Chi ha avuto la fortuna di assistervi, ha parlato di “tuffo al cuore”. A ragione: i concerti in cui Mara Redeghieri si sta riproponendo al pubblico, dopo ben 15 anni di (quasi) silenzio, sono molto di più di un comune tour promozionale. Si avverte prima una tensione sovrumana («Sai quando ti lanci col paracadute e non si apre subito? Ecco»), poi sciolta da un abbraccio collettivo tra persone che si sono volute molto bene ma che, per ragioni che paiono oggi irrilevanti, si sono perse di vista a lungo. Allo stesso tempo, c’è la sorpresa assoluta di un ritorno che è insieme un esordio, a 56 anni: Recidiva, pubblicato dalla indipendente LullaBit a maggio, è a tutti gli effetti il primo album di Redeghieri, la prima volta in cui è possibile accedere al suo universo espressivo senza filtro. L’effetto è impressionante: le suggestioni elettroniche e insieme il civilismo irriverente che hanno caratterizzato la storia degli Üstmamò si amalgamano con il canto popolare, lo spoken word, il teatro dei burattini, la filastrocca, le multinazionali, il lavoro flessibile e persino Donald Trump (che diventa sTrump nel più beffardo tra i nuovi brani). Tra un live e un instore (per i milanesi: il 5 giugno ce n’è uno alla Feltrinelli di Piazza Piemonte; per i bolognesi: il 6 giugno ce n’è uno alla Feltrinelli di piazza Ravegnana), è evidente che Mara è tornata per restare. Non è così scontato: chi conosce la storia degli Üstmamò (che ho ripercorso qui), sa quanto sofferta sia stata la sua decisione di abbandonare le scene, interrompere un percorso tra i più spericolati e intelligenti degli anni Novanta. Un autoesilio persino doloroso, come è facile leggere dalle intense parole che le sono state dedicate pochi giorni fa, su Facebook, dall’unico che forse può vantare realmente il titolo di maggior sostenitore del progetto Üstmamò. Lui è Giovanni Lindo Ferretti e con Mara, per forza, partiamo proprio da qui.

 

“Cara, carissima Mara. Amara “asina, mula creativa”. Guardarti e riguardarti in queste immagini domestiche “dal sangue al cuore”. Volto, occhi e bocca. Piedi e pavimento, mani e porta, finestra, gesti e smorfie. Come fare a non volerti bene? VIVA, “tra gli infiniti errori” e “sola come tocca ad ognuno”. Parole di Giovanni Lindo Ferretti. A mezzo Facebook.

Che cosa posso dire. Giovanni Lindo Ferretti e Gianni Maroccolo: sono i miei maestri che, oggi, mi parlano. Sai quando dopo tanto tempo lasci volare via tutto il peso, come un passerotto che ha iniziato a volare? Questa è la sensazione che ho.

 

Parole da cui traspira una storia pluridecennale, densissime. Sapevi che ti avrebbe scritto?

No, non lo sapevo. Lo avevo sentito in occasione di un concerto a Parma, mi ha detto: «Non posso venire a vederti, ma sentirai parlare di me». Ed ecco qua. Io voglio loro un grande bene, ma confesso che all’epoca la loro influenza diventava imponente. Era come se non mi avessero perdonato di essermi separata dagli Üstmamò. Fu una delusione cocente. Lui voleva tenere unito il gruppo. Tornando sulle scene, desideravo che in qualche modo mi riconoscessero la fatica che ho fatto a sganciarmi dalla loro guida. Giovanni me l’ha riconosciuto con quel messaggio. Ho la sensazione che lui mi abbia perdonata, adesso. Con Recidiva. Non ho dormito tutta la notte. Giuro.

 

Nei nuovi concerti hai inserito diverse canzoni degli Üstmamò, scelte con cura.

