MV5BODg1OTc5ODM5N15BMl5BanBnXkFtZTgwMTk0OTg4NjE@._V1_SX214_AL_Alla Mostra di Venezia 2015, dov’è passato in Fuori Concorso, abbiamo incontrato Amy Berg, la regista di Janis, il documentario sulla Joplin coprodotto da Alex Gibney. Dall’8 ottobre in sala con I Wonder Pictures, a 45 anni dalla morte della prima vera donna del rock.

 

Janis segna un bel cambio di passo rispetto agli altri film che lei ha diretto.

Ho iniziato a lavorare su questo film e a raccogliere materiale d’archivio nel 2006. Quindi mi sento come se facesse parte di tutta la mia produzione, visto che l’ho finito circa due mesi fa. Non riesco proprio a trovare molti incroci con gli altri miei film. Forse West of Memphis aveva alcuni temi simili, propri del Sud degli Stati Uniti. Pregiudizi contro cui credo Janis abbia lottato da bambina, per il fatto di sentirsi isolata. West of Memphis tratta di un caso di errore giudiziario: Damien Echols, nato e cresciuto in quella città dell’Arkansas, ha dovuto lottare contro la comunità che lo aveva condannato per il modo in cui si presentava… ma solo in questo ho sentito una similitudine con i sentimenti che Janis deve aver provato.

 

Quale pensa sia la più efficace tra le interviste del film?

Forse quella di Dave, il batterista dei Big Brother and the Holding Company (il gruppo della Joplin prima della Kozmic Blues Band, ndr), perché parla dell’onestà emozionale di Janis, della verità che possedeva e che perse quando la sua stella stava crescendo troppo velocemente. In quel momento, nel modo in cui lui la descrive, c’è qualcosa di veramente molto bello. In realtà ogni persona intervistata è prejanis-cropsente perché pensavo che ciò che avesse da dire fosse formidabile. E alcune le ho dovute tener fuori dal film perché volevo fossero le performance di Janis e le sue parole a raccontarla, piuttosto che alcune persone che facessero gossip su di lei.

 

Come ha scelto Cat Power per la voce narrante?

Ho sentito alla radio un’intervista a Chan Marshall (vero nome di Cat Power, che tra l’altro ha inciso una strepitosa cover di A Woman Left Lonely della Joplin) e non potevo credere a quanto la sua voce somigliasse a quella di Janis. Aveva il tono giusto. E conoscendo la sua musica, come si relaziona, da donna, alla musica e il fatto che abbia avuto esperienze simili a quelle di Janis, dato che è cresciuta anche lei al Sud… insomma, era perfetta. Sono davvero contenta di averla nel film (nella versione italiana sarà Gianna Nannini, ndr).

 

Si dice che i documentari su figure musicali, se riguardano donne, siano tutti orientati verso i loro drammi personali, se di uomini, sulla loro musica. Cosa ne pensa?

Credo che in quest’affermazione ci sia molta verità e che Janis sia un’eccezione a questa “regola” perché mi sono concentrata davvero sulla sua musica e su di lei come performer e musicista. Nel mondo del cinema si parla continuamente di sessismo e di “uomini contro donne” e che il “club dei 27” (le rockstar morte a 27 anni: Brian Jones, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Kurt Cobain, ma anche Amy Winehouse e la stessa Joplin, ndr) sia percepito solo come maschile. Morrison e Hendrix non sono ricordati per il loro uso di droghe ma per le loro performance musicali. Mentre delle donne, in particolare Janis e di Amy (Winehouse), si ricorda per lo più che sono morte da sole, per overdose… Ho voluto fortemente che ciò non accadesse con Janis. Volevo essere sicura di celebrarla, perché lei adorava stare sul palco, e le sue performance la curavano dal suo passato. Volevo che al pubblico arrivasse questo.

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È difficile e rischioso, perché anche nel caso di Janis c’è parecchio dramma personale. Come ha trovato un equilibrio?

