MMIl Teatro delle Albe di Ravenna ha alle spalle una lunga storia. Fondato nel 1983, ha da sempre come obiettivo quello di unire ricerca e tradizione, con una grande attenzione per la contemporaneità e la scoperta di nuovi linguaggi. Abbiamo incontrato Marco Martinelli e Ermanna Montanari (che ci ha raggiunto in un secondo momento), coppia artistica e nella vita che pensa insieme gli spettacoli, poi diretti da Marco e interpretati da Ermanna, anche scenografa e costumista, in occasione dello spettacolo Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi, la leader birmana premio Nobel per la pace a cui ha reso omaggio anche Luc Besson con The Lady, un biopic sentimental-didascalico piuttosto convenzionale. Qui, il risultato è di tutt’altra portata. Si ripercorrono 50 anni di storia della Birmania dal 1947, data dell’omicidio del generale Aung San, leader della lotta indipendentista e padre di Aung San Suu Kyi, al 2010 quando la “Signora” torna finalmente in libertà dopo oltre vent’anni di arresti domiciliari, ma soprattutto si conosce da vicino una donna che ha scelto di sacrificare se stessa e i suoi affetti più cari per una causa superiore. E parlando della storia di un Paese lontano si finisce per parlare della Storia (e della più stringente attualità, soprattutto italiana).

 

Perché Aung San Suu Kyi?

È nato tutto per caso, però sono convinto che il caso non agisca mai a caso. Io e Ermanna eravamo in aereo e stavamo andando a New York per fare là Rumore di acque. Sfogliando una rivista vedo l’immagine di Aung San Suu Kyi e mi è venuto spontaneo mostrarla a Ermanna facendole notare la loro somiglianza. Appena arrivati al La MaMa Theatre, di giorno si lavorava per mettere in piedi lo spettacolo e di notte navigavo su internet in cerca di informazioni. Perché conoscevo Aung San Suu Kyi, ma in maniera vaga, come spesso capita con le icone mediatiche, ma non avevo mai approfondito. È però chiaro che la casualità non agisce a caso perché in tutti questi anni di teatro abbiamo sempre avuto una sorta di fascinazione non solo per i maestri del teatro, dell’arte, della pittura, del cinema che ci hanno nutrito, ma anche per i maestri della bellezza nella vita e quindi il Mahatma Gandhi, Rosa Luxemburg, don Milani. E Aung San Suu Kyi va a iscriversi in questa costellazione

 

Il vostro è anche uno spettacolo politico. Ripercorrendo la storia della Birmania dove la corruzione è dilagante e il denaro può comprare tutto si finisce per parlare dell’Italia.

Lo diciamo fin dall’inizio. Il mondo oggi è questo ed è curioso come una storia in cui la democrazia è sempre stata calpestata in maniera brutale e così sanguinaria possa essere, invece, illuminante su realtà, come quella italiana, ma forse anche dell’Occidente in generale, in cui ci siamo come abituati alla democrazia. Ma questo non deve succedere mai perché nel momento in cui la democrazia diventa un’abitudine si rischia di perderne il senso vero, profondo.

 

Tra l’altro questo è uno spettacolo che mette al centro la bontà e riesce a parlarne in maniera mai retorica.

11Siamo assediati da melassa, da buonismo che ci viene buttato addosso dalla pubblicità, dalla retorica e dai politici in maniera molto violenta. È davvero una sfida riuscire, invece, a individuare il vero nocciolo della bontà, il suo significato. Proprio oggi leggevo un libro di Kurt Vonnegut che dice “In fondo in questi diecimila anni, non è che abbiamo avuto tante buone idee, però una – e lo dice anche da non credente – è forse quella di essere misericordiosi, e non è così male”. È la capacità di ascoltare l’altro e non sopprimerlo, di mettersi davvero in dialogo, in ascolto. È una modalità che l’umanità dimentica continuamente e continuamente deve riapprendere. Allora questa bontà che è dialogo, mitezza, capacità di avere il senso della propria dignità e della dignità del proprio interlocutore è una lezione di politica quanto mai attuale in un momento in cui la politica è solo violenza, insulto continuo, offesa, incapacità totale di vero dialogo. Vediamo solo dei grandi monologhi in campo politico, tutti monologano, non c’è il senso della dialettica.

