I Gang stanno per tornare. Dopo l’album di cover Calibro 77 è in rampa di lancio Ritorno Al Fuoco, un disco con 10 inediti e una cover. Per quelle schegge del loro lavoro che si sono potute sentire il suono è sostanzioso, la poetica di ampio respiro. Già essere riusciti in questi disgraziati tempi a portare avanti il progetto ci dice molto sulla capacità di Marino e Sandro Severini di tenere in moto un meccanismo di evoluzione, continuo e intransigente. Il loro essere rabbiosamente ancorati a una realtà sociale vissuta quotidianamente li rende credibili e gli permette di organizzare una campagna crowdfunding (per info https://www.ritornoalfuoco.it/) che con quasi 70mila euro (e non è ancora finita dato che chiude fine maggio) sarà record per un evento discografico. Nei giorni nei quali si sta ultimando l’album abbiamo sentito Marino Severini.

 

 

Pensavo che in queste condizioni fosse impossibile fosse portare avanti il crowdfunding per Ritorno Al Fuoco invece ci siete riusciti splendidamente. Che vi attendete dagli ultimi giorni del crowdfunding?

E invece eccoci qua. Nonostante le difficoltà contingenti nelle quali ci siamo trovati, la raccolta della “cassa comune” per la realizzazione di Ritorno Al Fuoco è andata meglio di tutte le altre fatte finora, e sta sfiorando il record dei crowdfounding italiani riguardanti la produzione di un lavoro discografico. Che tradotto in vil denaro significa avere a disposizione 70 mila euro per la produzione di un disco. Ma la cosa che a me preme di più è che siamo riusciti anche stavolta a fare del crowdfounding uno strumento politico. Qual è l’essenza della politica?
Primo: costruire un progetto e attorno ad esso ricostituire una comunità. E mi pare che la comunità si è ricostituita, eccome: piu’ di 1500 co-produttori!
Secondo: dare slancio, forza, ispirazione e portare questa comunità alla  vittoria, al raggiungimento del risultato prefisso. La vittoria c’è poiché grazie a così tanti co-produttori abbiamo a disposizione le risorse necessarie per realizzare un disco di gran qualità, che nessuna etichetta indipendente o casa discografica ci avrebbe messo a disposizione. E questo crea di conseguenza le condizioni per lavorare completamente in libertà, senza alcuna costrizione dettata da regole del mercato e del profitto, nemiche di ogni creatività.
Terzo punto, quello piu’ importante ma che è indispensabile perché uno strumento sia realmente politico, è quello di creare economia. Basti pensare a quante persone potranno lavorare ed essere pagate con le risorse versate nella cassa comune: studi di registrazione, fonici, tecnici, produttore, stampatori di cd , lp, magliette e altro ancora, grafici, corrieri, magazzinieri, poste, Siae, ristoranti, alberghi, ecc.

 

 

 

Come guida spirituale questa volta c’è Dennis Hopper, un grande irregolare…

Quello della guida spirituale è un gioco che mi piace fare. Scegliere un’icona che fa parte del mio e nostro immaginario, che in qualche modo rappresenti simbolicamente lo spirito della Missione impossibile, quello della conquista della libertà. Hopper è lo “scarto di lato” per eccellenza:  rappresenta i mille volti della differenza, poi è soprattutto un viaggiatore della Frontiera, del limite, delle estremità, là dove dimora il coraggio, come dice Gandhi. Infine Hopper è l’immagine, lo scatto dell’attimo. Un grande e bravo fotografo oltre che attore: l’immagine oltre che l’immaginario…

 

 

Vi siete affidati per la produzione a Jono Manson. Quale suono cercavate e come sta evolvendo il vostro rapporto dai tempi di Sangue e cenere.

Jono è “l’amico americano”. Quell’incontro atteso da una vita, al quale ormai stavo rinunciando. Invece è arrivato proprio quando meno me l’aspettavo. Lui è la riva altra di quel ponte che stavamo costruendo da una vita in quanto “ americanisti” per dirla con Gramsci. Un ponte che risale a quel grande architetto che fu Gramsci e che poi venne continuamente ristrutturato e rinsaldato da Lomax da una riva e dall’altra Ernesto De Martino, da Peter Jenner e Joe Boyd e da Carpitella, Bosio, Portelli…E finalmente con Jono il nostro ponte ha trovato l’altra riva. L’America di oggi, quella presa a rivisitare le proprie radici per farne delle ali, come abbiamo fatto anche noi da tanti anni. Jono è la più grande fortuna della mia vita. Con lui ho un gran feeling e tutto il lavoro diventa passione, scoperta, direi un gioco, play come dicono loro, come se suonare e giocare fossero la stessa identica cosa: fare giocando. Averlo al timone mi rende sicuro e fiducioso rispetto ad un viaggio che ogni volta deve essere avvincente e magnifico. Dove l’emozione e la commozione sono i venti che fanno gonfiare le nostre vele per tutto il viaggio. In cerca di “altri” mondi , quelli che ci porteranno sempre e comunque a casa.

 

La registrazione in parte in Usa e in parte in Italia presuppone un’organizzazione del lavoro molto particolare. Come vi siete mossi per rendere coerente la presenza di musicisti americani, italiani, pachistani?

L’organizzazione del lavoro è compito del “timoniere” cioe’ di Jono. Una parte viene fatta in Italia, un’altra in America, principalmente nello studio di Jono che sta a Santa Fe “The Kithken Sink studio”. Sotto la direzione di Jono poi alcuni musicisti registrano in altri studi sparsi per il mondo, come a New York, come in Pakistan. In questo caso i musicisti coinvolti fanno parte di un progetto musicale e non solo, dal nome The Sketches, con i quali Jono ha già lavorato per altri progetti. Tutte le parti registrate poi vengono convogliate nello studio di Jono in New Messico e qui poi si passa al lavoro di  montaggio con un confronto diretto e continuo fra me e lui.

