Antropolaroid2 Attore e regista tra i più interessanti della sua generazione (è nato nel 1978), Tindaro Granata ha una naturale propensione al racconto. Basta leggere la biografia sul suo sito per essere catapultati in un racconto avventuroso. Oltre a essere attore e regista, è direttore artistico di Proxima Res, al cui lavoro Atir – Teatro di Ringhiera ha appena dedicato un focus presentando tre spettacoli andati sold out (Antropolaroid, Invidiatemi come io vi ho invidiato, entrambi scritti, diretti e interpretati da Tindaro Granata e La locandiera di Andrea Chiodi). Due cose colpiscono negli spettacoli di Tindaro Granata: la prima è che sono costruiti a partire dal cinema (per il montaggio, le citazioni esplicite di capolavori soprattutto del cinema italiano, l’atmosfera…), la seconda è che arrivano dritti al cuore perché lui è senza pelle, si mette a nudo davanti al suo pubblico e non teme di raccontare le vicende della sua famiglia (come succede in Antropolaroid) o di affrontare in maniera profonda argomenti che sono tabù (la pedofilia in Invidiatemi come io vi ho invidiato) o di scottante attualità (la stepchild adoption in Geppetto e Geppetto, il nuovo spettacolo che debutterà al Festival delle Colline Torinesi nel mese di giugno). Un artista sincero, ma soprattutto un talento puro. Lo abbiamo incontrato.

 

 

Partiamo dalla tua biografia. A leggerla sembra di essere in un racconto di Dickens.

Sì, sembra inventata, ma è tutto vero. A 16 anni, in maniera molto casuale, ho capito che avrei voluto fare l’attore. Ero alle superiori e l’insegnante ci voleva far leggere dei libri. Odiavo leggere e la prof. mi disse che avrei potuto raccontarle i film anziché i libri. Fu lei che mi spinse ad appantropolaroid5assionarmi a qualcosa. A scuola avevamo una cineteca con tutto il neorealismo italiano. Me ne sono innamorato ed è lì che ho capito cosa avrei voluto fare nella vita.

 

Quindi il cinema è stato fondamentale nella tua formazione…

Sì, tutto ciò che faccio ha come riferimento il cinema, non c’è niente di teatrale. Non ho fatto nessuna scuola di teatro né ci sono andato da ragazzo perché all’epoca non c’era l’usanza di andarci con la scuola. La prima volta che sono entrato a teatro è stato al Sistina a 22 anni a vedere Forever Tango, quindi nemmeno uno spettacolo teatrale, ma di tango.

 

Comunque non è stato facile per te fare l’attore.

I miei genitori non erano molto contenti. Dopo il diploma, me ne andai a Taranto e mi imbarcai su una nave perché all’epoca c’era ancora il servizio militare obbligatorio, quindi per un anno ho fatto il marinaio su un pattugliatore d’altura, la Nave Spica. Appena mi sono congedato ho iniziato a fare diecimila cose, lavoravo come commesso in un negozio di scarpe a Fontana di Trevi e di sera seguivo dei corsi di citazione. Un giorno un amico mi disse che doveva fare un provino importante, lui non andò e mi presentai io. In sala c’era Massimo Ranieri. Cercavano un napoletano, quando dissi che ero siciliano, mi volevano mandare via, ma Ranieri mi chiese se avevo qualcosa nel mio dialetto. Gli feci Il pesce spada di Domenico Modugno però recitato, non cantato, e lui mi scelse: avevo 22 anni. Da lì poi ho iniziato a fare l’attore come scritturato (con un’interruzione di oltre due anni, per un’operazione al ginocchio che mi ha costretto a ricominciare un’altra volta da capo.)

 

E quando hai deciso di diventare anche regista e drammaturgo?

