05-arabian-nights-vol23Un film sul presente del Portogallo e dell’Europa intera, e, proprio per questo, un film sul cinema e sulle infinite possibilità che il cinema ancora possiede per mettersi a confronto con il reale. Lo sa bene il portoghese Miguel Gomes, autore di uno dei film più liberi degli ultimi anni, Mille e una notte – Arabian Nights, che rivendica il potere visionario della narrazione e non teme la forza delle immagini e delle invenzioni che le sottendono. Come dire che raccontare può salvare la vita, e lo sa bene Sherazade che non fugge spaventata dalla realtà come invece fa il regista nel prologo del film, ma si mette in gioco e rilegge questa realtà, la esalta e inventa quel surplus necessario ad interpretarla e a renderla universale. Primo film di Gomes ad essere distribuito in Italia, grazie all’iniziativa non di una distribuzione ma di un’associazione di festival denominata Milano Film Network (mentre all’estero è ben noto ai cinefili che hanno potuto vedere i suoi film precedenti), Mille e una notte – Arabian Nights è un fiume in piena di storie che si intersecano e si susseguono nell’arco di tre episodi, o più propriamente, volumi: Inquieto, Desolato e Incantato vogliono descrivere l’instabilità di una condizione politica e sociale, la tragicità del presente colta nei fatti, ma anche la poesia e lo spiraglio di speranza che sopravvive nell’ingenuità di chi ancora vede la bellezza nel canto degli uccelli. Un racconto nel racconto, come scatole cinesi. Un regista sgomento davanti alla responsabilità di descrivere la crisi dei nostri giorni, operai dei cantieri navali che hanno perso il lavoro, sindacalisti, uomini politici e malgoverno, mentre le vespe stanno invadendo un’area sempre più vasta, distruggendo le api. Ci sarebbe da soccombere, se non fosse per la potenza stessa della narrazione, impersonata da un’antica principessa, che si destreggia tra metafore, verità, immaginazione, nel segno della contaminazione e della leggerezza.

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Storie come scatole cinesi

Al centro del mio progetto, che si articola in tre volumi, c’è il racconto. Ogni volume, che può piacere o non piacere indipendentemente dal giudizio sulle altre due parti, ha alla base il mio desiderio profondo di riprendere il mio paese, il Portogallo, in questo preciso momento, in questa contingenza precisa, e di descriverlo essendone parte, con i mezzi a mia disposizione. Io faccio film, quindi volevo mettere a disposizione di tutto questo la mia professione. Volevo, però, che nel film entrasse anche la mia reazione flagrante a ciò che andavamo filmando via via, per questo non abbiamo scritto una sceneggiatura ma abbiamo portato avanti nell’arco di un anno ricerche continue, appoggiandoci ad unarabian_nights1-620x307 gruppo di giornalisti che andava in giro e cercava storie e vicende che noi avremmo poi messo in scena, le utilizzavamo come base da rielabolare e sviluppare per le storie raccontate da Sherazade. Tutto doveva avvenire velocemente, in modo che non passasse tanto tempo tra l’avvenimento reale e la sua rielaborazione nel film. Volevo che si creasse una sorta di reazione immediata, diretta, introducendo un ritratto reale della realtà, con i fatti veri e le persone reali che hanno interagito con noi, le persone che hanno davvero perso il lavoro e che hanno, ad esempio dato la loro testimonianza rispetto a ciò che era accaduto e stava accadendo.  Al tempo stesso, però, per far sì che il quadro fosse completo, era necessario introdurre l’elemento della finzione, perché la finzione è un mezzo per documentare in dettaglio quelli che sono gli eventi, introduce la possibilità di immaginare ciò che non è successo, ma che deriva dalla realtà specifica del momento, perché l’immaginazione di un uomo che viveva al Polo Nord nell’Ottocento, non è la stessa di un uomo che abita ora in Portogallo. Riempiendo i buchi della realtà con l’immaginazione di quello che non è successo, ma che avrebbe potuto succedere, si rende possibile costruire un quadro ancora più completo della realtà.

 

Il ruolo del cinema

Non so se il ruolo del cinema sia come l’ho interpretato io, sembrerei troppo pretenzioso ad affermarlo in modo perentorio. Tuttavia, credo che il ruolo del cinema sia di fare ciò che è in grado di fare, cioè filmare il mondo e mettere insieme cose reali e persone reali, meccanismi, regole sociali che regolano la nostra società, insieme a tutta una parte che possiamo definire “artificiale”, non perché non esista, ma perché rappresenta qualcosa che è filtrato attraverso l’artifizio, ma che ci permette di capire qualcosa di più su quello che è la nostra vita.

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Inquieto, Desolato, Incantato

Ogni episodio ha la sua propria anima e uno stato mentale completamente diverso dall’altro. Quando abbiamo iniziato, non avevamo certo idea che avremmo fatto tre film, semplicemente abbiamo continuato a fare ricerche e a rappresentare la situazione reale che esse mettevano in evidenza. Volevamo inserire più possibili punti di vista, talvolta anche in conflitto tra loro, per avere maggiore completezza, per raffigurarci l’intero panorama della rappresentazione. Il film avrebbe potuto essere un unico film con un unico titolo, Inquieto, perché l’inquietudine è il sentimento più presente. Come fosse un continuo viaggio sulle montagne russe, con la situazione che cambia completamente, lo stato d’animo in divenire, il narratore cambia, mutando il punto di vista. Anche i personaggi sono tutti inquieti, il gallo, il sindacalistia, cui potrebbe scoppiare il cuore, gli operai che stanno per perdere il lavoro, il direttore. Il secondo volume, Desolato, è l’espressione più cupa dell’immagine del Portogallo. Qui c’è l’assenza totale di speranza e l’unico personaggio felice è il cane, perché è un cane e la situazione intorno non lo tocca. Il terzo volume, invece, ha un titolo più “arbitrario”. È tutto legato ai ricordi, veri o immaginari, ma ancora non aveva un titolo definitivo. Poi un giorno, seduto al bar, ho visto tre bottiglie di vino una vicina all’altra, e una di esse si chiamava proprio Incantato, in italiano. E ho deciso che sarebbe stato questo il titolo.

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