È difficile ma credo che le sue lettere, lette nel film, rendano conto più di quello che stava accadendo a livello musicale nella sua vita, e di come stesse cercando di conquistarsi approvazione dalla sua famiglia, del fatto che fosse felice per il fatto di aver trovato qualcosa che le piacesse veramente. C’erano molte altre lettere che avrei potuto scegliere, ma ho selezionato quelle coerenti alla narrazione, che potessero portarci verso ogni singola performance.

 

Ha deciso dall’inizio di avere a che fare con la famiglia? Perché, di solito, quello con i familiari è un gioco un po’ ambiguo: loro ti stanno dando qualcosa e al tempo stesso si aspettano di avere qualcos’altro in cambio.PEICEOVABE93424

In questo caso i familiari non si aspettavano niente. E non so come si possa realizzare un documentario senza collaborare con la famiglia, perché la musica e l’archivio di Janis sono così importanti, cruciali, per raccontarne la storia, così come le lettere.

 

Ha scelto lei le lettere che vengono lette nel film?

Sì, i familiari mi hanno fornito l’archivio e le informazioni, quando le ho chieste. Ho mandato loro un premontato del film circa un mese fa e si sono detti soddisfatti di come lei è stata rappresentata nel film. La storia di Janis è la loro storia, non ho cercato di riscriverla, ma di realizzare un film di cui Janis sarebbe stata orgogliosa. È un obiettivo molto alto, certo, ma ho cercato di tenerlo sempre presente.

 

A proposito del “club dei 27”, crede che ciò che Janis Joplin ha lasciato nella storia della musica sia stato sminuito per il fatto che è una donna?

Certo, ed è esattamente il motivo per cui ho voluto fare questo film! Una delle ragioni, diciamo. E anche perché ho scelto di raccontare la storia nel modo in cui l’ho fatto. Perché penso che questo sminuirla sia straniante, dato che Janis è stata la prima donna del rock ‘n’ roll, una performer rivoluzionaria, pionieristica. Ha aperto le porte a tutte le popstar degli ultimi 30 anni e credo che meriti davvero di essere collocata su quel piedistallo.

 

Vedendo Janis non si può non pensare a Kurt Cobain: Montage of Heck e a Amy, in particolare per come i media hanno trattato queste star, per l’accesso alle privacy e la qualità di registrazione, completamente diversi…

È una sfortuna che il periodo in cui Janis è vissuta non sia stato abbondantemente documentato. Negli anni ’90 forse la tecnologia non era grandiosa, perché era ai primi passi – infatti il primo girato di Cobain e Winehouse non è così potente come quello successivo – ma vorrei che le persone non avessero distrutto così tanta storia. Nella fase in cui ho chiamato reti televisive e stazioni radio per chiedere se avessero materiale su Janis ho scoperto che non avevano interviste con lei, che pensavano di avere rulli di pellicola che poi si è scoperto non esistevano più… un’enorme perdita, considerato il periodo davvero formidabile a cui risaliva quel materiale. È molto triste.

 

E anche frustrante per lei come filmmaker…

Tremendamente frustrante. Perché ho sempre pensato che la mia storia avrebbe dovuto essere guidata soprattutto dal materiale che avrei trovato per illustrarla al pubblico.

 

Considerando le cose da un altro punto di vista, però, la privacy di Janis è stata molto più protetta…

Infatti. Grazie a Dio le sue lettere e il suo album di ritagli e appunti esistono ancora, e così siamo stati in grado di mostrare molte cose belle, che rivelano molto di lei.

 

Può dirci di più di quella sequenza in cui una Joplin già famosa accetta di andare alla festa con gli ex compagni di classe e confessa davanti alla macchina che ai tempi di scuola non era stata invitata al ballo di fine anno? È un momento davvero straziante. Da dove viene?

Già. E quando vedi i suoi occhi, ti chiedi perché lei ricordi quella cosa e senti il suo dolore nel dirlo… è folle che lei abbia prima di tutto voluto tornare a casa. Forse era in cerca di una vittoria sulla sua infanzia, e allora quella decisione acquista molto senso, in questa prospettiva. Quella ripresa è stata fatta per un servizio giornalistico di una tv locale di Houston, che è a circa un’ora da Port Arthur, la sua città.