Nel 2010 partecipai a un laboratorio con Cristina Pezzoli a Granara. Ognuno di noi aveva il compito di fare un’antropolaroid, cioè raccontare se stesso da dove aveva memoria – quindi partendo dalla propria famiglia – per farsi conoscere agli altri 40 partecipanti. L’idea era di fare un lavoro sull’Unità d’Italia. Mi sono chiuso in camera e in una notte ho scritto tutta la prima parte che è rimasta così com’è nello spettacolo, non ho cambiato nemmeno una virgola. Partecipai poi a un concorso, la Borsa teatrale Anna Pancirolli, dove presentai questi primi venti minuti, arrivai in finale, vinsi una menzione speciale e da lì diventò spettacolo che ha iniziato a girare. Siamo arrivati a circa 180 repliche, mi reputo fortunatissimo perché mi sono arrivate grandi soddisfazioni sia da parte della critica, sia da parte del pubblico.

Antropolaroid

In Antropolaroid interpreti tutti i personaggi della tua famiglia e ti fai tu stesso cantore restituendo una tradizione orale antichissima.

Praticamente ho preso – anche se ovviamente è solo una minima parte – i racconti che mi faceva mio nonno e ho cercato di metterli in linea diretta con tutti gli episodi più importanti della mia famiglia per raccontare una storia che fosse quella di una famiglia universale. Mio nonno – che era uno scultore del legno autodidatta – era analfabeta e quando ci si ritrovava la sera mi raccontava tutte queste storie, oppure a tavola, in occasione delle feste, iniziava a raccontare e lo faceva in un modo molto particolare. A posteriori, quando sono cresciuto, ho capito che quella roba lì era il cunto siciliano. Lui da analfabeta, istintivamente e in una maniera arcaica, riproponeva quello che poi la cultura contemporanea ha acquisito come forma d’arte, ma si trattava di una tradizione orale e contadina. E quando raccontava di una certa signora non faceva la voce della donna, ma bastava uno sguardo, io capivo e dentro di me si aprivano dei mondi di fantasia pazzeschi.

 

Antropolaroid3Hai quindi usato la tecnica che usava tuo nonno.

Sì, né più né meno. Ciò che diverge, rispetto al cunto tradizionale siciliano è che io non racconto le vite e le vicende dei personaggi, non sono narratore, ma faccio i personaggi che parlano tra di loro, quindi lo spettatore vede la storia, vede quello che è accaduto, non gli viene raccontato. Nello spettacolo ci sono soltanto due momenti molto ristretti in cui divento narratore, che mi servono come collante certe volte di tempo, altre di storie, però non è la struttura portante dello spettacolo. Questa è la particolarità di Antropolaroid, ma io non l’ho studiata a tavolino, me ne sono reso conto dopo, mi sono limitato a fare quello che ero abituato vedere fare da mio nonno.

 

Dopodiché, nel tuo secondo spettacolo, Invidiatemi come io ho invidiato voi, hai affrontato la pedofilia.

invidiatemiSì, nel 2008 vidi una puntata di Un giorno in pretura nel 2008. Rimasi sconvolto dalla storia di questa donna condannata a 15 anni di carcere perché aveva capito che il suo amante eracolline524 un pedofilo, ma lei gli affidava comunque sua figlia, per tenerlo legato a sé e perché voleva scappare con lui. La vicenda mi fece rabbrividire, rimasi scioccato quella notte e per un paio di notte la sognai. Mi dissi che il mio prossimo incontro con il teatro doveva essere questa storia che per me era rappresentativa. Mi ero trasferito da poco a Milano, mi sentivo solo, avevo lasciato tutti i miei amici e per me fu un grande trauma perché Roma rappresentava la possibile realizzazione dei miei sogni. Andarmene in quel momento era come dire che avevo fallito. Quindi scrissi questo spettacolo perché mi sentivo molto solo, ero sui mezzi pubblici e mi chiedevo: «Quali sono i momenti in cui una persona si sente più sola?». Volevo parlare di questa grande solitudine e ho pensato che il caso emblematico fosse la pedofilia perché l’innocente è totalmente abbandonato, non ha la possibilità di esprimersi, di farsi sentire e vedere dagli adulti che potrebbero proteggerlo.

