Non un biopic in senso classico, ma un film che si sofferma su cosa succede dopo che un personaggio è stato al centro delle scene per lungo tempo. È Nico 1988, incentrato su Christa Päffgen, in arte Nico, musa di Andy Wharol e icona di una generazione, il film di Susanna Nicchiarelli che ha aperto la sezione Orizzonti e che sarà distribuito da I Wonder Pictures dal 12 ottobre. Ecco le dichiarazioni della regista in conferenza stampa.

 

 

Una parabola al contrario

Mi interessava il contrario del cliché del biopic che normalmente contempla l’ascesa e poi la caduta. Studiando Nico mi sono resa conto che la parte più interessante era quella che è venuta fuori dopo l’epoca più conosciuta dei Velvet Underground, dell’icona, della modella. Mi sono resa conto che questa donna era diventata poi un essere umano estremamente interessante, sia come artista sia come persona, anche rispetto agli errori o agli inciampi commessi nel passato, per esempio nel rapporto con il figlio. Mi attirava l’idea di fare un biopic al contrario, intanto raccontando solo una parte per raccontare il tutto. Il più delle volte trovo i biopic noiosi o prevedibili perché hanno la pretesa di raccontare tutto e forse le vite delle persone, se si raccontano dall’inizio alla fine, si somigliano un po’ tutte. Invece raccontandone un pezzo volevo raccontare il personaggio. L’altra cosa che mi ha attirato di Nico e della sua carriera è quello che è diventata negli anni 80, una donna che ha seguito il suo percorso artistico con la sua piccola band e lo portava in giro con coerenza, girava per questa Europa degli anni 80 che adesso sembra così distante, in realtà non lo è così tanto, ma lo sembra. Per questo il titolo 1988 perché il film si chiude alla vigilia della caduta del Muro di Berlino e alla vigilia del cambiamento.

 

Luci spente

È più facile e più divertente ricostruire il percorso di un artista quando i riflettori si spengono perché si hanno meno immagini e quindi le immagini le fai tu, la nostra Nico ce la siamo costruita noi. Mi sono basata sulle testimonianze, i racconti, soprattutto quelli del figlio, ma più di tutto ho ascoltato la musica di Nico e ho cercato, attraverso questa musica, di capire il personaggio. Quindi con Trine Dyrholm, l’attrice che la interpreta, siamo state molto libere, non abbiamo imitato il personaggio, ma abbiamo fatto la nostra Nico proprio perché era lontana dai riflettori. Per quanto, invece, riguarda l’icona ho scelto di usare il materiale di repertorio di Jonas Mekas proprio perché di suo è un materiale già corrotto, rovinato, è il suo stile. Gli ho scritto una mail e Jonas Mekas, che ha più di novant’anni, mi ha permesso di usare il suo materiale, anche se, ha detto, «io ho pochissimo di Christa». Per me andava benissimo così perché volevo lavorare su questi frammenti per la parte più conosciuta e più nota di Nico, mentre per la parte meno vista abbiamo lavorato creativamente insieme.

«Sono stata in cima e ho toccato il fondo ed entrambi i posti erano vuoti»

È una frase che Nico ha detto realmente. Non c’era in sceneggiatura, poi con Trine abbiamo deciso di inserirla risentendo le interviste. Credo che descriva il personaggio ed è il motivo per cui mi è piaciuta subito la Nico delle interviste, non solo la Nico della musica, perché era una persona molto disincantata, spiritosa e cinica e non aveva nessun rapporto nostalgico con l’epoca in cui era stata famosa, non idealizzava minimamente quel tempo. Un’altra battuta che amo molto di Nico, e che ho messo nel film, è quando le dicono: «Gli anni 60 devono essere stati il periodo migliore della tua vita», e lei risponde: «Prendevamo un sacco di LSD». Quella battuta a me piace molto perché dissacra e visto che a me interessa il rapporto con il passato – è un tema che affronto sempre – il fatto che Nico fosse così distaccata da un passato che per tutti è mitico tranne che per lei è una delle cose che mi hanno più colpito.

 

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