Amos Gitai non è la Locarno, né di persona con un film, ma il suo nome, la sua ‘presenza’, aleggia nell’aria del cinema del festival. I due lungometraggi israeliani presenti in questa settantunesima edizione sono stati realizzati da autori che hanno condiviso delle esperienze lavorative con il cineasta di Kadosh, Alila, Ana Arabia e tanti altri capolavori concepiti dalla metà degli anni Settanta. Yolande Zauberman, nel concorso internazionale con M, ha iniziato la carriera collaborando con Gitai sul set di Esther (1986), una delle sue tante immense riflessioni su Storia, religione, cinema. Menachem Lang, la persona che in M diventa personaggio, ha recitato in Kedma – Verso Oriente (2002). Il regista di Hatzila (Cineasti del presente) Yona Rozenkier era nel cast di Rabin, the Last Day (2015). Queste vicinanze persistono nei soggetti di M e Hatzila. Il primo è tutto immerso nella città di Bnei Brak, a Est di Tel Aviv, definita “la capitale mondiale degli haredim”, ovvero gli ebrei ultra-ortodossi, argomento che Gitai affronto’ nel sublime Kadosh. Il secondo ha come ambiente unico un kibbutz, mentre nel Nord del paese è in corso la guerra tra Israele e Libano (in un periodo non precisato, ‘una’ guerra per ‘tutte’ le guerre). Le vicinanze, giustamente, finiscono qui. Né Zauberman né Rozenkier assumono nei loro testi lo stile di Gitai. Rappresentano, inoltre, i loro pre-testi con sguardi del tutto differenti, confermando la pluralità dei punti di vista del cinema israeliano, il suo meraviglioso stato di grazia. In apertura un’immagine tratta da di Yolande Zauberman.

 

M di Yolande Zauberman

 

Nel mettere in immagini una persona, una comunità, un luogo, e il dolore, l’omertà, la violenza data e subita (cuore del film sono gli stupri commessi dai rabbini nei confronti dei bambini loro studenti, e il circolo vizioso che porta chi patì a farsi a sua volta attore, a meno di avere la forza di rompere con famiglia e istituzioni, andarsene marchiato come impuro, come colpevole perché non reagì – proprio come si accusano le donne e non gli stupratori) nel nome dei valori religiosi, la cecità (auto)imposta nei confronti del desiderio e del sesso, Zauberman adotta uno stile tramite il quale vorrebbe rendere la claustrofobia, l’accerchiamento, l’impossibilità di un’alternativa. Adotta una camera a mano costante tanto nello stare a distanza piu’ che ravvicinata delle persone pre-scelte (a partire da Menachem che, dopo essere stato abusato, a 15 anni se ne andò per tornare dieci anni dopo, per ‘chiudere i conti’, ma anche per ri-abitare quel posto, comunque amato, e ponendosi come ‘Virgilio’ che accompagna la regista in luoghi esclusivamente maschili) quanto nel filmare totali o scene di massa. Tale stile pero’ non evolve, rimane un’idea non elaborata, così come la parola, in un film debordante di dialoghi e pensieri, non produce intensità e ‘visione’.

Hatzila di Yona Rozenkier

 

Dalla notte e dal buio costanti di M alla luce estiva del kibbutz di Hatzila (The Dive). Qui il pre-testo è classico: tre fratelli si ri-uniscono nella proprietà di famiglia, dove trascorsero l’infanzia, per il funerale del padre, sepolto a un anno dalla morte perché il corpo fu dato per studi a un’università. Ora è tempo di attuare le volontà dell’uomo, che prevedono che alcuni pezzi del suo cadavere vengano deposti dai figli in una grotta sottomarina. Dovranno immergersi e compiere il rituale. C’è un sottofondo macabro e un lieve umorismo in certi dialoghi e situazioni, e nella musica. E c’è la guerra, lontana ma vicina, in campo o fuori campo, con i suoi rumori di spari ed esplosioni, di allerte continue. E c’è la disillusione verso la guerra e l’impegno militare, testimoniata da fratelli così diversi in quei due giorni che li ri-vedono insieme e dove presente e passato si ricollegano: Avishai, il più giovane, è in partenza per il Libano, recluta completamente priva d’esperienza, e chiede aiuto per disertare; Yoav fu congedato perché violento e adesso fa il veterinario; Itai (interpretato dal regista) è il fratello conservatore e militarista, che lentamente modificherà il proprio comportamento. Anche Rozenkier (nel 2012 firmo’ uno degli episodi del film collettivo Water, realizzato da cineasti israeliani e palestinesi, fra cui Mohammed Bakri) si basa su fatti reali, narrando accadimenti autobiografici e familiari (e chiamando la famiglia a recitare), ma lo fa con uno sguardo delicato, muovendosi agile nel dipanarsi classico degli eventi e dei personaggi. E inserendo una notevole scena ‘a sé’, isolata a inizio e fine da dissolvenze a nero. In quel kibbutz dove tutto è attesa, senso di pericolo, una notte nel bar che sembra una discoteca si balla su una canzone degli Abba, Yoav fa in modo che la musica si diffonda all’esterno e coinvolga, in maniera diversa, chi sta in strada o nelle case. Ci si affaccia, si guarda, si balla. Ulteriore sospensione in un film che disegna ovunque tale stato e, ognuno a suo modo, vive il disagio e il rifiuto della guerra.

 

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