al-di-la-delle-montagne-tao-zhao-yi-zhangAl di là delle montagne è un film immaginifico e stratificato, ulteriore tassello nella filmografia di Jia Zhang-ke che, con precisione geometrica e occhio appassionato, torna a occuparsi dei mutamenti epocali che hanno accompagnato la Cina nel corso di questo inizio secolo: un paese che ha venduto l’anima per sfidare le grandi potenze economiche mondiali, che ha declinato a suo modo il capitalismo sacrificando la propria storia. Il film di Jia è diviso in tre movimenti, più che episodi, e inizia al tramonto del 1999. Un gruppo di persone festanti danza al ritmo di Go West dei Pet Shop Boys: un nuovo millennio sta per aprirsi davanti agli occhi di un paese abbacinato dalla sfida capitalista, in cui tutto cambia all’insegna dell’auspicato trionfo economico. A guidare le danze è Tao, giovane donna contesa da due spasimanti, gli amici e ora rivali Liangzi e Zhang. Il primo rappresenta la vecchia Cina, lavora in una miniera di carbone sull’orlo della crisi, conserva i modi e la pacatezza di una tradizione che sta per essere investita dai tempi. Il secondo è arrogante e febbrile, fa parte della nuova schiatta di imprenditori che, con poca cultura e molta ambizione, si appresta ad arrampicarsi sulla scala sociale in cerca di una rapida affermazione. L’amicizia tra i tre è destinata a infrangersi quando Tao sceglie Zhang, lo sposa e partorisce un figlio a cui viene dato l’emblematico nome Dollar. Jia inquadra i suoi personaggi – un triangolo amoroso spurio al cui centro si muove Tao, incerta tra l’accettare il corteggiamento dei due uomini e mantenere l’equilibrio sentimentale in nome della vecchia amicizia che li lega – usando un formato soffocante (1.33:1, un’immagine quadrata che restringe i movimenti e alimenta l’uso sublime del fuori campo) ma lasciando fluire i sentimenti dei protagonisti. La grammatica di Jia è emotiva, usa con acume le ellissi e riesce a condensare il tempo, lascia la sua protagonista al centro di inquadrature spoglie che si riempiono e si svuotano, racconta la sua scelta come il risultato di un fluire naturale degli eventi, costella il racconto di esplosioni, fuochi artificiali, piccoli incidenti come a sottolineare che in quel continuo e soffuso movimento tellurico la storia stia cambiando.

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Ritroviamo Tao nel 2014, già divorziata, la stessa luce in uno sguardo appena più dimesso. Il figlio vive con il padre, che per lui prepara un futuro radioso: scuole prestigiose e un trasferimento in Australia che sembra un inseguimento in tono minore della ricchezza occidentale. Liangzi nel frattempo ha costruito una famiglia ma il suo continuo peregrinare alla ricerca di un modesto lavoro in miniera ha compromesso la sua salute. Tao osserva il decadimento fisico e la disperazione economica del suo vecchio amico e affronta il rapporto con il figlio, improntato a un affetto che si mescola all’estraneità, in cui il più grande gesto d’amore consiste nel regalare le chiavi di casa – briciole di Pollicino che probabilmente saranno divorate dal tempo – nella speranza di un improbabile ritorno. L’immagine di Jia si allarga (il secondo al-di-la-delle-montagne-mountains-may-depart-screenshotepisodio è in 1.85:1) a inquadrare spazi vuoti, a raffigurare una dispersione afasica più che l’ampiezza dell’orizzonte. Il passaggio al 2025, il futuro dove ritroviamo Dollar alle prese con un malessere esistenziale che gli inceppa la vita, avviene attraverso lo schermo di un tablet che ci catapulta negli immensi spazi australiani ora in formato panoramico. Ma nell’ampiezza delle inquadrature si testimonia la disgregazione di un mondo: Dollar ha dimenticato la lingua, il passato, il nome di sua madre. Comunica con il padre attraverso un’interprete, la professoressa che lo attrae per evidenti pulsioni edipiche. Lui, nato per conquistare il futuro, non trova senso al presente avendo rimosso il passato. Il dolente tema del ricordo che sfuma trova compimento nella sua terza parte, pur manifestando qui gli unici inciampi di un film altrimenti perfetto. Jia, pur mantenendo un cristallino rigore formale, sceglie come già nel precedente Il tocco del peccato un linguaggio che smussa le asperità maggiori alla ricerca di un tono colloquiale e popolare – in alcuni momenti si sentono gli echi del cinema di Xie Jin e poi di Stanley Kwan – fino a lasciarsi cullare dalla limpidezza dello stile e dall’amore per il racconto. Pur riprendendo suggestioni presenti in molti sui film precedenti – da Platform a Still Life – Jia sceglie la strada del mélo familiare per raccontare il dramma di un paese che ha barattato l’identità con il denaro. Il portentoso finale mostra con malinconica e circolare chiarezza che l’Ovest che si voleva raggiungere si è rivelato una terra desolata: forse non resta che ballare, con un sorriso rassegnato, per dimenticare il proprio fallimento.

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