Quando Dario Fo era accusato di fiancheggiamento al terrorismo

dario-foSiamo un Paese senza un briciolo di memoria. Dopo la scomparsa di Dario Fo istituzioni, partiti e giornali hanno fatto a gara a rimpiangerlo, peccato che fossero più o meno gli stessi che lo hanno attaccato per decenni. Jacopo Fo, durante il funerale, ha giustamente sottolineato che suo padre è stato perseguitato, si è cercato di impedirgli di lavorare, al suo teatro non sono stati concessi spazi al punto che gli toccava rifugiarsi nella (occupata) Palazzina Liberty di Milano. Solo negli anni Novanta del secolo scorso è stato lasciato un po’ in pace, poi la vittoria del Nobel lo ha completamente sdoganato, lo ha reso un grande autore e attore agli occhi di tutti. Fo ha potuto lavorare perché il suo teatro viaggiava in parallelo con un movimento di massa, con la storia dei gruppi e delle lotte della sinistra. Di fatto i suoi spettacoli erano risolti principalmente dal punto di vista politico, molto spesso con formule, dove la complessità e la problematicità che il teatro crea nella distanza e nell’alterità del pubblico era annullata da un accordo ideologico con gli spettatori. La sua storia di uomo di teatro è sempre stata quella di un irregolare, e in quanti modi diversi, in quanti diversi contrappunti rispetto ai tempi che viveva ha saputo giocarsi la sua irregolarità. Si prendano Dito nell’occhio oppure Grande pantomina per pupazzi piccoli, medi e grandi, tanto per fare riferimento ai due spettacoli che hanno coinciso con i due maggiori momenti di rottura nella vita di Fo: quello nei primi anni Cinquanta con il teatro di rivista e quello del 1969 con le grandi platee borghesi. Non si può non notare la rigorosa unità di invenzione, quella cifra formale unitaria, quell’idea portante che da sempre sono il segno del suo miglior teatro.

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Nessuno come lui ha portato in scena l’aria malsana e irrespirabile degli anni Settanta e Ottanta. Ci voleva un coraggio enorme, che nessun’altro aveva, a raccontare quei tempi e quelle vicende: le lotte, Pinelli, il volto buio del potere, gli operai, Agnelli, il terrorismo, la repressione…Dario Fo ci ha provato scegliendo oltretutto la strada senza scorciatoie del teatro politico, rischiando in egual misura sul piano dell’estetica e su quello del codice penale. L’ha capito la grande stampa, che quando non l’ha ignorato lo ha attaccato con ipocrisia. Esemplare il caso di Clacson, trombette e pernacchie dove Fo, dopo un spettacolo, ha dato la parola ai parenti dei detenuti del supercarcere di Trani i quali hanno illustrato il massacro seguito alla rivolta del dicembre 1980. “Atto di terrorismo e fiancheggiamento” urlava il Corriere della sera mentre L’Unità non ci stava e si indignava denunciando “la violenza agli spettatori e agli stessi parenti”. Per Fo la ragione delle polemiche andava ricercata nel fatto che per moltissimi anni il suo teatro è stata l’unico forma esistente di teatro politico in “diretto contatto con le lotte e i problemi”. Forse per questo negli spettacoli di Fo si trova sempre il bisogno di rispondere e sistemare tutto, in Storia di una tigre e altre storie  l’intento della parabola è chiarissimo: restiamo uniti noi “sani” in questi tempi di droga e riflusso. Il suo è un teatro di situazioni perché:”ha  bisogno di maschere, non è un teatro di personaggi. Anche in  Clacson, trombette e pernacchie i personaggi quando si presentano non raccontano il proprio passato, la propria storia, sono maschere: c’è la maschera dell’operaio cinquantenne, della moglie, della ragazzina, del medico, del commissario”. A ben guardare si tratta di un progetto dove consolazione e ideologia camminano fianco a fianco. Sono maschere che non si rifanno alla Commedia dell’arte:”così come la concepiamo, cioè quella della Controriforma, io mi rifaccio a quella precedente, a quella dello Zanni che col discorso della disperazione mangia Dio: è il Ruzante, è quel minimo di consapevolezza, quella dimensione morale nel caos”.

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