Il filosofo Protagora era solito dire che “il giusto sta nel mezzo”. Un motto applicabile anche alla fotografia, che ha il suo medium in quella che gli inglesi chiamano “evidence”, la prova, testimonianza. La Michael Hoppen Gallery ha ospitato la mostra di evidential photography ?The image as  question, mettendo sul piedistallo la testimonianza fotografica e trasformandola nell’interrogativo da cui partire per ottenere delle risposte, o delle prove concrete. La fotografia è da sempre stata utilizzata per gli scopi più diversi: come documentazione sulla scena del crimine, come catalogazione di campioni in zoologia e botanica, e ancora nella moda, nell’arte e nelle scienze. E’ stata vista come testimonianza di piccoli avvenimenti, quali vacanze o momenti memorabili in famiglia, così come di atrocità che hanno luogo ogni giorno su scala planetaria. La Hoppen mostra in sostanza come gli artisti contemporanei che si servono della fotografia debbano accettare come compromesso il “linguaggio dell’evidenza”, incastonato nel mezzo, per dare valore alla propria arte. Lo stesso termine fotografia è carico di messaggi: si tratta di una parola che deriva dalla lingua greca, “fotós”, “luce”, e “graphía”, “scrittura”, quindi letteralmente “scrittura della luce”. L’etimologia suggerisce, al di là della procedura tecnica attraverso cui vengono sviluppate, che le fotografie sin dalle loro primissime origini avevano una funzione ben precisa: quella di gettare luce sull’accaduto, per renderlo più visibile e più comprensibile agli occhi del mondo che guarda e che troppo spesso giudica senza sapere. Senza una prova evidente non può esserci giudizio. Nell’immagine in apertura: Mexico City, ca. 1970. The murder weapon! A jealous husband shot his wife and then her lover. I included the shadow; it reminded me of scenes in gangster movies. © Enrique Metinides.

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La mostra raccoglie lavori a partire dal  diciannovesimo secolo, molto diversi tra loro ma anche capaci di condividere un aspetto fondamentale, la funzione documentaria. Ciò che più colpisce è che, a differenza di come siamo abituati a pensarle in tempi moderni, le fotografie non erano concepite come immagini scattate per meravigliare, come capolavori d’arte analoghi alla pittura. Esse servivano semplicemente da conferme, illustrazioni di un fatto.  L’immagine di Valery Khristoforov (scattata nel 1984) ritrae le gambe coperte di scritte di una studentessa in procinto di copiare all’esame di stato della scuola di giornalismo dell’Università di Mosca, per la cronaca la studentessa non fu mai scoperta; in un’altra fotografia (di Melanie Einzig) un impiegato cammina per le  strade di New York con le Torri Gemelle in fiamme sullo sfondo:  una testimonianza agghiacciante del proseguire inevitabile, e a volte brutale, della vita di fronte alla tragedia. La mostra cerca in sostanza di astrarre l’osservatore dalla bellezza ideale e di scioccarlo con l’elemento lampante del dato di fatto, permettendo però che la sua testa compia anche il percorso inverso: estraendo dalle fotografie  il loro significato originale di prova, testimonianza, chi visita la mostra le può poi contestualizzare in base alle circostanze in cui furono scattate, q10caricandole di volta in volta di drammaticità o di ironia. Accompagna la rassegna un originalissimo catalogo-folder concepito come una sorta di dossier da indagine poliziesca, dove tutte le foto esposte sono raccolte e minuziosamente commentate come fossero dei documenti su un caso.

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