Fosse stato per lei, avrebbe fatto l’estetista. È un aneddoto che ricorda spesso, Ornella Vanoni: il destino, invece, l’ha indirizzata con mano felice prima alla recitazione teatrale sotto la guida di Giorgio Strehler (che le fu pigmalione e compagno), poi a una carriera da cantante tra le più fulgide
e variegate nella storia della musica italiana. Con quel suo timbro vocale così atipicamente sensuale (talvolta perfino esagerato nell’enfatizzare il birignao), e quella gestualità così svagata, l’artista milanese ha attraversato sei decadi di spettacolo mantenendo vivo il rapporto con il pubblico, attraverso una copiosa produzione discografica e una costante attività live. A 83 anni suonati (e portati con leggerezza), Ornella – reduce dall’ottava partecipazione a Sanremo, dove si è esibita insieme a Bungaro e Pacifico, fornendo peraltro una prestazione non indimenticabile – non ha comunque smarrito la voglia di calcare i palcoscenici per proporre La mia storia, show che mescola aneddoti di vita e canzoni, dosandoli con grande efficacia. Qui sopra la cover di Un pugno di stelle, il suo ultimo album uscito nel febbraio di quest’anno.

 

 

Ornella Vanoni e Gino Paoli

 

Ornella, tra le sue doti c’è l’ironia, che dispensa a profusione. Le ha mai creato problemi?

Parecchi, in verità. Purtroppo c’è un sacco di gente che non ha assolutamente sense of humour. Ora, non dico a livello mio, ma un po’ di ironia non guasta e fa vivere meglio…

 

Continua a divertirsi nei live?

Tantissimo. È il bello di questo mestiere: se non senti la gioia di essere sul palco, è meglio smettere. Ma un cantante vero non smette, perché si diverte sempre.

 

Ha scritto la sua autobiografia, Una bellissima ragazza, nel 2011. Dovesse riscriverla, la rifarebbe uguale?

La scriverei in un altro modo. Metterei in risalto i piccoli dettagli della mia vita che allora ho trascurato e che invece mi appaiono ricordi indelebili, che arrivano sotto forma di flash. Mi sono accorta che, alla fine, sono quelli che contano, che fanno davvero la differenza.

 

A livello professionale, nessun rimpianto?

Ho fatto talmente tante cose, che nei cassetti a prendere polvere non c’è rimasto praticamente nulla. Ma c’è un disco che avrei voluto fare con i caraibici, Tito Puente e compagnia: era tutto organizzato a New York, però una volta rientrata in Italia, la mia casa discografica non apprezzò e saltò tutto.

 

Mai avuto l’impressione di essere trascurata dal cinema?

Eccome. C’era un produttore che credeva nelle mie doti, Peppino Amato: era come un padre per me, non certo un amante che doveva accontentarmi. Morto lui, il cinema mi ha cercata poco e io, forse per timidezza, non mi sono mai proposta.

 

Di Sanremo 2018 che impressione si è fatta?

In questa edizione c’era molta musica, finalmente, e un trio affiatato di conduttori. Baglioni è stato
davvero bravo e anche spiritoso, ma spero che non lo rifaccia, e gliel’ho pure detto: le cose che riescono bene non vanno ripetute.

 

Quale canzone, tra le molte che ha interpretato, la rappresenta meglio?

Proprio quella che ho cantato all’ultimo Sanremo (Imparare ad amarsi, ndr). Il testo di Pacifico è
più preciso di una TAC: quella raccontata sono esattamente io. Amo molto Domani è un altro
giorno e L’appuntamento: ma più vai indietro nel tempo, più le canzoni sono dentro di te e
fluiscono in automatico, mentre nell’interpretare quelle nuove ci metti più passione.

 

La sua Milano è meglio oggi o quando esordì negli anni Cinquanta?

Milano offre molto: sotto il profilo culturale e artistico da un po’ di tempo è al top. Ma va troppo
veloce, è quasi isterica nel suo correre.

 

 

 

 

La mia storia: il tour del 2018

Perle d’autore e ricordi di vita, conditi da irresistibile swing e impareggiabile ironia. Ornella Vanoni
è atterrata il 24 marzo sul Gran Teatro Morato di Brescia come venisse da un altro pianeta: tempi e
modi legati a un’eleganza antica, ma un linguaggio soprprendentemente fresco per raccontare
frammenti di autobiografia musicale ed esistenziale. La struttura dello show è semplice e insieme articolata: le canzoni sono tappe di un lungo viaggio che in principio rispetta una parvenza cronologica, per acquisire poi un andamento sincopato, più che altro emozionale. Quando il sipario si apre tra gli applausi del migliaio abbondante di spettatori presenti, la band (piano, chitarra, cello, contrabbasso, batteria) attacca Ma mi, la più famosa tra le “canzoni della mala”, che segnarono il debutto canoro della Vanoni sotto l’egida di Giorgio Strehler, pigmalione e amante “che cambiò per sempre – ricorda ella stessa – la mia storia di ragazza di famiglia milanese perbene”. L’Ornella nazionale appare in camicia bianca su calzone nero e affronta il brano con piglio grintoso, come poi Le mantellate, che di fatto segna la conclusione di un rapporto sentimentale ed artistico che le andava stretto per aprire all’universo Paoli, forse l’amore più importante, certo un sodalizio musicale che ha prodotto non poche gemme. Non fosse cosa stranota, lo si capirebbe comunque da come la Vanoni dispone a specchio due capolavori firmati da Gino: Senza fine, dove lui dichiara “tu per me sei sole e cielo”; Che cosa c’è, dove lei risponde sussurrando “il mondo mio che è fatto solo di te”.
Per timbro, estensione e perfino potenza, la voce non appare lontana da quella dei tempi d’oro; vero che, a volte, scappa via senza preavviso: ma è peccato veniale, perché sono immutati attitudine, tenuta del palco, empatia. Che portano la Vanoni a giocarsi con disinvoltura i classici da interprete pura (L’appuntamento, Domani è un altro giorno) accanto a brani composti in prima persona (Rossetto e cioccolato) o condivisi, come Io so che ti amerò, realizzata in trio con Vinicius De Moraes e Toquinho. Da Sanremo 2018 porta in dote l’autobiografica Imparare ad amarsi, e c’è da dire che fuori dal calderone dell’Ariston è un pezzo che mostra un insospettabile cotè arioso. I numerosi tributi percorrono strade prevedibili (Vedrai vedrai di Luigi Tenco, Caruso di Lucio Dalla), ma riservano pure sorprese, quando vanno a scovare Fred Buscaglione o addirittura Amy Winehouse. E se c’è un Gaber tra i più ecumenici e convincenti (Destra-sinistra), non può mancare lo Jannacci esclusivo ed esplosivo di Vengo anch’io, no tu no. Si diverte un mondo la Vanoni, che tramuta in gag pure i piccoli incidenti di percorso; si diverte il pubblico, che infine si accalca ai piedi del palco, pregustando gli encore. Ne concede soltanto uno, Ornella, ma è di quelli che valgono una serata: rispolvera, caricandolo di sentimento, l’Endrigo immensamente malinconico di Io che amo solo te, congedo di gran classe per una serata di note saporite.

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