Jacob “Jake” LaMotta era nato il 10 luglio del 1921 nel Bronx, aveva sei mesi più di Rocky Graziano, nato a sua volta nell’East Side con il nome di Rocco Barbella figlio di Nick Barbella e di Ida Scinto entrambi di origine napoletana. Invece Jake era figlio di Giuseppe “Joe” LaMotta siciliano e di una ebrea pure lei oriunda italiana. Jake si considerava il fratello maggiore di Rocky benché avesse un fratello vero, Joey più giovane di quattro anni e anche lui peso medio. Però Joey LaMotta dopo avere vinto una ventina di combattimenti preferì appendere i guantoni diventando il manager di Jake che gli riconosceva il 10% degli ingaggi. Joey aveva le conoscenze giuste nel mondo della mafia, dei bookmaker, dei sodali di Frankie Carbo, il boss dei pugni e delle scommesse, il consigliere più ascoltato da Jim “Big” Norris. Il grande Norris, presidente dell’International Boxing Club, controllava Madison Square Garden, Yankee Stadium e Polo Grounds a New York, programmava le arene di Chicago, Detroit, St. Louis. Era un miliardario con una squadra di hockey (Detroit Red Wings), produceva film, costruiva navi, aveva una scuderia di fighter fenomenali: Joe Louis, Rocky Marciano, Jake LaMotta, Rocky Graziano, Carmen Basilio, Ike Williams. Solo Ray “Sugar” Robinson tentò di rimanere indipendente, ma poi venne a patti accettando di perdere tre incontri (con Randy Turpin, Carmen Basilio, Gene Fullmer). Il grande Norris, dopo averli fatti diventare campioni del mondo, sognava di fare incontrare LaMotta e Graziano. Ma non ci riuscì. I due erano ingestibili, teste calde che si esprimevano in uno slang italo-americano del Bronx, di Brooklyn, sconcio, colorito, vigoroso, inadatto alle interviste. Per Rocky, Jake era “una testa di pietra” mentre Rocky per Jake era “un fottuto figlio di puttana”. Nonostante i furiosi litigi non si picchiarano mai e si rifiutarono sempre di battersi sul ring. Il 16 giugno del 1949 LaMotta aveva strappato la corona dei medi al francese Marcel Cerdan che fin dal primo round si era battuto con un braccio solo a causa della spalla destra lussata per una caduta sul ring. Jake in quel giorno di gloria era circondato dal fratello Joey, dal trainer Al Salvini (grande amico di Frank Sinatra) e da una schiera di pezzi grossi della mafia italo-americana. Rocky Graziano aveva portato a casa la medesima corona due anni prima distruggendo con selvaggia violenza Tony Zale, l’oriundo polacco detto The man of steel. Graziano era protetto dall’attore George Raft di origine italiana, un gangster sullo schermo, quasi peggio nella vita quotidiana. Dai suoi tifosi Graziano veniva chiamato Il diavolo dell’East Side come Jake LaMotta era Il toro del Bronx. Entrambi da ragazzi erano stati dei balordi, dei ladruncoli, dei rapinatori e affezionati inquilini di riformatori, di prigioni civili e militari. Solo la boxe e la sua disciplina atletica e anche morale li aveva salvati da Sing-Sing e da guai maggiori. La storia turbolenta di Rocky Graziano aveva attratto Robert Wise che nel 1956 girò Lassù qualcuno mi ama con un giovane Paul Newman nella parte nevrotica di Rocky. LaMotta masticava amaro e attendeva il suo film. Ci vollero molti anni ma poi si presentò Martin Scorsese.

 


 
In un’intervista a Le Monde del 19 febbraio 1981 Scorsese spiega il suo approccio al film:”Quel che contava per me non era la boxe. Toro scatenato non è un film sulla boxe, a me la boxe non piace. Quel che mi interessa è quello che succede dentro la testa dei personaggi. Messe insieme le sequenze di boxe arrivano a 15 minuti, ho voluto che fossero molto elaborate, che rimanessero impresse nella memoria dello spettatore. (…). Jake si affida all’istinto, cerca una vita meno complicata e, in fondo, più umana. Non sa quello che fa, non può spiegare con le parole le sue azioni. Nel modo di essere di Jake c’è il lato mistico del mio film e la ragione per cui l’ho girato. Oshima, un regista che ammiro, mi ha aiutato a terminarlo. Gli abbiamo mostrato la scena in cui Jake picchia il fratello. Dopo questa sequenza – mi ha detto – dovete finire il film molto rapidamente. Aveva ragione, perché poi si produce una rapida disintegrazione e la storia deve chiudersi, tralasciando qualsiasi regola drammaturgica”. Jake LaMotta, pugile, aveva una figura rozzamente massiccia sopra gambette arcuate ed era sempre oltre il peso delle 160 libbre regolamentari. De Niro era un esile ed elegante peso welters. Il miracolo della trasformazione è costato una fatica immane all’attore e di fatto ha creato la sua leggenda. Jake lo ha allenato per un anno in una palestra di New York. I due si sono impegnati in un lavoro massacrante dall’aprile del ’78 fino all’aprile dell’anno seguente. De Niro ha sostenuto oltre 1900 round imparando molti segreti del mestiere. Jake ha affermato che Bobby grazie alla sua cura avrebbe potuto figurare fra i primi 30 pesi medi del mondo solo se avesse avuto cinque o sei anni in meno. De Niro ha confessato alla Cbs:”Amo il destino di Jake LaMotta, si batte per tutto e perde tutto. Ci sentivamo male a lasciarlo e abbiamo girato dodici versioni della fine del film. Martin ha scelto la più fredda, non voleva sentimentalismi”.

