hauer«La parte che ho avuto in Blade Runner è stata di certo difficile e sofferta, ma col tempo mi sono reso conto che quello è stato il ruolo per cui sono nato». Alla conferenza stampa del Trieste Science+Fiction Festival, dov’è ospite per ritirare il premio Urania alla carriera, Rutger Hauer parla ovviamente del film di Ridley Scott che ha fatto di lui un’icona indimenticabile del cinema di fantascienza, che ancora oggi mantiene intatto tutto il suo fascino e la carica esistenzialista. Si apre a ricordi e aneddoti sulla lavorazione del film – lui stesso cita a questo proposito il documentario BBC Dangerous Days quale ricca fonte di dettagli -, ma racconta anche  dell’esperienza con Ermanno Olmi, dei suoi progetti attuali e del rapporto con Paul Verhoeven, con il quale ha iniziato la carriera di attore recitando in film come Fiore di carne e Spetters«Recitare per me è una gioia e un divertimento», spiega l’attore olandese, che ci tiene a sottolineare come nel suo mestiere preferisca affrontare le sfide anziché le cose semplici, «quelle le lasciamo ai morti», chiosa secco col sorriso sardonico sulle labbra. «Se c’è una cosa importante che ho imparato dall’esperienza di Blade Runner è che quando sul set il lavoro si complica e si verificano problemi, le cose diventano più interessanti. Se lavoro ad un film sono sempre in attesa che si presenti qualche intoppo da risolvere. I film fatti con difficoltà hanno qualcosa in più, un valore aggiunto». Quello del biondo replicante Roy Batty resta il ruolo cardine della sua carriera, così come il leggendario monologo che introduce la morte del personaggio: «In origine, per quella scena, lo script prevedeva un dialogo molto lungo e drammatico. Con Ridley decidemmo alla fine di tenere solo l’ultima parte, poche parole poetiche che contenevano concetti solo suggeriti all’interno del film, e che riuscirono a dare alla scena quell’effetto indimenticabile»Tra i ricordi più belli sul set, dice Hauer, c’è il volo della colomba bianca: «Fu una mia idea quella di tenerla fra le mani per poi lanciarla, ma le condizioni difficili sul set l’avevano infreddolita e non voleva saperne di volare. Per risolvere questo intoppo e ottenere una sequenza evocativa ricorremmo allora alla “magia” del montaggio».
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Del cinema italiano, ammette, ne sa poco o nulla. «La mia conoscenza si ferma a Fellini», dice Hauer che racconta del rapporto con Ermanno Olmi e di quando nel 1989 recitò in La leggenda del santo bevitore, Leone d’Oro alla Mostra del cinema di Venezia. «E’ un film fantastico che mi ha toccato l’anima. Ermanno mi vide in tv durante una mia intervista per il film The hitcher, e volle incontrarmi per offrirmi la parte. Lavorare con lui non fu semplice all’inizio perché avevamo bisogno di un interprete. Mi disse di considerare il ruolo come quello di un film d’azione che avveniva tutto nel mio animo». L’improvvisazione e il riferimento al romanzo dal quale era tratta la pellicola furono alla base del lavoro insieme: «Lui non dirigeva film ma sinfonie, e anche quando sul set poteva sembrare distratto, era in realtà consapevole di tutto quello che stava succedendo, non gli sfuggiva nulla. Ci siamo ritrovati anni dopo per il suo Il villaggio di cartone, film visionario e importante per l’Italia sul tema della migrazione». Tornando agli esordi in Olanda, quando il rapporto intenso con Verhoeven dette vita a un cinema ruvido e provocatorio, Rutger Hauer non manca di rimarcare come quella «fu una stagione indimenticabile e meravigliosa del nostro cinema, qualcosa di unico. La sua eco toccò anche l’America, dove Fiore di carne, candidato all’Oscar per il film straniero, fu però considerato pornografia da diversi giurati». L’oggi parla di un film di Luc Besson, Valerian and the city of a thousand planetsambientato nel ventottesimo secolo, in sala nel 2017: «Ho fatto un piacere ad un regista amico, con l’occasione di incontrare finalmente Ethan Hawke, col quale ci eravamo già sfiorati altre volte. Ho appena terminato una sceneggiatura, se avrò la fortuna di farne un film mi piacerebbe coinvolgerlo nel progetto»Ma la domanda alla quale non poteva certamente sottrarsi riguarda il sequel di Blade Runner, in arrivo nel 2017 a firma di Denis Villeneuve: «Un’operazione di poco senso». Lapidario, sintetico, impietoso.

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