La prossima rivoluzione arriverà dalle periferie” dichiara il regista, sceneggiatore e attore Ladj Ly, che con Les Misérables torna a girare nel “suo” quartiere di Montfermeil, a Seine-Saint-Denis, a nord ovest di Parigi, con una popolazione composta prevalentemente di immigrati di seconda o terza generazione. Qui, infatti, durante le rivolte del 2005 (immagini con cui si apre il film), il regista aveva aveva realizzato il documentario 2005 (365 Jours à Clichy-Monfermeil) e sempre a Monfermeil ora gira il suo primo lungometraggio di finzione, che rappresenta anche il primo film francese di questo concorso di Cannes. Il punto di vista, però, é affidato allo sguardo di Stéphane, caporale appena trasferitosi da Cherbourg, che vive il suo primo giorno nella squadra anticrimine, accanto ai nuovi colleghi Chris e Gwada. Il loro compito consiste nel pattugliare tutti i giorni le strade del posto, controllando le irregolarità e sorvegliando sulle tensioni inevitabili e quotidiane tra gruppi e singoli. E quando un ragazzino ruba al circo locale un cucciolo di leone, si sfiora la catastrofe tra gli zingari e la popolazione locale e inizia la caccia all’uomo. Una ricerca non facile, che metterà a nudo i metodi violenti della polizia nei confronti degli abitanti delle banlieu, nella totale assenza di diritti e di regole. Genere nel genere, dunque, per un film che dichiara fin da subito il suo obiettivo e lo persegue, scena dopo scena. Nulla di originale, certo, e molti clichè che si ripetono, pur in un impianto a suo modo personale, dovuto alla profonda conoscenza da parte del regista della materia e delle problematiche di questi luoghi dimenticati.

Perchè i conflitti, qui, sono destinati a ingigantirsi, ed é su questo che si sofferma Ladj Ly, sui meccanismi automatici che portano dal silenzio alla ribellione e sul passo in avanti mosso dai piú giovani, che scavalcano il loro confine dichiarando agli adulti una guerra senza condizioini di sorta. Questo il conflitto piú violento, impossibile da domare o da rinviare. La nuova generazione ha smesso di aspettare che siano gli adulti a prendere in mano la situazione e costruisce una ribellione fatta di barricate e armi rozze fatte di oggetti comuni. Ladj Ly ben scandisce la successione dei passaggi, evita in punta di piedi il rischio manicheo e cura l’ambientazione per mostrare allo spettatore le radici della violenza, che si scatena fragorosa in un lungo finale, fatto di esplosioni e lucida denuncia.

 

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