L’editoria italiana, a volte, sperimenta ancora. Lo fa  Casa Editrice Chiarelettere, una realtà relativamente giovane quanto in grado di leggere il reale e il contemporaneo con efficacia, pubblicando Altrove, una collana coraggiosa, una presa di posizione forte sulla scena italiana. Ce ne parla Michele Vaccari, editor e scrittore genovese, la mente dietro ad Altrove.

 

 

 

 

 

 

Altrove, la nuova collana della Casa Editrice Chiarelettere, è una sperimentazione molto particolare, segno che qualcosa, nel mercato editoriale italiano, si  sta muovendo. Cosa bolle in pentola? Ci vuoi parlare della collana?

Non saprei dire se qualcosa nel mercato editoriale si sta muovendo. C’è un mercato indipendente che si sta strutturando in maniera sempre più professionale, che va oltre lo sfogo della semplice passione. Si tratta di un mercato oculato, ricco, attento, in cui operano veri professionisti. S’è perso il mito romantico dell’editore indipendente. Per contro, c’è un mercato di major che ha subito uno shock anafilattico e non è stato portato al pronto soccorso, situazioni dirigenziali comatose che bloccano la voglia di fare all’interno delle singole realtà, senza nessuna reale progettualità e senza uno sguardo al futuro. Dopo due o tre anni di lavoro con Chiarelettere mi sono reso conto che si trattava di uno dei pochi editori, già in più di un’occasione dimostratosi in grado di anticipare i tempi con le proprie inchieste, in grado di porsi la domanda sulla possibilità di lavorare con autori per così dire laterali, identificati con un genere o con un mercato, e metterli in una macchina progettata per produrre ad altri livelli, una major in grado di lavorare in direzione diversa da quella delle major, produrre romanzo popolare di qualità con autori che hanno fatto bene nel mercato indipendente, con grande qualità ma non del tutto conformi alle logiche mainstream. Altrove è una sfida, è far sì che i due mondi, major e indipendenti, si parlino. Situazioni simili ce ne sono state ma a spot, non a livello di progetto organico attorno a un tema. L’idea è inoltre di riportare una vicinanza fisica fra gli autori, presenti alle reciproche presentazioni, ricreare una scena. Vorrei insomma scoprire se è vero quello che penso: se come me ci sono lettori che da giovani acquistavano letteratura straniera perché in Italia quel che cercavo mancava. Nella fattispecie, mancava una collana che parlasse del futuro prossimo. C’è una profusione di opere che parla del passato, in maniera rassicurante e senza mettere ansia, senza una reale tensione speculativa e senza un’indagine morale. La scelta commerciale prima della scelta autoriale, politica che, tra l’altro, in termini di vendite non sta pagando.

 

Quali sono gli autori coinvolti? Puoi dirci qualcosa delle loro opere?

Luciano Funetta – Il Grido: semplicemente il migliore scrittore, insieme a Tommaso Giagni, della classe 1986. Perfetto per questo progetto, l’ho voluto fin da subito. Non è stato semplice convincere l’editore a partire con lui. Autore vero, che deve credere in quello che fa, con una consapevolezza rara che si fa carico dei rischi del caso. Il Grido è un’opera di un genere nuovo, che eccede i normali strumenti di comprensione, c’è dentro qualcosa di grande ma ancora da capire.
Violetta Bellocchio – La festa nera: Violetta si è affermata giovanissima scrivendo di cinema, per poi esplodere come scrittrice raccontando di sé in un momento in cui al mercato serviva proprio quello. Questo fatto l’ha trasformata in un personaggio incasellandola rigidamente quando, di fatto, lei aveva anche altro da raccontare. Mi ha sempre colpito la sua capacità di essere credibile con una prima persona femminile, una voce incredibile al di là della storia che racconta. Mi sono presentato da lei con America Ora Zero di Ballard e Il Gioco dei Pianeti di Bradbury e le ho chiesto di fare una cosa del genere: un reportage dal futuro un reportage dal futuro in cui potessero brillare le sue doti stilistiche e narrative, il suo io narrante potentissimo, mai scontato, caustico, imprevedibile e finalmente limpido, il punto di vista di una candida incendiaria.
Marino Magliani – Prima che te lo dicano altri: questo è un libro importantissimo, traccia una linea di demarcazione che identifica Altrove non come collana di fantascienza ma come una collana costruita intorno al progetto di Altrove, altrove come stato mentale rispetto alla normalità. Tutta la letteratura dovrebbe essere altrove, dovrebbe sempre operare uno spostamento del punto di vista che non sia quello della realtà quotidiana. Marino ha scritto una bomba, a livello letterario, stile lingua idea e invenzione, una storia davvero da premio, nel solco di Fenoglio. Un autore che, con grande naturalezza, dimostra di saper essere un grande romanziere, un libro della vita per un autore di spessore, un volume che farà parlare molto di sé pur partendo in sordina.

