoro, dal punto di vista tecnico siamo indipendenti e autonomi. La questione riguarda gli attori che, però, capiscono e fa piacere anche a loro, a distanza di cinque anni, fare un video autoprodotto. Può essere utile, ma soprattutto è divertente per tutti.

Andrea Fadenti (A.F.) Ormai si è creata una specie di famiglia…

 

Infatti, lavorate con un gruppo di attori fisso. Quando scrivete avete già in mente chi interpreterà chi?

A.F. Spesso sì, perché si sono dati dei personaggi e, mentre lavoriamo a un video, viene già in mente chi potrebbe farlo e, di conseguenza, adattiamo il personaggio a quell’attore. Altre volte ci divertiamo a fare il processo inverso, a partire da un attore gli attribuiamo un ruolo completamente diverso. In generale, quasi tutti i nostri attori vengono dal teatro, poi è bello, ogni tanto, introdurre anche qualcuno che non c’entra nulla, come lo stesso Davide, oppure attori legati al mondo del cabaret che non hanno magari una struttura, ma hanno un guizzo comico diverso… Anche perché in quei video, se devi fare delle cose, magari molto brevi, non serve una preparazione attoriale, però, appena dilati il racconto e non hai più solo una frase da dire, se non hai un minimo di struttura e di base crolli. Il nostro piccolo vanto è che usando attori professionisti riusciamo anche a scrivere delle cose che poi, magari, tengono proprio grazie a loro.

 

Lasciate spazio all’improvvisazione degli attori?

A.F. In alcuni casi definiamo tutto nei minimi dettagli, nelle virgole, in altri c’è un canovaccio che rivediamo con loro cercando di dirigerli.

P.B. Quella del dirigerli è un aspetto che abbiamo imparato negli anni, perché lavorando con attori come Walter Leonardi o Alberto Astorri, anagraficamente più grandi di noi, la difficoltà, soprattutto all’inizio, era quella di imporsi con la propria idea, sapendo di essere in cinque (noi scriviamo in cinque, giriamo in cinque, montiamo in cinquee, quindi, abbiamo la necessità prima di tutto di trovare l’accordo tra di noi). All’inizio non si fidavano, poi hanno imparato a vedere come una cosa si può trasformare e può funzionare. Ci hanno raccontato che, dal set, non capivano il perché di certe scelte e poi, vedendo il montato,si rendevano conto che funzionava. Piano piano si è creata davvero una credibilità. Gli attori si conoscono un po’ tutti tra loro, e anche i nuovi vengono con una carica di fiducia, pur se non ci si conosce o ci si conosce per traverso, che ci fa piacere perché vuol dire che, dall’altra parte, c’è chi parla bene di come si lavora e apprezza il risultato.

A.F. Il vantaggio di fare anche il montaggio è che, lasciando un po’ aperta la sceneggiatura, hai la possibilità di riscrivere completamente delle parti in montaggio. Ci diciamo sempre che il montaggio è come una seconda scrittura, un secondo momento di sceneggiatura, a maggior ragione facendolo sempre in cinque: se non troviamo un accordo definitivo in sceneggiatura si può, comunque, rimandare in montaggio e poi, magari, incastrarlo in un secondo momento.

 

I vostri tempi di lavoro sono sempre molto stretti?

P.B. Nella maggior parte dei casi è successo che avessimo bisogno di rapidità perché l’attualità è stringente. Abbiamo visto molte volte che più si era sul pezzo e più era facile che il video venisse condiviso. La cosa ha in sé una quota di “paraculismo” che è quello che per forza sai che, lavorando su Internet, devi tenere in conto, ma non è un concetto commerciale, è semplicemente una scelta editoriale. D’altra parte, anche a noi quando vengono le idee è sulla base di cose che succedono nel mondo della politica o non solo, ma attuali. È evidente che, a volte, invece, riusciamo a fare il lavoro contrario, come sulle Primarie del PD: sai sempre quando ci saranno e chi saranno i candidati, così come adesso si sa già che il referendum sarà a fine anno. Se decidessimo di fare un video su questo argomento, potremmo partire con largo anticipo.

 

Non pensate di allargare il campo alla politica estera? Penso per esempio alla sfida Trump-Clinton.

D.B. Ci piacerebbe molto provare a fare una cosa che non fosse solo italiana, ma fosse esportabile, però non è semplice.

A.F. A prescindere dalla lingua, che non è il problema perché si possono mettere i sottotitoli o si può giocare sugli stereotipi europei, il problema è entrare in una dinamica per cui fai dell’ironia su Trump dalla prospettiva statunitense. Quando vivi un fatto direttamente, ti viene facile immedesimarti e fare un ragionamento da cittadino, così invece rischi di fare una cosa su Trump che, però, guardano solo gli italiani perché è come vedi Trump dal nostro punto di vista. Sulla questione Brexit il discorso era un po’ diverso perché avevi la sensazione che in Europa tutti, in quel momento, ne stessero parlando da prospettive leggermente diverse, ma simili e, quindi, sembrava un argomento che potesse diventare condivisibile.

D.B. Oltre alla prospettiva interna, secondo me, anche a livello dell’umorismo puramente comico è complicato perché i riferimenti, i gusti sono diversi. È chiaro che puoi vedere le cose americane, anzi noi abbiamo un gusto molto americano, anglosassone, ma in generale è difficile capire bene cosa possa far ridere a livello universale perché la comicità è molto di dettagli.

P.B. E mi viene da pensare a maggior ragione nel caso della satira. La comicità paradossalmente tanto si esporta e si importa, nel senso che su Internet è la normalità, comunque ci sono tanti fenomeni, è più facile da replicare. Un conto sono le gag fisiche, ma quando vai sulle battute è più complicato. Però ci piacerebbe, anche questa potrebbe essere una sfida.

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