Onde è una delle poche selezioni di festival che ti sorprende sempre con cinema fuori misura (per modalità estetiche e intenti autoriali),  propone alternative stimolanti a chi non regge più il cinema mainstream e sfida lo spettatore sul terreno della ricerca. Ne abbiamo parlato con Massimo Causo, responsabile della sezione, che per il 2018 è partito da “un interrogativo che verte sulle responsabilità degli eventi reali, dei sogni, della creazione artistica, delle azioni quotidiane, delle attese insignificanti e delle grandi aspettative di fronte a un’umanità che si rispecchia in se stessa e nel proprio tempo”.

 

Su quali coordinate si muove quest’anno la selezione di Onde?

Onde cerca anche quest’anno di stabilire un contatto tra la quotidianità dello spettatore e la sua intima straordinarietà. Tutto sommato quello che ci interessa come spettatori critici che vanno in avanscoperta rispetto agli sguardi già accreditati, è far entrare in relazione l’esperienza quotidiana della narrazione, di cui siamo ormai tutti soggetti iperattivi, con la prassi di un cinema che invece rende speciale, differente, se vogliamo anche straordinario il dire filmico. I film di Onde incarnano tutti “grandi narrazioni”, spinte a forza di specificità espressive nei territori di una ricerca che, in fin dei conti, in un’epoca in cui lo spettatore infantilizzato vuole vedere sempre lo stesso film, è l’unica possibilità per definire un futuro, immaginare una novità.

 

Mi pare che una parte del cinema che hai scelto si interroghi sul posto dell’artista nel mondo. E’ una domanda che ha sempre senso?

Direi che ha sempre più senso, proprio perché viviamo in un mondo in cui la produzione di senso è finita sommersa sotto il senso della produzione, rischia di soffocare sotto l’ammasso di artefatti espressivi che quasi ogni individuo produce senza nemmeno più rendersene conto. Molti dei film che abbiamo quest’anno in Onde stanno proprio su questo punto critico, lo sviluppano interrogandosi sul ruolo che resta alla funzione coscienziale dell’artista. E la risposta a questo interrogativo verte soprattutto sul valore: il valore della vita, della narrazione, della relazione, delle emozioni… Il posto dell’artista nel mondo è il posto dell’uomo che si pone domande.

 

Come si può o come si devono affrontare le 14 ore di La Flor dell’argentino Llinás?

Ecco, per l’appunto: La Flor (che condividiamo con la sezione Festa Mobile) è l’oggetto straordinario che solleva esattamente questo tipo di questione e la impone allo spettatore, chiedendogli di accettare lo sforzo estremo. È la negazione della serialità, cui ormai la gran parte degli spettatori è soggetta, praticata attraverso la sua imposizione. Ma la cosa straordinaria di un progetto come quello di Mariano Llinás è che lui ha deciso di infrangere le regole della continuità, di prendere quattro attrici e inserirle in un film che è composto da più film, spingendole ad essere
corpi narrativi di più narrazioni giustapposte che attraversano ogni forma del dire cinematografico: dalla spy story al mélo, dalla fantascienza all’horror gotico, sino all’astrazione poetica pura. La Flor è il punto di contatto tra la teoria della narrazione (a partire dalla sospensione dell’incredulità coleridgeriana) e il piacere del racconto: va affrontato ad armi basse, non come una sfida, ma come un abbraccio al quale abbandonarsi. Noi ci eravamo già arresi al cinema di questo narratore argentino esattamente dieci anni fa, quando presentammo in Onde Historias Extraordinarias, il suo progetto precedente, altro labirinto, quello lungo appena narrativo di 4 ore…

 

Desta molta curiosità Dream of a City di Manfred Kirchheimer. La città si fa personaggio?

Dream of a City è per certi versi l’esatto opposto di La Flor: fa implodere la narrazione di una città (i suoi quartieri, i cantieri, le strade) in 40 minuti di immagini girate dal suo autore sul finire degli anni ’50, in una New York in cui era arrivato 15 anni prima dalla Germania, in fuga dal nazismo. Oggi ha 87 anni, insegna cinema dopo aver lavorato come documentarista, e raccoglie le immagini di una città sinfonica, che è corpo espanso di un rapporto vitale tra sfondo e figure, tra strutture e movimento. Su tutto la musica (Sostakovic, Debussy) a comporre quasi una rapsodia gershwiniana.

 

 Cosa unisce Villaverde su De Bernardi e De Bernardi alle prese con Euripide?

Teresa Villaverde viene da un cinema, da un film come Colo (che avevamo in Onde lo scorso anno), in cui la famiglia è il corpo livido di una società spaventata, persa in se stessa, raggelata nelle sue paure e nei suoi problemi. Ho l’impressione che Teresa abbia giustamente cercato nel confronto con Tonino De Bernardi la rassicurazione di un rapporto possibile tra vita e cinema, le coordinate di un calore che, nella sua scintillante problematicità, trovi risposte e offra certezze. Quelle certezze critiche che lo stesso Tonino ritrova nella Grecia d’oggi in cui filma la sua Ifigenia in Aulide. L’impossibilità di separare il vivere e il filmare, la consapevolezza di dover annullare questo iato, è il debito che oggi abbiamo tutti con Tonino De Bernardi.

 

Cosa dobbiamo attenderci dal cinema italiano di Onde?

C’è un altro grande autore del nostro cinema più avanzato, Luca Ferri, straordinario giocoliere del rigore espressivo, geometra dell’intuizione che libera la mente e lo sguardo nelle sue strutture simmetriche, nella pulsione ordinativa che impone alle sue figure astratte. In Dulcinea reinventa l’idealità d’amore di Don Chisciotte nella sottomissione feticistica.

Dulcinea di Luca Ferri

 

 Onde ha spesso portato alla ribalta autori sconosciuti. Chi dobbiamo tenere d’occhio nell’edizione 2018?

Abbiamo il rumeno Radu Jude (I do not care if we go down in history as barbarians) e il catalano Isaki Lacuesta (Entre dos aguas), entrambi selezionati prima che con i loro film andassero a vincere rispettivamente Karlovy Vary e San Sebastian, confermando un cammino che del resto avevano già iniziato con rilievo. Poi ci sono i due film asiatici che mi sembra esprimano due personalità molto forti, dallo sguardo determinato: il cinese Jie Zhou con Blue Amber e la sudcoreana Gyeol Kim con Nothing or Everything sono due esordienti che, se avranno modo di esprimersi adeguatamente, potranno darci molto. E poi c’è un grande filmmaker turco, Gurcan Keltek, che porta in Onde 35′ di
cinema straordinario: Gulyabani, anche più bello del pur eccezionale Meterolar col quale pure si era già fatto notare.

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