 

Da dove viene il titolo?

I titoli dei dischi sono un po’ una sorta di  illuminazione. Forse , ma dico forse, proviene dal titolo di un libro che ho letto diverse volte nel corso degli ultimi anni che è appunto Ritorno al Fuoco di Gary Snyder. Un libro che mi venne regalato cinque o sei anni fa da un amico poeta: Alessandro Spinazzi. Ma quando scelgo il titolo di un disco considero sempre il fatto che il titolo deve avere le caratteristiche di un sasso tirato nell’acqua. Quindi la cosa più importante è che riesca a provocare più cerchi possibile, nelle acque dell’immaginario comune. Ognuno individualmente è un cerchio diverso, ma tutti gli immaginari possibili sono provocati da un unico sasso tirato nell’acqua del fiume dell’immaginario. Poi è chiaro che molto dipende – parlo del numero e dell’intensità dei cerchi – anche dalla profondità delle acque.

 

Pepe Mujica, Riace, il Kashmir, gli italiani linciati in Usa, sono fra i protagonisti delle 11 canzoni. Qual è il filo conduttore dell’album?

Le canzoni nascono sempre da una sorta di emozione, da una vera commozione provocata dall’incontro nel cammino con una o più storie. Poi quando si tratta di metterle insieme solo alcune di queste riescono a stare con le altre. Succede anche che ci sono canzoni , forse più belle, che alla fine dovranno aspettare una prossima occasione, la fermata della prossima carovana di canzoni.
Un disco per me è sempre un lavoro di prospettiva, quindi di architettura. Se la pietra angolare è il titolo poi le canzoni tratteggiano delle linee che si incontrano e si intersecano con le altre, quindi hai sempre a che fare con due coordinate che sono spazio e tempo. Tutte, e insieme possono contribuire a impostare un’altra relazione fra spazio e tempo. Mi spiego meglio: c’è una condizione alla quale questo Paese sembra ormai condannato, quella del presente, un infinito ed eterno presente. Una dittatura del presente che ci impedisce sia di tornare indietro, di confrontarci col cammino fatto, quindi con la nostra identità e appartenenza, di conseguenza questa privazione ci fa soli e vulnerabili e dall’altra ci impedisce di “mirare” al futuro. Questo eterno presente e questa dittatura è la condizione indispensabile affinché questo nostro tempo sia quello dei fascismi. Il fascismo cos’è se non una pulsione immediata. Si tratta della logica dello sfogo delle pulsioni, uno sfogo mortale poiché è la fine delle passioni. Al contrario la capacità di durare, di guardare al futuro di progettare di avere una passione per “differire” (ecco lo spirito guida di Hopper) è la prospettiva nuova. Quella, speriamo, del cammino della sinistra. Quindi per farla breve rompere con questo tempo significa rompere e aprire una breccia nelle mura medievali dentro le quali siamo murati vivi. Perché eterno presente significa nuovo feudalesimo. Questo è un Paese che per paura del futuro rinuncia ad esso e preferisce chiudersi nelle mura dei suoi confini anche territoriali, anziché aprirsi al Villaggio Globale anziché fare la sua parte…Penso all’Uomo planetario (visione rinnovata dalle analisi di Ernesto Balducci) che fu creato in Italia quando questo Paese era attraversato da quella resurrezione che fu l’umanesimo cioè dall’uomo sociale o meglio “dall’individuo sociale” per dirla con un grande intellettuale come Pietro Barcellona. Ecco io credo che Ritorno Al fuoco contenga questo, alzare delle nuove barricate per aprire un varco, una breccia fra le mura feudali del presente e poter marciare nuovamente verso un’utopia di libertà, cooperazione, solidarietà. Detto questo ecco perché Mujica, il Rojava, il Kashmir, ma anche un ritorno nella Luisiana dei primi del 900, insieme a storie ben presenti come quelle di Concetta o di Via Modesta Valenti… il tutto per immaginare una prospettiva futura.

 

Come avete scelto la cover?

Ho sempre considerato A Pa’ di Francesco De Gregori una delle canzoni italiane perfette, al pari di I Shall Be Released di Dylan, tanto per capirci. Pasolini è una storia che ancora oggi viene fatta a pezzi.  Su quel cadavere trovato all’alba sul litorale di Ostia ancora ci si azzuffa per tirarne via le carni e le vesti…una cosa ignobile, infame e dissacrante, tipica delle iene. Ebbene una canzone come A Pa’ mi restituisce Pasolini invece nella sua unicità direi nella sua essenza, ricompone tutte le parti.  E lo fa riportandolo a casa, al Vangelo, quello di Matteo, a quel “voglio vivere come i gigli nei campi…” Alla povertà. Una povertà che oggi diventa nuovamente protagonista, parte di una società non solo la nostra, e sulla quale occorre tornare a fare i conti. Nel disco c’è una canzone come Via Modesta Valenti che ci riporta in questa nuova , per alcuni versi condizione antropologica, che più di tutte le altre condizioni e status, segna il tempo e ci permette una nuova socialità, un gruppo, una comunità. La povertà oggi più di ieri diventa esperienza e di questa esperienza individuale occorre farne gruppo quindi dare ad essa un contenuto culturale e di conseguenza una prospettiva politica. Credo che la visione profetica, la ricerca di dialogo di uno come Davide Maria Turoldo oggi tornino prepotentemente attuali. In questo contesto, in questa compagnia ho pensato che A Pa’ di De Gregori e quindi il Pasolini cantato attraverso le parole dell’evangelista Matteo, potesse trovare un posto di rilievo nella carovana di Ritorno Al Fuoco.

 

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