Certo. Io non ripudio nulla. Faccio Cosa conta o Lieto evento finale perché voglio fare un tributo doveroso a una band che mi ha insegnato a cantare e, a camminare. Poi le strade, è chiaro, si dividono. Ma senza questo percorso non sarei mai arrivata a Recidiva.

 

Lasci gli Üstmamò nel 2003, e siamo nel 2017. Che cosa è successo?

Un sacco di cose. Intanto, bisogna comprendere che io mi sono ritrovata a 30 anni cantante pop all’improvviso: mi è stato offerto un palco e un’occasione d’oro, a cui era impossibile dire di no. Ma all’epoca accadde tutto così rapidamente che, oggi so, non colsi i doni, non realizzai veramente quello che avevo e avevamo fatto.
Dopo il 2001, l’anno dello scioglimento degli Üstmamò, ho passato un periodo piuttosto lungo in cui mi sono rifugiata a casa mia, nella scuola, con i miei ragazzi. Questa decisa lontananza dalle scene è stato uno strappo molto forte, almeno i primi anni.

 

Ma non poteva essere definitiva.

No. Dopo alcuni anni ho desiderato riavvicinarmi al canto. Per capire realmente cosa volevo dire, ho guardato al passato. Dal 2005 al 2007 ho ricominciato a studiare la musica popolare dell’Appennino reggiano e i canti anarchici. Non solo ero attratta dai testi, ma proprio dal modo di cantare, se vuoi poco “elegante”, solo con una chitarra. Ho iniziato ad affrontare piccoli, talvolta piccolissimi palchi, talvolta davanti a pochissime persone. Non avevo che un desiderio: riconnettermi con un modo primordiale di cantare. Ho fondato un coro popolare, ho imparato a cantare gli stornelli. Mi sono rimessa ad ascoltare artiste che hanno esplorato proprio l’essenza del canto popolare, come Giovanna Marini o Caterina Bueno. Soprattutto: volevo sentire la mia voce come “mia”: e intendo “mia appenninica”, “mia italiana”.

 

Per evolverti, insomma, ti sei riconnessa con l’arcaico. Che poi è anche dove tutto è nato, con gli Üst, la vostra fase punk.

In un certo senso sì. A un certo punto della storia, con gli Üstmamò stavamo diventando una sorta di “Massive Attack” all’italiana. Era il momento in cui andava di moda l’elettronica, e a me piaceva, perché ho sempre amato sperimentare. Però questo continuo pensiero – «facciamo una musica internazionale, che vada fuori dai confini» – cominciava a starmi stretto, perché in fondo io non ero così interessata ai modelli inglesi o americani. Io volevo un modello italiano. Non nego che gli anni Novanta siano stati fantastici sul piano musicale, come molti dicevano e dicono tuttora, ma se guardi un po’ più a fondo, ci sono stati anche molti scimmiottamenti. A me essere provinciale piace.

 

Il paradosso è che Recidiva è un album che ha un battito elettronico fortissimo.

È vero. Il mio allontamento dall’elettronica in realtà è stato temporaneo. Il canto popolare anarchico ha agito su di me come una palestra. Proponevo queste canzoni antiche, e il pubblico rimaneva in parte esterrefatto. Intanto, continuava a suggerirmi di scrivere, di cantare le mie cose.
Poi è successo che nel 2009 ho iniziato a collaborare con una casa di produzione bolognese, Ethnos, per un documentario dedicato proprio alla musica dell’Appennino reggiano, in cui avrei rieseguito questi canti. È stato un nuovo punto di partenza, perché dovevo affrontare nuovamente questo materiale con musicisti che tuttavia avevano un background elettronico. Rifare le ballate o gli inni con un violoncello elettrificato e un beatbox mi ha fatto nuovamente innamorare di questo modo di concepire il suono. Abbiamo ricostruito tutte le canzoni appenniniche in chiave contemporanea. Nel mentre, ho scritto una canzone nuova, che è la coda del documentario, Madre Dea.

