Nata il 19 luglio 1929 a Candon, dipartimento di Gers, nel Sud della Francia, da padre della Guadalupa e da madre francese, Sarah Maldoror è scomparsa il 13 aprile 2020 a Saint Denis all’età di 90 anni, stroncata dal Covid 19.
Quella di Sarah Maldoror è un’opera tra le più politiche e militanti della storia del cinema delle Afriche. Un cinema politico in stretto dialogo con la memoria e la Storia. Una filmografia lunga più di quarant’anni e composta di film di finzione, documentari, film per la televisione, cortometraggi, mediometraggi e lungometraggi realizzati, nel corso del tempo con formati diversi, a partire tra il 1968 e la prima decade del nuovo secolo. Testi narrativi e ritratti di artisti, connotati dalla militanza rivoluzionaria e dall’impegno di testimoniare le lotte di liberazione del popolo africano. Dallo sguardo della regista hanno preso forma immagini che sono pennellate, in bianconero o a colori, per tele dipinte che mettono in agitazione i sensi. Fin da subito. Dal folgorante esordio Monangambee (1968), cortometraggio in bianconero che anticipa, per temi e ambienti, Sambizanga (1972), a colori, suo esordio altrettanto esplosivo (e il suo lavoro più famoso) nel lungometraggio. Due film tratti da altrettanti testi della produzione letteraria dello scrittore angolano Luandino Vieira. Due film in “sovrimpressione”, che esprimono l’ostinazione e la rivolta di fronte ai sistemi di una dittatura, che affrontano la questione tra colonizzati e colonizzatori (Monangambee) e la lotta del movimento di liberazione angolano attraverso il punto di vista e l’inesauribile determinazione di una donna il cui marito è morto di tortura in prigione. Pur non essendo angolana, Maldoror legò il suo nome al debutto di quella cinematografia con opere indispensabili e ancora oggi tra i capolavori filmici di un intero continente.

 

 

Sarah Maldoror inizia la carriera occupandosi di teatro. Nel 1956 fonda “Les Griots”, prima compagnia composta di attori africani e afro-caraibici. Sciolto il gruppo, nel 1961 si reca a Mosca a studiare cinema, negli studi Gorki, sotto la direzione di Mark Donskoj. Saranno poi gli anni dell’impegno politico in Guinea, Algeria, Guinea Bissau, Angola. L’Angola è corpo presente a più riprese nella sua opera e nella sua vita (sposò il poeta angolano Mario de Andrade, fondatore del Movimento per la Liberazione dell’Angola e primo presidente del paese). Ma Maldoror ha lavorato anche in Martinica, a Parigi, sempre pronta a testimoniare con la macchina da presa una appassionata militanza politica, impegnata a trasportarla in immagini combattenti. La repressione militare, il ruolo della donna nella società e nella guerra, ma anche ritratti di pittori, scultori, cantanti, poeti e una serie di documentari per il Ministero degli Affari Stranieri della Francia compongono la filmografia di quest’autrice. Monangambee rimane esemplare perché contiene sia alcuni aspetti che saranno sviluppati in seguito sia la definizione di uno sguardo che pone particolare attenzione all’uso dei dettagli e del bianconero. Tra questi ritratti vanno ricordati Aimé Césaire, le masque des mots (1986) e Léon G. Damas (1994). Il primo mette in relazione cinema, letteratura e poesia nel documentare un convegno sulla “négritude” e sull’attività politica e poetica di Césaire creando un’armonia fra fonti diverse che convivono in ogni fotogramma. Nel secondo si assiste al recupero della memoria caraibica attraverso le parole dei poeti (Damas, Léopold Sédar Senghor, Césaire), letture, recite, improvvisazioni di poesie, interviste a studenti, e le immagini di luoghi da scolpire, ancora una volta, nel bianconero e in una durata breve ma espansa in cui il cinema di Maldoror si manifesta in tutta la sua essenza teorica.

 

 

Documentario che sfugge ai codici, Léon G. Damas rappresenta, nella filmografia della regista, un’ulteriore deviazione visiva e geografica necessaria per ribadire estetiche e militanze. Si pensi anche a Des fusils pour Banta (1971), Fogo, île de feu (1977) e Un carnaval dans le Sahel (1977), girati per il governo di Capo Verde; a Un dessert pour Constance (1981), sui lavoratori africani emigrati; a Un homme, une terre: Aimé Césaire (1977), già intorno all’attività politica e poetica dell’autore; a La tribu du bois de l’e (1998), in cui Maldoror filma un luogo-museo creato nell’isola della Réunion incastrando in un limpido quadro a più strati disegni, murales, concerti, installazioni, tracce di memoria coloniale. Nella durata breve il suo sguardo è ancor più preciso e, all’interno di questa lucidità figurativa, aperto alla contaminazione. I suoi testi corti-medi sono dunque significativi, esplorano il “luogo” privilegiato di ricerca che si identifica in durate diverse dal lungometraggio, si situano in una dimensione formale rigorosa, accolgono immagini essenziali che vivono le mutazioni delle arti visive. Il pensiero di Sarah Maldoror è semplice, diretto, preciso. «Sono convinta che il cinema sia un’arte del presente, la sola arte dove bisogna vivere con il suo tempo. Penso che la cultura del domani non sarà rappresentata da un libro, ma dipenderà dai nuovi media. Per questo adesso bisogna prendere d’assalto la televisione. Bisogna restare attenti», ricordava nel 1995 in un’intervista a “Écrans d’Afrique”. Sul sito di “Africultures” si può leggere l’intervista a Sarah Maldoror che le fece Olivier Barlet nel 1997 (http://africultures.com/entretien-dolivier-barlet-avec-sarah-maldoror-guadeloupe-2493/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=465).

 

 

Qui sotto si può vedere il bellissimo Sambizanga.

 

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