Se trent’anni fa sembravamo allontanarci dallo scenario raccontato in Il racconto dell’ancella, rileggendo oggi il libro si ha quasi l’impressione di star guardando un documentario. Il pensiero, più che mai sinistro, è stato espresso dalla stessa Margaret Atwood, autrice di quello che possiamo considerare a pieno titolo un classico moderno. A pochi giorni dall’uscita di I testamenti (Ponte alle Grazie, pag.512, euro 18), seguito di Il racconto dell’ancella, la scrittrice canadese ha parlato al pubblico italiano in occasione dell’edizione 2019 del Festivaletteratura di Mantova intervistata da Alberto Manguel. Atwood sostiene di non aver inventato nulla, basando l’immaginaria Repubblica di Gilead, la distopica America futura dominato da un regime teocratico e totalitario che fa da ambientazione ai due romanzi, su quanto ha potuto comodamente estrapolare studiando la storia dell’uomo e rileggendo una serie di articolo ritagliati da giornali e da riviste nel corso degli anni. In tal senso Atwood rincara la dose quando, riportando le reazioni di donne, gay e di diverse minoranze che si sono sentite toccate nel profondo da Il racconto dell’ancella, afferma di aver semplicemente attinto a piene mani dalle teorie dei suprematisti bianchi, teorie che le minoranze in questione conoscono o dovrebbero conoscere bene, un pensiero che in molti vorrebbero tradurre in azione realizzando, di fatto, gli scenari raccontati nel libro.

 

Ciò nonostante un inciso è d’obbligo: la vittoria di Trump ha colto di sorpresa Atwood e tutto il cast della serie TV tratta da Il racconto dell’ancella, all’epoca era in fase di realizzazione la prima stagione, rendendo Gilead un luogo un po’ più reale, qualora ce ne fosse bisogno. Il punto, secondo l’autrice, è che gli scrittori non prevedono il futuro, ma formulano ipotesi sul presente ed è questa la loro forza: parlare al lettore per chiedergli se è davvero questo il mondo in cui vuole vivere, specie al giorno d’oggi, in cui la questione della sopravvivenza su scala globale è una questione di rilievo tutt’altro che scarso. La questione del collasso climatico è infatti oggi una minaccia concreta e imminente, con un impatto potenzialmente devastante sulla civiltà per come la conosciamo, se non addirittura sulla vita umana stessa. Proprio per questo, oggi, la sopravvivenza, e volendo la possibilità di una vita che vada anche un pochino oltre, è una tematica estremamente attuale per la letteratura e non soltanto. La volontà di lavorare per la sopravvivenza e per il futuro della specie non è solo una buon proposito, l’autrice cita in tal senso due iniziative che hanno come focus il futuro dell’umanità: Project Drawdown (https://www.drawdown.org/) e Future Library (https://www.futurelibrary.no/), di cui Atwood stessa fa parte con un suo manoscritto che sarà pubblicato, come tutti quelli di chi ha aderito, nel 2114. Si tratta purtroppo di iniziative isolate, senza un supporto fattivo e determinante da parte delle istituzioni. Ciò che manca è, sul piano globale, è la volontà politica di agire, volontà che si manifesta con grande forza soltanto a livello locale. Margaret Atwood ha un’insight lucida, puntuale e di ampio respiro sul presente e sui possibili scenari che il futuro ci riserva, dimostrandosi al tempo stesso una pensatrice solida e profonda e una scrittrice in grado di lasciare un segno profondo nell’inconscio collettivo contemporaneo, come dimostra la manifestazione collaterale all’evento a cura di Non una di meno (https://nonunadimeno.wordpress.com/) che ha visto le attiviste presentarsi con striscioni, cartelli e costumi che riproducono il tipico abito rosso delle ancelle di Gilead.

 

 

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