Janis

Come si fa a girare un documentario oggi su una persona morta 40 anni fa?

Ho sempre sentito che più avrei cercato di fare un film contemporaneo, meno onesto sarebbe stato verso di lei. Ho visto Montage of Heck, mentre non ho visto Amy prima di aver finito il film perché ci sono troppe somiglianze tra Amy e Janis. Credo di essermi messa alla prova nel processo di montaggio del film, durante il quale ho cercato sempre di attenermi al principio “devi lasciare che sia il materiale a raccontare la storia” invece di creare un nuovo look o qualcosa del genere. Perché quello di Janis è stato un periodo storico molto particolare, che credo vada abbracciato per quello che era. E poi è una storia piuttosto lineare, e non si può tralasciarne l’infanzia, altrimenti non si capirebbe come sia stata come donna. Insomma, ho cercato sempre di rimanere fedele al materiale.

 

Dal suo film si desume che la spinta interiore di Janis fosse quella di dimostrare di essere qualcuno, è d’accordo?

Al cento per cento. Una donna giovane, nel Sud degli Stati Uniti, a metà degli anni ’50, stava già cercando di affermare se stessa, perché l’aspettativa nei suoi confronti era che diventasse un’insegnante, una casalinga… queste erano le cose accettabili per una donna, a quei tempi. Janis aveva tutti i pronostici contro, essendo nata e cresciuta in quell’ambiente, ed è riuscita a provare che ciò che stava facendo fosse degno di approvazione. Tra gli intervistati, David Dalton di Rolling Stone nel film dice una cosa molto significativa, in proposito, ovvero che “l’unica cosa accettabile per la nostra generazione – se non ti adeguavi alla maggioranza – era diventare famoso”. Questo per me ha molto senso perché stiamo parlando della generazione che stava passando dagli anni ’50 ai ’60, e non esiste nessun altro salto tra decadi così differenti: il movimento beatnik, quello hippie, e tutte le cose da cui Janis era attratta, ma a cui i suoi genitori non avrebbero mai aderito.

 

Ma lei non sembra fosse accettata nemmeno dai suoi coetanei…

Usciva con questo gruppo di ragazzi che ho intervistato – come Dave – più grandi di qualche anno di lei e che in qualche modo la motivavano… è stato importante, perché così ha potuto esplorare il blues, visitare la Louisiana, trovare se stessa. Tutto è confluito nella sua esperienza, in questo è stata fortunata. La verità è che il fatto che la sua infanzia sia stata dolorosa l’ha resa una performer migliore, perché aveva qualcosa contro cui lottare, sul palco.

 

Janis ha lottato anche contro la sua femminilità, contro il modo in cui era percepita da ragazza?

Ho pensato a come le generazioni più giovani si relazionino a Janis, e a come la cultura dei social media sia basata sui like ricevuti, sull’approvazione: la stessa cosa che Janis cercava dagli altri. È fantastico che lei non sia vissuta oggi, perché è stata in grado di trovare se stessa, spingendosi oltre. Oggi avrebbe avuto molte più difficoltà a farsi accettare…

Janis Joplin

Si trovava brutta?

Si trovava bella nel momento in cui saliva sul palco. E credo fosse consapevole di quanto fosse bella in quella situazione: lo si capisce vedendo le sequenze girate al Monterey Festival (giugno 1967, ndr).

 

Una delle frasi più potenti attribuite al sentire di Janis è “non appena il pubblico se ne va, ti ritrovi di nuovo da solo con te stesso”…

Nel film lo dice Country Joe Mac Donald (del gruppo Country Joe and the Fish, ndr). Lui e Janis avuto una relazione molto complicata, e lui l’ha capita in alcuni dei suoi aspetti più profondi. Quella frase è importante, detta a quel punto, perché cade alla fine del tour europeo, quando lei era molto sola.

 

Nel film appare anche del materiale di D.A. Pennebaker, preso in studio di registrazione alla Columbia.

