Alice e il sindaco: equivocare pensiero e parola

Secondo lungometraggio di Nicolas Pariser, Alice e il sindaco si maschera da commedia filosofico-politica per raccontare la vicenda di Paul Théraneau, sindaco di Lione in piena crisi professionale che per rimediare all’impasse si fa affiancare da Alice Heimann, giovane filosofa chiamata a produrre idee nuove. Come se bastasse il pensiero a innescare l’azione. Seguendo il solco tracciato dai suoi lavori precedenti – un cortometraggio, Le jour où Ségolène a gagné (2008), che racconta la giornata di un militante socialista il giorno dell’elezione di Nicolas Sarkozy, un mediometraggio, La République (2010), e il primo lungometraggio, Le Grand Jeu (2015), intrigo complottista sulle ombre del potere – Pariser con Alice e il sindaco mette in chiaro la sua vocazione politica precisando che riflessione e parola costituiscono gli antidoti per curare una realtà (quella dell’ala socialista francese – ma il discorso vuole essere di più ampio respiro) ormai vuota, malconcia e anche un filo malinconica: «Serve una nuova narrazione», ripete Delphine, l’artista folle che lavora sulla fine del mondo. Inizialmente si tratta di uno sguardo d’interni (gli uffici e i corridoi del Comune, la sala consigliare) che declina una visione più complessa sulla politica del quotidiano.

 

 

Ma il film si concentra su Paul (Fabrice Luchini) e Alice (Anaïs Demoustier), protagonisti di un dialogo che riduce la distanza tra vecchio e nuovo mondo ma anche che traduce il rapporto tra pensiero e azione: Paul sa cosa vuole ma non riesce a pensare, Alice pensa troppo e non sa cosa vuole. Non è un caso, quindi, che Pariser abbia dichiarato: «Nei grandi film politici americani, c’è sempre l’utopia di una democrazia in cui si possa pensare, discutere e agire. Oggi, questa articolazione pensare-discutere-agire sembra non funzionare più. La crisi di questa articolazione è mortale per la democrazia e il film parla di questo. Il sindaco agisce senza pensare, e, nel momento in cui ricomincia a pensare un po’, questo mette in pericolo la sua capacità di agire. Il mio film parla della crisi della democrazia. Credo che stiamo arrivando alla fine di un ciclo, voglio mostrare la pericolosa situazione nella quale ci troviamo oggi». Per queste ragioni Alice e il sindaco vorrebbe essere un film razionale e concreto, avverso alla superficialità e colto, leggero nella sua indole pungente ma intenzionato a filtrare il presente nel vissuto dei suoi personaggi alieni da quanto di corrivo percorre l’attualità che li circonda, ma si rivela altro: tronfio e stucchevole sul piano dei contenuti della riflessione politica, sgraziato e didascalico sul piano cinematografico. Pur guardando al cinema di Éric Rohmer, in particolare strizza l’occhio a L’albero, il sindaco e la mediateca (1993), in cui un giovane Fabrice Luchini interpretava l’insegnante Rossignol, vorrebbe evocare l’equilibrio tra natura e cultura evidenziando le fratture della contemporaneità (la questione ecologica, la comunicazione frammentaria, il disorientamento generazionale – «Sono sola, non ho una famiglia, ho trent’anni, non voglio avere figli, ma solo sapere che potrei averne uno») ma inciampa sulle proprie ambizioni assumendo un tono spesso predicatorio (la verità è dei matti, in fondo, è questo che passa), finalizzato a proclamare discorsi da comizio. Resta un’ambiguità grottesca più che ironica e svagata, sottolineata da un’atmosfera pesante, fredda e disincarnata frutto di un ritmo sincopato, un fraseggio dialogico ingombrante e squilibrato (il long take nel finale tiene a ribadire che, qui e ora, Paul e Alice convergono in un unico luogo e parlano la stessa lingua, alla faccia dei postmoderni), l’anestesia emotiva delle immagini che raggiungono una totale e trasparente innaturalezza e un dilagante cinismo di maniera. Ma potrebbe andare peggio, potrebbe prendersi sul serio. E infatti…