Alla mia piccola Sama di Waad al Kateab e Edward Watts, tra privato e pubblico, tra testimonianza e responsabilità

L’atto istintivo del filmare diventa cifra stilistica e bisogno da soddisfare, come testimonianza e non più come documentazione, con l’intenzione, quindi, testamentaria e non più divulgativa, informativa e di conoscenza. Conosciamo già, o meglio, possiamo conoscere, attraverso i canali dell’informazione o piuttosto da quelli della controinformazione, come si diceva un tempo, le terribili conseguenze delle guerre, di quella siriana, come ultima esecrabile manifestazione di una guerra condotta vigliaccamente contro i civili. Quello che non possiamo conoscere attraverso questi canali dell’informazione è lo stato d’animo, è quell’impossibile, unico e irripetibile da persona a persona, adattamento forzato, necessario, che fa parte dell’istinto di sopravvivenza, che permette di convivere con la paura della morte, istante per istante, morte che ci riguarda e anche delle persone più care. Da qui una differente finalizzazione dell’atto del filmare. Filmare vuol dire lasciare testimonianza e quindi anche superare consolidate coordinate etiche, violando, in altre parole, le regole non scritte, ma condivise della esposizione della morte che sia mera estetizzazione e inappropriata spettacolarità.

 

 

Si prova a ragionare su questi temi, sempre più stringenti e sempre di più messi a dura prova in una congerie comunicativa che sembra avere perso ogni regola, in cui la assoluta deregulation diventa il primato a chi fa vedere prima, a chi fa vedere di più, in un vortice di voyeurismo, piuttosto che un substrato di informazione. Si prova, dunque a ragionare su questi temi perché Alla mia piccola Sama di Waad al Kateab e Edward Watts, mette a dura prova questi temi e anzi ne fa principio ispiratore, leitmotiv incessante e criterio di scelta del montaggio in cui la selezione parte da un girato di notevole durata di circa 500 ore. La guerra civile della Siria ci ha, purtroppo, anche dimostrato come il cinema resti il mezzo indispensabile per conservare i molteplici contorni della guerra, quasi a tramandare memoria, in una catena di testimonianza e di chiamata alla solidarietà. In un rapporto che presume l’implicita complicità tra chi guarda e chi filma.

 

 

In qualche misura, come accade spesso in questi casi, ma in misura maggiore per le modalità in cui è avvenuto, con i film girati durante la guerra in Siria lo spettatore sembra essere chiamato ad una responsabilità. È così che film come Still recording di Saeed Al Batal, Ghiath Ayoub, The war show di Obaidah Zytoon, Andreas Dalsgaard, Coma di Sara Fattahi sembra puntino lo sguardo verso di noi, come la pistola in The great train robbery, uno sguardo difficile da evitare, in un evidente disagio che viviamo in veste di spettatori/testimoni non del tutto innocenti. Waad al Kateab con il suo film conferma tutto questo e con la supervisione di Edward Watts per lei che non è una regista professionista, ma una specie di reporter prestata al cinema, il film diventa, come dichiara lo stesso titolo, testamento e strumento per il deposito di immagini per il futuro. Per il futuro della piccola Sama, la figlia nata sotto le bombe e i raid aerei e per tutti gli altri depositari di quelle immagini. In questa prospettiva va letto il doppio livello sul quale il film corre. Un profilo privato in cui le immagini diventano una specie di album di famiglia, in cui sono colti i momenti quasi intimi, l’amore che nasce per Hamza il suo futuro marito, medico sotto le bombe nell’ospedale, il matrimonio, le lacrime di Hamza davanti alla sua impotenza per assicurare altrimenti, se non con la fuga da Aleppo, città ormai inesistente, la sopravvivenza sua e della famiglia, i giochi con la figlia, la relazione con la famiglia con cui è diventata amica e il suo pianto, non più consolabile, quando deve lasciare la casa che si era costruita a propria misura per un futuro incerto da rifugiata. Dall’altra parte il piano pubblico, storico, cronachistico, giornalistico, informativo, del suo film, in cui la guerra si fa quotidiano evento di un orrore consueto, che assorbe perfino l’indignazione e la paura in quello spazio dove c’è posto solo per la rassegnazione e la paura si trasforma in assuefazione alla disperazione.

 

 

La lettera in forma di immagini che Waad al Kateab spedisce dal presente al futuro per Sama si trasforma così in questa testimonianza duratura che nella sua ambivalenza controllata guarda al ciclone della guerra civile siriana, da dentro il vortice, da dentro l’occhio che genera la spirale di violenza. Alla mia piccola Sama nasce da questa necessità e anche qui la sua autrice sembra non essere mai sazia di immagini e di eventi da fare entrare nella sua cinepresa. Come in Still recording, che su altre prospettive simili, ma non identiche, costruiva una riuscita sperimentazione in cui la collisione tra cinema narrativo e quello definito documentaristico dava origine ad una caotica e mutante forma di zibaldone bellico, anche questo film assume come implicita regola il superamento della consolidata concezione dell’immagine come espressione di una forma artistica, o ancora di una apparenza informativa dell’evento. Le sue sequenze sono prive di quelle due componenti, o almeno non ne sono la causa che le ha prodotte. Waad al Kateab trasforma, volutamente o istintivamente, le sequenze in materia vivente, dalle quali è difficile staccarsi, sedimentando quindi, come non eludibili elementi dimostrativi di una condizione siriana ridotta all’annientamento di ogni energia. Le immagini del film, per raggiungere il risultato partono da un assunto di assoluta verità, con ogni possibile sfumatura e contraddizione che il termine porta con sé quando sono in gioco le immagini. Ma è quello che vogliono riferire, è quello che vogliono continuare a testimoniare, è quello che vogliono alimentare in noi spettatori, il bisogno di una accresciuta testimonianza, fosse pure quello del “passa parola”. È proprio sulla violazione di questa regola che induce al tema della verità, che il film mostra una crepa estetica, un disagio che al contrario si forma e si rende evidente, in quell’uso dei droni per le riprese della città devastata che dal basso portano il nostro sguardo in alto con una estetica estranea alla compattezza che il resto del film sa dimostrare. Una concessione ad uno spettacolo, che appare sguardo alieno, distante, incoerente e anche inutile. Le emozioni che ci avevano sovrastato erano più che sufficienti a gettare quel ponte nel futuro, in attesa che Sama possa guardare questo film, da non essere necessario alcun altro orpello che arricchisse quel fluire di sincere suggestioni.