Accogliere l’inaspettato, l’altro da sé. Il teatro è anche questo e quando lo fa riesce a mettere in comunicazione vera e profonda, come succede con Farsi silenzio, ideato e interpretato da Marco Cacciola, su drammaturgia di Tindaro Granata e suono di Marco Mantovani (prodotto da Elsinor Centro di produzione Teatrale, con il sostegno di Armunia Centro di residenza artistica Castiglioncello – Festival Inequilibrio), in cui l’attore parla del «pellegrinaggio artistico» da lui compiuto da Torino a Roma nell’estate 2016 alla ricerca del sacro.  Alla base le domande spiazzanti poste alle persone incontrate sul cammino su cosa fosse per loro il sacro e come si declinasse nelle loro vite. Un’occasione per ascoltare davvero, prendendosi il tempo di partecipare a un viaggio che finisce per essere interiore. Una sfida o meglio «una scommessa contro» sfociato in uno spettacolo potente, necessariamente per pochi (50-60 spettatori a sera), in cui gli spettatori si trovano sul palco intorno a Cacciola, dotati di cuffie da indossare che li trasportano in una dimensione altra e finiscono per essere loro stessi parte del viaggio. Abbiamo incontrato Marco Cacciola.

 

La tua indagine sul sacro parte da una tua esigenza personale, come hai deciso di portarla in scena?

Ogni due anni circa mi ritaglio questo lusso di provare a cercare qualche cosa, sempre all’interno di una ricerca artistica, che chiaramente incrocia anche delle esigenze personali. Però non sapevo bene, fino a quando non ho incominciato, che cosa significasse davvero. La sfera spirituale credo sia una ricerca costante che riguarda ognuno di noi, magari ha nomi diversi, c’è chi cerca la spiritualità nelle pratiche, chi medita, chi appunto cammina, chi la cerca nell’amore, nella famiglia… Non ha a che fare con la religione, io mi reputo un non credente, non è detto che non lo sia, magari semplicemente cerco strade diverse, è una ricerca che andrà avanti tutta la vita. Fondamentalmente avevo bisogno di uscire un po’ dall’ambiente teatrale, di andare in mezzo alle persone, e siccome il sistema ti costringe a produrre qualcosa ho trovato dei pazzi che hanno creduto nel mio progetto. All’inizio non c’era nessuna garanzia, ma è anche vero che il teatro non è altro che l’arte dell’incontro, quindi mi sono detto provo a uscire e cammino. In più mi interessava l’aspetto sonoro, non tanto il vedere, ma volevo provare a togliere la parte estetica per aprire ad altro…

 

L’effetto avvolgente dato dal sonoro crea una grande intimità con gli spettatori, così come il momento in cui guardi negli occhi ognuno dei presenti…

Alla fine dello spettacolo sento sempre le registrazioni di quello che gli spettatori dicono, per farmi contaminare, e una persona ha detto che avevo fatto nascere questo momento come un esercizio. Dal momento che credo proprio che nella vita uno debba allenarsi, anche al bene perché non è detto che sia spontaneo, ma bisogna esercitarsi, così come bisogna tenere in allenamento il corpo, bisogna farlo con il cuore, l’anima, la testa, tutto, questo commento mi ha commosso. Noi siamo l’unico esempio di artista che è anche il suo strumento, quindi deve sempre tenersi in allenamento. Basta pensare ai santi, molti non lo sono stati spontaneamente, si sono dovuti allenare, l’esercizio spirituale è parte della pratica. Qualsiasi cosa va esercitata, anche il pensare bene delle persone e un po’ male di se stessi, per non attribuire sempre agli altri la colpa di tutto, soprattutto in un momento storico in cui lo sport nazionale è trovare il nemico, ogni tanto ascoltare penso sia utile.

 

 

Da cosa sei partito?

Da cose molto semplici… Nell’epoca in cui c’è questa socializzazione virtuale, finta, della condivisione presunta, mentre non ci guardiamo negli occhi perché abbiamo lo schermo davanti, non ascoltiamo più perché è più importante dire, siamo noi a scrivere da una tastiera tutti i nostri pensieri, come se fossimo sempre a una finestra a urlare quello che pensiamo. Anche il teatro da questo punto di vista ti condiziona perché sei abituato a stare su un palco e dire cose come se ci fosse dentro la verità infusa. Peggio ancora lo schermo… E ancor di più con internet, ognuno può dire quello che vuole oppure arriviamo al punto che tutto può essere messo in discussione, tutto è polemica… Allora, quando vai in mezzo ai campi e cammini per quattro ore, la testa ti si rischiara, incontri qualcuno che ti dice qualcosa di molto semplice, come Alcea, in questa lingua non immediatamente comprensibile, ma è una registrazione che ho tenuto così com’è perché lo trovo uno dei momenti di mistero teatrale che quasi ha a che vedere con i tragici greci. Lei dice cose semplicissime, del bisogno di essere fratelli uno con l’altro…

 

Visto che, come dici nello spettacolo, il caso non esiste, come hai incontrato Alcea?