 

Altre case editrici non di genere stanno seguendo questo trend?

Le major sicuramente no, cercano di stare sul pezzo a spot, con un singolo libro, ma senza progettualità. Le case editrici indy coltivano con passione il proprio progetto pur rischiando di più. Dimensioni inferiori conferiscono maggior libertà quanto maggiori rischi. Un discorso del genere è difficile per una major, più legata nei propri movimenti, Altrove è stato possibile grazie a Chiarelettere proprio perché l’editore è stato in grado di anticipare, in tal senso, alcuni trend degli ultimi anni, è riuscito a guardare avanti.

 

Diversi autori hanno risposto alla chiamata, non tutti di primo pelo, autori che fino a qualche anno fa non si sarebbero sognati di scrivere fantastico. Inoltre, la scena italiana ha un fitto sottobosco di autori di fantastico che, lontani dai riflettori, da anni scrivono e pubblicano nella loro nicchia. A cosa è dovuto, a tuo avviso, questo pregiudizio tutto nostrano nei confronti del genere?

Il pregiudizio è anzitutto politico. In un determinato momento storico il fantastico è stato bollato come di destra e come tale è stato sepolto. Il pubblico ha poi confuso l’arte con il divano da cui la fruisce. L’arte è stata disinnescata in tal senso, fin dai tempi delle reti Fininvest, perdendo la capacità di dare risposte che la politica sta dando. La banalizzazione sistematica, risultato di un progetto preciso, pur portando l’arte a tutti, pur popolarizzandola, essa perde la sua carica sovversiva, la capacità di porre le domande che altri, nella fattispecie la politica, pongono e a cui rispondono senza talento, nella più totale grettezza, senza alcuna capacità di distinguere la bellezza, che è poi quel che regge la civiltà. Perdi la bellezza e perderai ogni coordinata etica e la morale. In tutto questo, il fantastico è capace di porle, quelle domande, sul fantastico in realtà è costruita la storia della nostra letteratura, il fatto che essa sia costruita attorno al realismo è una mistificazione. L’immaginazione è stata imbrigliata, con tutto il suo potenziale, in un contesto dove la cultura cattolica porta avanti l’unico immaginario autorizzato vendendolo come l’unica cosa reale sconfessandone qualsiasi altra forma.

 

Credi nella separazione fra letteratura “alta” e letteratura “di consumo”?

Assolutamente no. Si tratta di un modo per far credere che esista una letteratura buona e una letteratura meno buona. Una distinzione del genere serve agli editori per vantarsi di alcuni editori pur tenendoli a bada, non dando loro un determinato potere economico frenando, nel contempo, gli istinti letterari degli autori che vendono di più. Si tratta di un modo di pensare conservatore volto a mantenere le gerarchie fra editore e autore.

Charles Dickens

 

Indica tre autori fondamentali, anche non per forza contemporanei, che chi vuole scrivere oggi deve conoscere.

Charles Dickens, perché ha inventato il montaggio nella narrativa moderna. William Faulkner, perché ha rinnovato il coraggio nella letteratura. Beppe Fenoglio, perché ha fatto capire che anche le storie più intime e introspettive possono diventare grande letteratura, con la giusta gestione della lingua.
Aggiungerei Calvino, per la capacità unica di reinventarsi radicalmente a ogni libro.

 

Come vedi il futuro della letteratura e più in generale del mercato editoriale?

Il futuro della letteratura italiana non lo vedo, è un presente che vedo ogni giorno in cui non ho molta fiducia. Stiamo combattendo una battaglia di retroguardia, siamo fermi alla classe del 1992. Io ho pubblicato a 26 anni, ma non ero il più giovane della mia generazione. Poniamoci una domanda: qual è l’ultimo esordio letterario di Einaudi Torino? Quale riscontro ha avuto?
Non ho nessuna fiducia nell’editoria italiana, in un paese che nell’arte e negli intellettuali non crede più. Gli unici da ascoltare sono gli autori che vendono, a prescindere da cosa dicono. Tentativi di far letteratura popolare come il mio sono l’ultima spiaggia, e non so se funzionerà. Per sopravvivere l’editoria dovrà cambiare, e iniziare a curarsi del mondo che lascerà a chi viene dopo. Stiamo cercando di mantenere in piedi un mondo finito, e lo facciamo perché crediamo nella bellezza.

 

 

BIBLIOGRAFIA:
– Luciano Funetta, Il grido, ed. Chiarelettere, 2018
– Violetta Bellocchio, La festa nera, ed. Chiarelettere, 2018
– Marino Magliani, Prima che lo dicano altri, ed. Chiarelettere, 2018

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