 

Il tuo nuovo lavoro parla di un tema molto attuale…

Geppetto e Geppetto è la storia di due papà (io e Paolo Li Volsi) che fanno un bambino (Angelo di Genio). Lo spettacolo debutterà il 5 giugno al Festival delle Colline Torinesi con un’anteprima il 3 giugno a Castrovillari, a Primavera dei teatri, e poi dall’8 al 18 giugno allo Stabile di Genova. Mi riempie di gioia e anche di paura perché sento questo spettacolo come se fosse mio figlio ed è anche la cosa più evoluta e più complessa che ho scritto finora. Sono passati quattro anni da Invidiatemi… e nel frattempo mi è cambiata la vita. Quattro anni fa ancora andavo a fare il commesso quando avevo bisogno, ora è quattro anni che faccio solo l’attore, con grandi fatiche, come tutti. Ho tantissime soddisfazioni, ma anche molti dubbi perché poi quando ti misuri in tutto e per tutto con il tuo lavoro e con gli altri sei sempre più vulnerabile. È anche giusto sia così perché le cose girano talmente veloci intorno a te che non riesci a stare dietro a tutto. Ti arrivano meraviglie, ma anche attacchi terra terra, vivi emozioni sempre molto forti.

 

Nel nostro Paese è uno spettacolo che sicuramente farà discutere.

Mi sto preparando psicologicamente all’assalto. Quando ho fatto Invidiatemi… alcune critiche mi hanno massacrato. Sono stato accusato di pornografia perché nell’ultima parte dello spettacolo c’è la confessione del pedofilo. Io avevo una motivazione per cui ho messo il monologo del pedofilo, intanto perché il punto di vista del mostro è importantissimo, e poi il mio scopo era ben preciso. Ricordo che una sera, a casa di amici, abbiamo visto un servizio al Tg5 in cui si diceva che il 90% dei clienti che fa turismo sessuale con minori in Thailandia e nei paesi poveri d’Oriente è italiano. Ricordo che ascoltammo la notizia e passammo subito a un altro argomento. Ecco, non voglio che il mio spettacolo faccia come fa la televisione, che ti dà l’informazione e basta, io voglio che il teatro lasci qualcosa. Quindi quel monologo per me aveva un senso preciso, quello di squarciare qualche cosa nello spettatore che quando sentirà in televisione una notizia del genere può sentire riaprirsi quella ferita e avere una coscienza diversa in relazione a quell’episodio che non è soltanto di rimozione, ma anche di analisi più profonda. Quindi l’ho fatto con cognizione di causa, non sono un amante del sensazionalismo fine a se stesso.

 

A giugno hai anche un altro importante debutto.

Sì, guarda la pazzia dove sta… Il 3 faccio il mio spettacolo e la sera prima, il 2 giugno sempre a Castrovillari, debutto con uno spettacolo importantissimo diretto da Serena Sinigaglia che si intitola 32.16. Lo ha scritto Michele Santeramo e lo interpreto con Valentina Picello e Chiara Stoppa. È la storia di Samia Yusuf Omar, un’atleta somala che nel 2008 partecipò alle Olimpiadi di Pechino e arrivò ultima nella batteria dei 200 metri in cui vinse la Campbell-Brown. Arrivò talmente ultima – in un tempo assurdo per chi corre alle Olimpiadi, con 32 secondi e 16 centesimi di ritardo – che tutto lo stadio si alzò in piedi a incitarla, poi la intervistarono e all’epoca diventò famosissima. Si scoprì così che lei non aveva il cronometro perché si allenava di notte, di nascosto, nello stadio bombardato di Addis Adeba. Poi ritorna nel suo Paese, cerca di allenarsi, si sposta in Sudan, va in Libia, vuole partecipare alle Olimpiadi del 2012 non le danno il permesso perché ancora c’è la guerra a Mogadiscio. L’epilogo è molto triste perché Samia è morta a Lampedusa, su un barcone, a 14 metri dalla riva.

 

Ultima domanda: ma hai abbandonato l’idea di fare l’attore di cinema?

No, lo vorrei tanto… Finora non è capitato, in futuro chissà.

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