 

Un titolo emblematico. L’origine di tutto.

Madre Dea ha un significato fortissimo in tutto il processo che ha portato a Recidiva. Ha sancito l’incontro con la band che mi accompagna da allora, che suona nell’album e che partecipa alla scrittura (Mauro Basilio, Nicola Bonacini, Lorenzo Valdesalici), un team di “folli”, giovanissimi, perché hanno davvero investito tanto per questo progetto. Poi Madre Dea ha anche sigillato l’incontro con Stefano Melone, produttore che aveva curato gli arrangiamenti elettronici del progetto e che da allora mi segue.

 

Melone ha lavorato con figure trasversali del pop italiano: Mannoia, Fossati, Cristiano De Andrè. Come vi siete relazionati?

Lui è stato veramente il punto di riferimento, una specie di faro, per me e i musicisti. Noi gli mandavamo i brani. Lui a volte spariva, lasciando un po’ questa sensazione di dubbio, lasciandoci domande come: ma ce la faremo mai? E invece riappariva sempre, con questi incredibili vestiti musicali che è riuscito a dare alle canzoni dell’album. Recidiva è nato per 2/3 a Pesaro, nel suo studio, e per la parte rimanente a casa mia, sui monti appenninici. È un disco emiliano-romagnolo.

 

Hai scritto tutto in tempi recenti o ci sono recuperi del passato?

C’è Cupamente che risale agli ultimi anni degli Üstmamò, e che ho ripreso in questa chiave nuova. Poi Madre Dea è la prima canzone ed è del 2009. Le altre sono venute a seguire, per otto lunghi anni. C’è veramente un pezzo della mia vita dentro Recidiva.

 

E c’è anche molta poesia. Nel senso di verso recitato, di teatro.

Per me il teatro è il palcoscenico di riferimento della nostra nazione. Io adoro leggere: sono fortunata, ho avuto un grande maestro che si chiama Benedetto Valdesalici che mi ha insegnato l’amore per la lettura poetica. Abbiamo passato moltissimi anni a leggere grande poesia, sia popolare, dell’Appennino, sia italiana. Da lui ho imparato l’amore che ho per le parole: scandirle, potenziarle attraverso il microfono e il palcoscenico. Per questa ragione mi sono permessa di scrivere un piccolo componimento dedicato alla mia casa (Nella casa), che è un luogo cardine per me, come una famiglia. Sono 25 anni che abito nella casa di mio bisnonno, una casa antica appenninica, a forma di torre, con il tetto in legno. Anche Recidiva, l’ultima traccia, è un componimento poetico. Mi ha colpito molto eseguirle nei live: è come se fermassero il tempo, se il recitativo creasse una bolla d’aria in un concerto pop. Vorrei che fosse il fondamento dei nuovi concerti che proporrò, da qui in avanti.

 

I tuoi ragazzi, ti ascoltano?

I miei studenti sono piccolini, tra gli 11 e i 14 anni. Ascoltano le “grandi firme”, i nomi da milioni di visualizzazioni. Sanno che ho fatto un disco e so che hanno stima di me. Si gasano quando mi vedono sui social, sui giornali. Non hanno ancora ascoltato nemmeno una nota però, penso.

 

Potresti fare ascoltare loro Augh. Ha un suono molto contemporaneo.

Dici? Magari propongo loro una cover. Versione trap.

 

Continuerai a insegnare o vedi un futuro esclusivo sul palco?

Guarda, insegnare continua a piacermi molto. Ma se penso a me tra cinque anni, mi visualizzo sul palco. Immagino uno spettacolo con dei burattinari, con luci e ombre, perché amo le ombre, e amo i teatri. Se mi stai chiedendo se è questo che voglio fare, se ci ripenserò, la risposta è: sì, questa volta sono sicura.

 

Vincenzo Rossini è autore del blog musicale Unadimille.it.

Scrivi