Stefano Benni, che si svela nel film Le avventure del Lupo di Enza Negroni, in un lungo viaggio attraverso i luoghi dell’anima, ama raccontarsi e  raccontare il suo mondo interiore e quotidiano, fatto di letture, umorismo, studio, esperimenti e persone. “Non volevo fare il documentario dello scrittore che dice la sua su tutto il mondo – dice a proposito del film – Volevo raccontare la storia dei posti che mi hanno ispirato, degli amici che mi hanno dato tanto e da cui ho imparato. Però sono rimasti fuori anche tanti nomi, come Fofi perché lui è un orso grizzly e, tra i musicisti, Paolo Fresu. E poi ci sono delle persone che non sono famose ma che per me sono importanti”. Sulla sua breve carriera da regista dice: “Io non ero capace di fare il cinema, e non lo sono ancora adesso. Ma con me c’era Umberto Angelucci, una persona molto importante che purtroppo non c’è più che. Lui ha lavorato con Pasolini e mi ha aiutato a fare questo film molto sghembo e insolito, Musica per vecchi animali che purtroppo è stato completamente sabotato dalla distribuzione. Non era un capolavoro ma per i tempi era un film strano. È stata un’esperienza bellissima perché ho lavorato con Pasqualino De Santis, che mi ha fatto capire cosa sia la luce cinematografica, e con Dario Fo. Il fatto che il film abbia avuto una vita più da cineclub mi ha fatto capire che io non ho una forza contrattuale nel mondo del cinema. Certamente meritava di andare in sala regolarmente, ma in Italia tanti film, anche migliori del mio, non riescono ad arrivare alla sala. Questo mi addolora molto ed è ciò che mi tiene lontano dal cinema. Quando entro in libreria ci sono tanti libri che hanno tutti una loro vita, mentre i film sono sempre pochi. E questo non mi piace. Credo, tuttavia, che un po’ di colpa sia anche dei registi, che sono avidi. Nel cinema o hai fortuna o sei Kubrick. Al contrario, nella letteratura e nel teatro, se lavori hai delle buone probabilità di far vedere il risultato del tuo lavoro. Tutti i miei libri, però, sono cinematografici, ma io ho una fantasia molto costosa. Io penso che alcuni miei film sono delle belle sceneggiature, come Pantera, dove c’è unità di azione e di luogo, e non sarebbe difficile trasporto al cinema”.

 

 

A proposito dei “miti cinematografici”, Benni cita Totò e John Belushi, che cita come eroi del comico. “Ma mi interessa anche la fase del cinema muto. Ammiro Stanlio e Ollio, li studio per capirli in profondità, e poi c’è Totò che per me è una divinità. Tutto quello che c’è da imparare nella comicità è contenuto nelle contraddizioni, nelle imprevedibiltà di Totò. E, infatti, non ce n’è uno uguale”. E Fellini? “Fellini è come l’amico di casa in quanto emiliano. È sempre stato per me lo zio buono, lo zio poeta. Ma non mi ha mai sconvolto, perché quel tipo di poesia io la invidio ma la conosco. È un meraviglioso giocattolo, ma non conosco a memoria i suoi film. Tutte le volte, però, che vedo un film di Kubrick, ne esco sconvolto. Ancora adesso io mi interrogo su Kubrick, come se la sua opera continuasse a parlarci”.“Sono amico di Goffredo Fodi e lui mi racconta tante cose sul cinema che non so mai se sono vere o false. In ogni modo, a proposito di Kubrick mi ha raccontato che quando ha scelto Jack Nicholson per interpretare Shining questi era intimidito e chiese al regista se avrebbe potuto fare le sue solite smorfie e Kubrick gli disse di sì, perché il suo personaggio era quello di un clown e i clown fanno paura. “A chi mi devo ispirare” gli chiese ancora Nicholson e lui gli disse: “Guardati Oliver Hardy” e se fate attenzione, in Shining ci sono espressioni uguali a quelle di Oliver Hardy. Che vicinanza meravogliosa c’è tra genialità e comicità! Per me è stata una scopera capire che Kubrick aveva un senso del comico straordinario”.

 

 

Sulla sua predilezione per il reading spiega:“Sono diventato lettore perché ci sono dei libri che amo talmente tanto che leggereli a voce alta e farli ascoltare alla gente per me è una specie di ringraziamento. Per questo mi dedico ai reading, tanti anche con Alssandro Baricco, perché credo che quando si parli di libri è bello dire ‘io te lo leggo e se ti piace lo compri’. Così è stato per Gadda, ad esempio. Quando portavo in giro il reading di Quel pasticciaccio brutto di via Merulana si vendevano poi molte copie del libro. Il reading è per me una forma molto dura di teatro perché in scena ci sei solo tu e il testo e nulla va sprecato. Quando ho deciso di fre una lettura di Lolita, tutti mi dicevano che non era possibile, che Lolita non si può leggere. Invece io lavorandoci due anni, trovando 25 brani da estrarre, sono riuscito a portare in scena questo libro difficilissimo”. La scena letteraria non la frequenta: “Non ho molti amici tra gli scrittori perché non frequento l’ambiente, io preferisco frequentare pescatori, attori, operai. Ma frequento Daniel Pennac perché anche lui ha un rapporto con la letteratura giocoso e gioioso. È uno che non si prende molto sul serio, con lui non parlo molto di libri, ma amiamo parlare di cibo, ad esempio. E ora anche lui ha scoperto come sia bello leggere i testi dei grandi scrittori”.

 

 

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