La Motta non è mai stato un simpaticone. Era un lupo solitario, un toro furibondo pronto a scornare tutto e tutti. Anche nelle occasioni pubbliche appariva sempre arrabbiato e sbraitante, era un tipo ottuso, volgare, geloso della bella e bionda moglie Vickie, la seconda della serie (arriverà a cinque). Testardo, indomabile, cocciuto e indisponente, il Toro non piaceva al boss della mafia che manovrava pugili e scommesse. Tuttavia lo usava per combattimenti duri e spettacolari. Per cinque volte oppose Jake a Robinson, due a New York, due a Detroit e una a Chicago. Sugar Ray vinse quattro volte ma perse male il 5 febbraio 1943 all’Olympia di Detroit. Robinson ricorda nella sua autobiografia:”Nell’ottavo assalto Jake La Motta mi fissò con uno sguardo folle mentra la sua grossa testa dondolava sulle larghe possenti spalle. Sparò un destro al corpo che mi piegò in due, quindi con un gancio sinistro al mento mi scaraventò fuori dalle corde. Rientrai mentre l’arbitro Sam Hennessy contava l’ottavo secondo. Il match finì al decimo round. Nello spogliatoio mi misi a piangere, non per le costole che mi facevano maledettamente male ma perché ero stato battuto per la prima volta dopo 40 vittorie consecutive…”. Il boss della mafia che gestiva il circo era un piccolo signore elegante e discreto con lo sguardo di ghiaccio, Il volto impassibile e si faceva chiamare Mister Gray. Il suo vero nome era Paul John “Frankie” Carbo, un calabrese uscito dalla Little Italy di New York. Era stato un apprezzato killer a contratto, sin dal 1930 aveva frequentato Sing-Sing ed era stato ospite anche di Alcatraz. Ma nulla  lo impressionava  e alla fine ha avuto ragione lui visto che è morto nel suo letto in una villona di Miami Beach. La Motta vinceva o perdeva secondo gli ordini di Carbo, rischiando anche la galera quando si scansò per favorire Billy Fox, un pugile che Frankie voleva portare al trono dei mediomassimi. Jake confessò la combine davanti alla sottocommissione per lo sport del Senato. Alla fine degli anni Quaranta Carbo propose a Sugar Ray Robinson di incontrare tre volte il Toro: la prima l’avrebbe vinta Sugar, la seconda Jake, la terza il migliore. Ray non accettò, ma il sesto combattimento con LaMotta si svolse ugualmente al Chicago Stadium il 14 febbraio 1951 e passò alle cronache come Il massacro di San Valentino. L’arbitro Frank Sikora intervenne nel 13° round perché Robinson stava distruggendo LaMotta, aggrappato alle corde, sanguinante e tutto una ferita. Il cronista sportivo Al Buck scrisse:”…sfinito, livido, malridotto nel suo sangue, il Toro dei Bronx era ancora intrepidamente in piedi davanti a Robinson. Lo sosteneva la rabbia, l’odio, un orgoglio smisurato ma nessuno avrebbe voluto vedere la continuazone del macello…”. In Pound for Pound: A Biography of Sugar Ray Robinson, il pugile ricorda:” Così conciato Jake La Motta si buttò sulle spalle la sua pelle di leopardo. Non volle essere aiutato dal fratello Joey e dai suoi secondi Al Silvani e De Napoli. Rispose brutalmente ai tifosi che lo incoraggiavano, si rifugiò nello spogliatoio dove ebbe un collasso. Joey chiamò un dottore. Lo incontrai all’uscita dello Stadium. Quando Jake mi vide ringhiò con un ghigno – mi hai battuto negro bastardo, ma  non sei riuscito a buttarmi giù. Nessun figlio di puttana ci è riuscito e mai ci riuscirà – ammirai quell’uomo orgoglioso, indomabile, primitivo. Il Toro per me è stato il più duro dei duri…”.

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