Mi piace pensare che Michel Piccoli fosse simile a tanti personaggi amati e da lui interpretati nella sua lunghissima carriera. Irriverente, anarchico e scostante, come il protagonista di Dillinger è morto di Marco Ferreri, ma anche surreale e sognatore come l’attore di Ritorno a casa di Manoel de Oliveira, severo e imprevedibile come i protagonisti dei film di Buñuel. Lo ricorderemo sempre con gli abiti papali che Nanni Moretti gli ha fatto indossare per il magnifico Habemus Papam, stravagante personaggio in fuga, che alla fine ritrova il piacere di vivere proprio nel teatro. “Arrivo sempre puntuale sul set, ma all’ultimo momento, perchè voglio poter sentire che mi diverto a recitare”, disse, raccontando del suo primo incontro proprio con Ferreri. “Io, che sono suo amico, avrei voluto essere suo figlio, averlo come padre, anche se, al cinema, il mio primo padre è stato Louis Daquin con La fin du jour. In seguito, ho sfiorato due altri padri: Jean-Pierre Melville e Pierre Chenal; poi è venuto Jean-Luc Godard, che è stato il mio secondo padre con Il disprezzo”.

 

 

 

Impossibile pensare di riassumere con esaustività la carriera di un gigante come Piccoli, morto a 94 anni, con i suoi
oltre 170 film (per non dire del teatro e della televisione) che lo hanno visto sempre complice divertito e coinvolto. Gli esordi, in ruoli secondari, risalgono all’immediato secondo dopoguerra (era nato nel 1925 a Parigi da due musicisti), ma conquista la notorietà solo a partire dagli anni Sessanta, grazie a Buñuel e a film come La selva dei dannati, Diario di una cameriera, Bella di giorno, Il fascino discreto della borghesia. Con i giovani registi della Nouvelle vague instaura un rapporto importante, interpretando ruoli essenziali per la sua stessa definizione attoriale: Les créatures di Agnès Varda (che, nel 1995 gli offrirà il ruolo profetico di Simon Cinéma nello strampalato Cento e una notte dedicato al centanario del cinema), La guerra è finita di Alain Resnais, Parigi brucia di René Clément, Les Demoiselles de Rochefort di Jacques Demy, per citarne sonlo alcuni. Mentre altri, li incontrerà successivamente, in tempi diversi ma in ruoli che non smetteremo mai di amare, si pensi al pittore Edouard Frenhofer di La bella scontrosa di Jacques Rivette o Milou a maggio di Louis Malle. Nel 1980 vince la Palma d’oro a Cannes per il morboso e intenso Salto nel vuoto di Marco Bellocchio, che lo dirige ancora due anni dopo in Gli occhi, la bocca. In Italia, però, sono molti gli autori che amano il suo stile, la forza della sua presenza scenica, l’ambiguità che sa regalare ad ogni personaggio. È in Todo modo di Elio Petri, Il mondo nuovo di Ettore Scola, Oltre la porta di Liliana Cavani, Il generale dell’armata morta di Luciano Tovoli, di cui è anche co-sceneggiatore. Protagonista di Compagna di viaggio di Peter Del Monte. Tra un film e l’altro, si andavano costruendo altri sodalizi fondamentali con De Oliveira, con cui girerà cinque film tra il 1996 e il 2007, e Raul Ruiz che lo ha diretto in Genealogia di un crimine e Quel giorno. In pochi sanno che Piccolì ha realizzato da regista due cortrometraggi, Contre l’oubli (episodio del film collettivo Pour Nasrin Rasooli, Iran) e Train de nuit, e i tre lungometraggi Alors voilà, La plage noire, C’est pas tout à fait la vie dont j’avais rêvé.

 

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