 

Alla fine dello spettacolo viene da chiedersi se nel nostro tempo non ci sia bisogno di eroi…

Sconfessando Brecht che è il nostro totem con cui fare i conti, penso che abbiamo bisogno di persone capaci di scelta. La bontà è eresia (parola che significa alla lettera “scelta”), cioè scegliamo di non essere così come ci vogliono, così determinati, massificati, gregge. Però le scelte poi si pagano e Aung San Suu Kyi ne è la dimostrazione. C’è un prezzo da pagare per mantenere viva la propria dignità di esseri umani.

 

Voi avete fatto anche un viaggio in Birmania. È avvenuto dopo che avevi già scritto lo spettacolo?

Avevo scritto il primo atto e avevo appena cominciato il secondo. È stata una decisione improvvisa. Siamo andati nell’unico periodo in cui potevamo, luglio, pessimo perché c’erano monsoni tutti i giorni (soprattutto al sud, nei luoghi dove George Orwell ha vissuto e dove ha scritto Giorni in Birmania, testo per noi fondamentale): sono affascinanti, ma fanno paura. È stato un viaggio fondamentale per avere dei sapori, dei colori, qualche cosa di tattile al di là di tutti i libri che avevamo letto, dei video che avevamo visto. Essere là in mezzo a quel popolo così mite e sorridente è stato importantissimo.

 

C’è una petizione che si può firmare alla fine del vostro spettacolo o sul vostro sito per cambiare la Costituzione e permettere a Aung San Suu Kyi di candidarsi alla presidenza. Cosa si può ipotizzare succeda il prossimo novembre quando ci saranno le elezioni?

C’è una clausola, introdotta nel 2008, che impedisce a chi ha coniuge o figli stranieri di candidarsi a guidare il Paese. Come proviamo a raccontare nello spettacolo, è una fase delicata questa, non è più la dittatura brutale di prima, ma non è neanche una democrazia più compiuta (basta pensare che il 25% dei deputati sono dati, al di là della votazioni, già d’emblée ai generali). Quindi c’è una parvenza di democrazia, ma lo stesso Thein Sein, il generale detto Mr. Clean, che è quello che dialoga di più, anche con Aung San Suu Kyi, rispetto a questa clausola ha fatto una dichiarazione parlando al mondo per dire che è già stato concesso molto e non si può pretendere tutto. Quindi non so cosa succederà. Certo che se lei diventasse presidente sarebbe davvero il coronamento di tutta questa storia.

 

Siete ancora in tournée anche con PANTANI, dedicato all’asso del ciclismo morto in circostanze tuttora da chiarire. Aung San Suu Kyi e Marco Pantani sono personaggi agli antipodi, ma entrambi tragici.

Quello che li unisce di più è il senso del sacrificio, che però è giocato in due modi molto diversi. In Pantani abbiamo un personaggio complesso, anarchico, un grande campione dello sport, che è stato sottoposto a un linciaggio, a un vero sacrificio di quelli che si compivano nell’antichità, dove si metteva la vittima al centro e tutti tiravano la loro pietra, un sacrificio mediatico. Per Aung San Suu Kyi, invece, è un sacrificio prima di tutto personale, è lei che sceglie di sacrificarsi perché il governo e i generali avrebbero voluto rispedirla in Inghilterra fin dall’inizio. Quindi, nel caso di Pantani c’è l’accanimento di un sistema di potere contro una vittima, nel caso di Aung San Suu Kyi c’è una vittima che, tutto sommato, rovescia il senso del sacrificio perché lei stessa accetta la situazione per il bene del suo popolo. Sono entrambe figure fortissime nelle loro differenze, per questo ci hanno affascinato.

 

Ermanna, riesci a restituire la forza e il carisma di Aung San Suu Kyi con gesti ridotti al minimo (in contrapposizione al dimenarsi degli altri personaggi in scena). Come hai affrontato questo personaggio?

