Louis Garrel stavolta è anche dietro alla macchina da presa. E il film l’ha pure scritto. Dice che L’uomo fedele è “una commedia, romantica e sentimentale. Ma anche un dramma e un thriller”. Laetitia Casta è la sua “complice“. Insieme parlano di relazioni e gelosia, seduzione e desiderio. Sullo schermo sono Abel e Marianne. Impegnati in una relazione decisamente complicata, incrociano la battagliera Eve (Lily-Rose Depp). Una sciarada dalle tinte hitchcockiane fatta di figli contesi, morti misteriose e triangoli amorosi. Una vicenda intricata e intrigante, che cerchiamo di chiarire con Louis Garrel. Laetitia Casta non pense che:”Esista il caso, per me tutto ha un significato. Ma probabilmente è un modo di pensare molto femminile. Sin da piccola sapevo che se lanci una moneta per prendere una decisione e non sei contento, cambi il verdetto. Nel film Marianne sceglie di essere ragionevole, e quel che dice è molto interessante. Anche nella vita capita di fare scelte con la testa più che con il cuore. Noi, come i personaggi, non siamo mai gli stessi. Ed è come se fosse sempre una storia nuova che inizia. Marianne a 35 anni non è la stessa donna che era a 20, ha vissuto delle esperienze diverse. E lo stesso è per Abel, anche se lui è un po’ più statico di lei. Io sono innamorata dei film d’amore. L’idea di amore che vedo ultimamente però non mi piace, è molto commerciale. Quando penso a Jean-Pierre Léaud e a tutta la Nouvelle Vague, penso a film d’amore ricchi di ambiguità e di mistero. Come è il nostro film. La vita è cosi, è complessa”.

 

Non conoscere le persone

Agnès Varda diceva – per altro parlando di persone della sua famiglia – che in realtà non conosci mai del tutto le persone. Non so se in amore si possa imparare qualcosa: di certo rimane sempre una forte componente di imponderabile. Al mio personaggio piace essere guidato dalle donne, soprattutto da Marianne. E io sono sempre stato circondato da donne forti nella mia vita. Donne alle quali chiedere consigli. Mia madre, le mie amiche. Sono abituato a far decidere le donne. E qui sono le donne a decidere. Mi piaceva un film nel quale la virilità del personaggio maschile rimanesse in secondo piano. Anche se alcuni miei amici hanno detestato Abel, non ci si sono identificati.

 

Un cinema di ricordi

A volte avevo paura. Il film è inevitabilmente pieno dei miei ricordi, del mio cinema, in particolare di François Truffaut. Sapeva raccontare la crudeltà dei rapporti con una dolcezza che mi piace molto. Quanto al genere non saprei dire, ci abbiamo giocato molto. È una commedia, anche romantica, ma insieme un dramma e un thriller. È un film sui sentimenti, ma alla fine non è un film sentimentale.

 

 

Nella vita reale sarebbe tutto più tragico…

Il bello era poter mettermi a recitare quando mi stufavo di dirigere. E viceversa. Per fortuna sul set c’era una persona, la chiamavo la “script”, alla quale mi rivolgevo per un parere dopo ogni scena. E per capire se rifarla o meno. Un’altra donna sulla quale posso fare affidamento, insomma.  A me piace fare film su soggetti molto quotidiani. Metto in scena la vita e ci rifletto su. Certo, nella vita reale sarebbe tutto più tragico, ma penso che il tema dell’incomunicabilità sia molto interessante. Quello che mi piace di questi personaggi è che quando devono dire qualcosa, la dicono e basta, senza pensarci troppo. A seconda della risposta i sentimenti possono cambiare. Sono come argilla, si plasmano piano piano, ma a volte cambiano molto rapidamente. Un giorno ci sembra di vivere un amore eterno, e il giorno dopo è tutto finito. L’amore ci prende in giro, e restiamo sorpresi da noi stessi. Questa storia racconta le derive dell’amore, quelle che fanno impressione…

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