Ci aspetteremmo magari di vederlo tornare con uno dei sieri miracolosi del “suo” dottor Herbert West, per raccontare ancora magnifiche storie di ossessioni e (dis)umanità. Probabilmente sarebbe il primo a riderne, considerata l’assenza forzata cui era stato costretto negli ultimi anni (il suo ultimo lavoro per il cinema, Stuck, è del 2007). A suo modo è quindi ancora la morte a restituire a Stuart Gordon la ribalta e il tributo degli appassionati, come aveva fatto esattamente trentacinque anni fa quel Re-animator che lo aveva subito proiettato nell’olimpo. Un progetto nato con il piglio della necessità, per fare l’agognato salto nel mondo del cinema dopo anni spesi a teatro con la sua Organic Company, puntando sul sicuro di un genere di cassetta come l’horror. Rivisto oggi Re-animator resta, oltre che il suo capolavoro, anche uno strano oggetto, più “sui generis” che di genere, per come riesce a essere contemporaneamente dentro e fuori la temperie del suo tempo. Punto di arrivo terminale per la poetica del corpo iniziata dalla trinità Landis/Raimi/Carpenter, dissezionato e irriso mentre la società ne faceva uno status symbol, il film è allo stesso tempo un classico refrattario alle mode, un tentativo di fare una propria versione di Frankenstein mentre adatta un testo di H. P. Lovecraft, autore ancora oggi “infilmabile” nella sua poetica di un orrore più suggerito che mostrato, nonostante la portata cosmica del suo lavoro.

 

Re – animator

 

Certo, onestà impone di precisare che Herbert West, rianimatore è uno dei racconti più “terreni” del Solitario di Providence, e anche uno dei più sorprendenti per come devia dal classico pessimismo dello scrittore in favore di una prosa più divertita e incline al grottesco. Tutte caratteristiche che la trasposizione gordoniana sposa in pieno, oscillando così fra la pesantezza materiale del corpo morto e la levità dissacrante di chi manovra quegli involucri di carne con il piglio di un marionettista impazzito. Dal teatro Gordon riprendeva anche una certa tendenza all’autorialità condivisa, dove l’opera non è completamente frutto dello sforzo del regista, ma di una combinazione di talenti: il proprio, quello del produttore Brian Yuzna e quello della famiglia Band (Charles e il padre Albert) che distribuivano, senza dimenticare la sapienza attoriale di un Jeffrey Combs nel cui sguardo allucinato si ritrova tutto l’amore del regista per le ossessioni. Il viaggio nella filmografia successiva e più “nascosta” – il suo secondo lungo, From Beyond è ancora uno dei più evocati dagli appassionati che non lo rivedono dai tempi delle videocassette – lascia sempre correre sottotraccia una sottile ironia, ma nel complesso può considerarsi più seria, come a riappropriarsi di un nucleo tematico che forse nasconde motivazioni più profonde del semplice farsi notare. Nella fulminea apparizione in Eli Roth’s History of Horror, un Gordon sempre lucido ma ormai anziano riflette con ponderazione, lasciando risalire la sua ossessione per l’orrore alla scomparsa del padre a 14 anni e la resurrezione dei suoi “zombies” alla voglia inconscia di riportarlo indietro. È la possibile chiave interpretativa di un cinema che ha continuato a combattere per inseguire un sogno impossibile. Soprattutto un corpus d’opera che ha cercato sempre di non restare imbrigliato nelle pastoie di quello che lo stesso Gordon sintetizzava nel motto “No Guts, No Glory”, ovvero l’ammorbidimento delle tematiche, la vendita della propria umanità, in cambio del successo. Si spiega così insomma quel piglio di chi voleva fieramente sovvertire le leggi della materia, anche quando magari ci giocava soltanto, come nella saga di Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi (di cui ha diretto anche un episodio dello spin-off televisivo).

 

La fortezza

Ne consegue che, se l’horror è rimasto l’architrave fissa, attraverso continui ritorni, sempre ammantati dall’aura del classico (Il pozzo e il pendolo da Poe nel 1991, Dagon ancora da Lovecraft nel 1996), una filmografia come la sua, tutto sommato breve (appena 13 regie in 22 anni), è stata capace anche di altro. Ad esempio di trasbordare nella fantascienza. Accanto al poco visto Space Truckers o a quel velleitario Pacific Rim “ante litteram” che era Robojox, l’incursione sci-fi che affiancheremmo a Re-animator in un’ideale trilogia dei suoi migliori lavori è quindi 2013: La fortezza. Forse la cosa più vicina a un blockbuster che abbia mai diretto (girato in un parco della Warner Bros e distribuito dalla Dimension Film, all’epoca della Miramax), è un lavoro in cui azione e splatter si uniscono al ritratto distopico di una società ossessionata dal controllo delle nascite. Ovviamente un altro limite da superare. Infine, a testimonianza dell’ultima fase più orientata al dramma, terzo vertice del triangolo è Edmond, benedetto nel 2005 da un passaggio Fuori Concorso a Venezia e opera ancora una volta in grado di unire l’evoluzione artistica alla tendenza a guardarsi indietro. Gordon si affranca dallo splatter per strutturare un serio racconto sul perdersi in un’America che ha smarrito la propria umanità. La fonte è una sceneggiatura di David Mamet, che rinnova una collaborazione iniziata ai tempi del teatro (quando Gordon produsse alcuni lavori del drammaturgo), l’esito è garantito dal professionismo di un ispirato “magnifico perdente” William H. Macy che subirà un’autentica trasformazione nel corpo e nel ruolo, riverberando nelle sue esplosioni di follia l’ossessività dello sguardo di Herbert West. Quasi un Jeffrey Combs ormai maturato, ma ancora lacerato dalle pulsioni di chi vuole superare i limiti che il mondo gli impone.

 

Edmond

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