Come prim8a cosa io non assomiglio per nulla a Aung San Suu Kyi, tutto quello che lei è, è quello che io non sono. Questo essere buona di cui lei parla è una disciplina e, probabilmente, anche una predisposizione alla compassione che per me è molto difficile. È sempre stata una scelta che va contro a una predisposizione mia naturale perché invece mi riconosco come una persona molto violenta e turbolenta. Tenere a bada questa turbolenza in qualche modo mi ha avvicinata, mi ha fatto infuocare di tutto quello che può essere un equilibrio contenuto. Quando poi Aung San Suu Kyi stessa parla della sua irritabilità, dell’irritabilità del padre, ho immaginato anche per lei una sorta di turbolenza, non so di che tipo perché le turbolenze possono essere di violenza, di erotismo, di sessualità, di ira… Quindi mi sono guardata tutti i suoi discorsi e ho notato che Aung San Suu Kyi è sempre tremendamente composta. In più, quando siamo andati in Birmania, ci siamo trovati davanti un popolo composto, un popolo dalla grande mitezza, ma che poi è anche violentemente tenuto in catene e queste catene in qualche modo allontanano, allontanano il tocco, lo sguardo… È il fatto del Buddha dallo sguardo basso, che guarda a cinque metri davanti e non guarda mai direttamente negli occhi, quindi non è mai una questione di sfida, di portare il proprio egotismo come se fosse l’egotismo qualche cosa che ci identifica. Tutt’altro. Ho lavorato con questa disciplina. Quando faccio Aung San Suu Kyi per me non esiste nient’altro, la mia quotidianità viene rivoltata come un calzino. Per cui è un onore grandissimo anche solo avvicinarmi a potere somigliare nella voce, nella vocalità, in una visione di canto – lei stessa parla del canto come contagio – e quindi farsi contagiare da un canto ascoltato in quei luoghi.

 

Da questo punto di vista c’è un uso molto particolare del microfono in scena, come succede spesso nei vostri spettacoli.

Il microfono viene usato in vari modi nello spettacolo, però Aung San Suu Kyi lo usa per fare il suo comizio alla pagoda di Shwedagon e dall’altra parte per parlare con il geco. Il microfono è una sonda, quindi può andare nelle viscere, nelle venette del cervello, così come può essere amplificato di fronte a migliaia di persone. È un utilizzo che fa parte della nostra poetica da molto tempo.

 

Anche il lavoro sulla musica è molto interessante. Il Canone di Pachelbel in contrapposizione a una musica quasi techno sembra quasi marcare l’opposizione tra due mondi, l’Europa e la Birmania.

È questo, ma anche il fatto che Aung San Suu Kyi ama moltissimo proprio quel brano. Quando vince il Nobel e la commissione le chiede quale musica suonare in suo onore, lei chiede il Canone di Pachelbel. Luigi Ceccarelli, che è l’autore delle musiche, ha messo nello spettacolo pezzi suoi originali e altre cose le ha rielaborate: per esempio, le musiche orientali o il rap birmano che apre lo spettacolo che è il brano di un gruppo esistente e che abbiamo comprato lì. Come molte altre musiche.

 

Non avete mai pensato al cinema?

M.M. È come se ci avessi letto nel pensiero… Con una piccola casa di produzione, proprio in questi giorni, stiamo ragionando per fare un film dallo spettacolo su Aung San Suu Kyi, reinventandolo completamente, facendone una sceneggiatura cinematografica.

E.M. Ho fatto una prostituta con Gipi che mi aveva disegnato in L’ultimo terrestre, una cosa piccolissima, mi sono molto divertita però non è mai stata una cosa che abbiamo cercato, anche perché per me il fatto di essere vista da vicino mi turba sempre.

M.M. C’è Rosvita, un dvd che ho voluto io, Ermanna non era assolutamente convinta, su un nostro spettacolo: è un monologo di Ermanna, con tre ragazze che cantano il gregoriano, su questa autrice sassone del X secolo, la prima drammaturga donna dell’Occidente. Non è la ripresa dello spettacolo, ma l’ho rielaborato e ho pensato che bisognava fare una ripresa tutta su un primo piano di Ermanna perché, secondo me, la sua faccia è una macchina teatrale talmente potente che andava vista.

E.M. Ci ho messo un anno per accettarlo. Non potevo… Concettualmente l’idea di Marco era giusta e quindi mi sono sottoposta, ma quando mi sono rivista… Questo vedere la faccia così da vicino dice qualche cosa di tremendo, io non mi sono mai pensata così. È proprio un palcoscenico calpestato, come gli attori pestano l’aria e il suolo del palcoscenico, ci sono le orme in quella faccia. Ho dovuto prendere le distanze per accettare di vedermi e mi sono ripetuta «Va bene, va bene, è un palcoscenico…».

 

 

Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi            fino al 12 marzo 2015            Milano, Teatro Elfo Puccini (sala Shakespeare)

Per le altre date e gli altri spettacoli del Teatro delle Albe            www.teatrodellealbe.com

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