Quel girato è incredibile! È il più bello che abbiamo trovato. Pennebaker era lì, nella prima parte della vita di Janis. Per lui si tratta di una storia molto personale, perché ha assistito alla fase in cui Janis ha cominciato il suo declino. È stato molto doloroso per lui essere presente in quel modo.

 

Ha avuto la sensazione che le persone volessero condividere i loro ricordi di Janis o che volessero tenerseli per sé?

Sono certa che vedendo il film ci si accorge di una mancanza evidente di voci femminili appartenenti alla stessa generazione di Janis. Ho letteralmente setacciato il pianeta per trovare quelle donne e avere anche il loro punto di vista. Grace Slick (cantante dei Jefferson Airplane, ndr) non ha voluto apparire nel film perché non voleva che il pubblico vedesse com’è oggi ma la ricordasse com’era negli anni ‘60/’70. Una cosa straziante, tornando a quello che si diceva prima: è triste, perché gli uomini tendono ad accettare l’invecchiamento, mentre le donne sono più esitanti.

 

6Cosa l’ha spinta a voler realizzare Janis?

L’amore per la sua musica. Anche se credo che nei prossimi anni mi sposterò sul cinema più di finzione, ma continuando a fare anche documentario. Anche nel genere narrativo, per me deve sempre esserci una verità nella storia che sto raccontando. Preferisco infatti ispirarmi a storie vere, perché ce ne sono così tante. Amo True Crime, Broadchurch, il binge watching, ci sono così tante cose belle in tv!

 

Quando ha sentito per la prima volta una canzone di Janis Joplin?

Da adolescente, To Love Somebody. Non riuscivo a credere che fosse stata scritta dai Bee Gees! Inoltre in diversi momenti della mia vita mi sono sentita in connessione con Janis, poi ho avuto il periodo The Doors… cose che vanno e vengono.

 

Sui titoli di coda appaiono a sorpresa Pink, Juliette Lewis e Melissa Etheridge…

Sì, credo che userò quel materiale e altro non montato per una versione estesa per la serie American Masters, come un corpo separato. A proposito di quello che dicevamo prima, ovvero differenza tra storytelling tradizionale e moderno, ho capito in sala di montaggio che il modo migliore per me per raccontare la storia di Janis era restare fedele allo spirito del tempo. Introdurre una voce esterna che speculasse a posteriori sui fatti per me non è mai stato un modo positivo di raccontare questa storia, anche se mi avrebbe reso il lavoro di montaggio molto più facile. Le cose che gli intervistati dicono sono molto potenti ma ne sarebbe nato un film diverso.

 

Quanto è stato difficile, in montaggio, tenere il timone dritto nel raccontare la storia di Janis?

Alla fine la cosa più produttiva per me, una volta avuta chiara la struttura, è stato inserire tutti i momenti musicali che volevo assolutamente nel film, e a quel punto avevo una durata di due ore e 10 minuti. Quindi ho dovuto cercare un modo per cui le sue performance parlassero da sole. È diventata una sfida e c’è voluto molto tempo: il montaggio in totale è durato un anno e mezzo. E dall’inizio della lavorazione sono passati otto anni; infatti avrebbe dovuto essere il mio secondo film, subito dopo Deliver Us from Evil ma non si riusciva mai a finanziarlo. È stato veramente frustrante, ma sono sempre stata certa che lei ne valesse la pena, che fosse una storia che doveva essere raccontata. Se non avessi tenuto duro, non credo che questo film si sarebbe mai fatto. E ci sono stati momenti in cui ero così frustrata da non riuscire neanche ad ascoltare i suoi dischi.

 

Crede che la forma documentario sia cambiata nel decennio in cui ha lavorato?

Sì, certo. I documentari migliorano di continuo, la tecnologia rende più facile lavorare e c’è una passione tale, per i documentari, che il genere continua a reinventarsi. È grandioso fare parte di questo processo.

 

Lavorerebbe a un altro documentario su una star della musica?

Sì, da tre anni sto cercando di ottenere i diritti. Si tratta di un uomo, non vivente, più contemporaneo di Janis, ma non posso ancora dire chi è.

 

 

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