Assolutamente per caso, in un paesino che si chiama Vecchietto e lei ha davvero novant’anni… Non è cieca, come racconto nello spettacolo, perché la signora cieca che mi ha chiesto di riportarle dal mio viaggio il suono dell’arcobaleno in realtà si chiama Petronilla, detta Nilla, e l’ho conosciuta a Brescia.

 

Tindaro Granata firma la drammaturgia. Come è stato il lavoro con lui?

Molto stimolante e molto complice. Nel primo periodo siamo stati attorno a un tavolo, con tre computer accesi, io, lui e Marco Mantovani che si è occupato del suono. Davo loro i pezzi che secondo me avevano più senso, sia delle registrazioni audio, sia di racconti che ho scritto durante il cammino… Nello spettacolo che hai visto c’è il materiale raccolto nei primi sette giorni, io ho camminato 38 giorni, era impossibile mettere tutto, c’era troppa roba, però questo ci ha stimolato. L’intuizione di Tindaro è stata di provare a lavorare al contrario di quella che potrebbe essere la struttura spontanea ovvero la ricerca della luce, come se fosse un viaggio di formazione, invece proviamo a vedere se questa cosa si rompe, non funziona perché giustamente in una viaggio alla ricerca del sacro quando arrivi a destinazione, come fai a spiegare? È qualcosa di assolutamente personale. Quindi quello che cerco di fare come attore è lavorare sulla materia provando a far sì che ogni tanto mi sfugga, che non riesca a controllarla, come se non funzionasse. Lì c’è stata l’intuizione del fallimento perché è una cosa che ci accomuna tutti e lascia aperta la possibilità che ognuno faccia il proprio viaggio.

 

Decisamente vai contro corrente: metti in scena un fallimento, fai l’elogio della lentezza e del silenzio…

Sarebbe bello che il teatro si occupasse sempre di questo. Sicuramente c’è bisogno di eroi, ma il teatro, rispetto ad altre arti, ha la fortuna di creare una piccola comunità che si incontra, e questo ti dà la possibilità di dire molto semplicemente, senza troppe sovrastrutture, che il fallimento è fecondo. Dico sempre a mio figlio che l’errore è quello da cui si può imparare, va accettato come parte della propria vita perché altrimenti non si impara. Il teatro ha questa grande possibilità di porre delle domande e non dare delle risposte e di creare un rapporto. Se io accolgo dentro di me i piccoli fallimenti, e anche i piccoli successi, avverrà quel riconoscimento per cui uscendo da teatro il pensiero comincia, non finisce.

 

Per il tuo viaggio hai scelto come numi tutelari Antonio Tarantino e Alda Merini…

Sono partito da Torino perché un po’ simbolicamente volevo attraversare mezzo Paese, erano circa mille chilometri. In passato avevo incontrato Antonio in questo bar di Torino e volevo a tutti i costi che ci fosse anche perché, banalmente, lo ritengo il più importante drammaturgo italiano contemporaneo, un po’ troppo dimenticato. Per fortuna quest’anno ha vinto il premio Ubu alla carriera e spero che questo serva anche a far passare la legge Bacchelli per lui perché ne ha proprio bisogno, sarebbe un crimine abbandonare un artista come lui. Quindi sono andato a cercarlo, abbiamo parlato e la sua voce ci accompagna. La Merini invece è un’aggiunta drammaturgica di Tindaro, lui ha una passione da sempre per la Merini. Tarantino e Merini hanno dei punti di contatto, l’ospedale psichiatrico, la vita ai margini, la condivisione vera con gli ultimi…

 

È corretto dire che diventano in qualche modo dei genitori elettivi?

Farsi silenzio è pieno di riferimenti al padre, ma anche al figlio, al passaggio generazionale e al bisogno di prendersi la responsabilità, insieme al terrore, di essere padri e non più solo figli, anche se figli si rimane tutta la vita.

 

Dal punto di vista distributivo cosa succederà allo spettacolo?

Come tutti i lavori piccoli, nel senso di delicati, non è facilissimo distribuirli. La produzione si è accollata anche questo rischio… Stiamo pensando se farne una versione da palco, con le persone in platea dotate di cuffia. In questo momento questa prossimità a me racconta molto, però vedremo. Con grande sorpresa, ci sono altre date per l’estate e per un lavoro così piccolo va bene, perché finora è tutto solo basato sul passaparola. Lo abbiamo fatto la scorsa estate in un chiostro, in una chiesa sconsacrata, in un castello all’aperto… Le sei date al Campo teatrale per un lavoro come questo, che vuole provare a non fermarsi mai e quindi a cambiare sempre è oro, perché tutti questi incontri sono per me un nutrimento inenarrabile.

 

Campo teatrale (13-18 febbraio)

 

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