far_from_the_madding_crowd_4-620x412 Thomas Vinterberg  (Festen – Festa in famiglia, Il sospetto), racconta con La comune le utopie e i sogni degli anni Settanta. Uno sguardo complice e nostalgico su un periodo che conosce bene:” “Dai 7 anni fino ai 19 ho vissuto in una comune. Ho ricordi meravigliosi. Un momento della mia esistenza esaltante e gioioso, zeppo di passioni, amori, tragedie, rabbia. Da bambino mi sembrava di vivere in una fiaba.” Il film è un omaggio sentito e ironico a una generazione che ha provato a vivere i propri ideali. Anna (Tryne Dyrholm, premiata alla Berlinale 2016 come migliore attrice) ed Erik (Ulrich Thomsen) sono una coppia di intellettuali, un architetto e una giornalista televisiva, che intorno al 1975 decide di aprire una comune insieme a un gruppo di amici nella loro enorme casa di Copenaghen.

 

 

I miei genitori

 

Penso che la generazione dei miei genitori, quella che racconto nel film, ha fatto dei tentativi, si è messa in gioco. Volevano scappare dalla mediocrità e trovare nuove strade. Ho tentato di fare un film che facesse fare i conti col passato: qualcuno potrebbe trovarlo nostalgico, ma io sono cresciuto in ambiente simile e ne sento la mancanza. Sullo sfondo rimane anche la questione del tempo che passa, ineluttabile. Che si invecchia, che il corpo decade, che presto o tardi dobbiamo confrontarci con le delusioni e la morte.  Era un’epoca generosa, si condivideva tutto e chi aveva più soldi pagava i conti. Dieci anni dopo, nell’85, al bar si ordinava acqua minerale e conti separati. Un’epoca era finita. La condivisione è stato sostituita dall’individualismo, la libertà individuale e l’ossessione della privacy.

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Chi sono

Sono un gruppo di persone che vogliono vivere a pieno la vita, che è fatta anche di difficoltà, imprevisti. Ma sono uniti e ce la fanno ad andare avanti. Per me è  questo è un grande risultato. Il personaggio di Erik è il classico risultato dei conservatori Anni Cinquanta: vuole ribellarsi al padre. In realtà “diventa” presto in suo padre: è quello che succede a tutti in fondo. Ci ribelliamo ai nostri padri, ma finiamo per assomigliargli in modo impressionante. Con il mio cinema e anche con La comune tento di rimanere in equilibrio fra dramma e commedia. Il mio primo obiettivo è lavorare sempre su personaggi tridimensionali, reali.

 

Un coro greco

Era mia intenzione che i personaggi si muovessero, fossero percepiti, che ricordassero un coro greco. Che commentassero ciò che avviene, che discutessero dei problemi. Volevo che si muov2the-communeessero insieme, mi piaceva molto l’idea del gruppo in movimento, il dinamismo. Alla fine appaiono come una sorta di rock band della quale tutti vogliono fare parte e non solo dei singoli individui. Sono costretti a rischiare, a mettersi in gioco. In una comune ci si poteva perdere e se non eri un buon parlatore rischiavi di venire emarginato e di affondare.

 

La comune Dogma

In effetti l’esperienza Dogma può essere vista come una sorta di comune. I miei colleghi e amici però non mi mancano perché continuiamo a vederci: Lars Von Trier mi ha fatto visita mentre montavo La comune e per un po’ siamo stati insieme. Ci mandiamo le sceneggiature, scambiamo le idee, vediamo i nostri film, ci conosciamo molto bene. Direi troppo bene,  siamo anche stati nudi uno davanti all’altro, in un certo senso la nostra è ancora una comune. Penso che tutto sia finito quando siamo stati applauditi al festival di Cannes: se ricevi il consenso, la rivoluzione è conclusa, sei stato accettto e inglobato. Da quel momento il nostro Dogma è divenuto un marchio. Si è un po’ svuotato, ma è naturale, la ribellione ha a che fare con la giovinezza, e nessuno di noi è più giovane.

 

Io e la Danimarca

Mi vergogno di essere danese e della politica del mio paese. Trovo criminale e umiliante la norma approvata su prelievo ai migranti che arrivano nella nostra terra. Non ho mai fatto cinema politicamente corretto, ma sarei  molto felice se La comune esortasse le persone a condividere, a rispettare gli altri.

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