Pur essendo solo al suo secondo film da regista, Alex Garland si dimostra già autore di un discorso coerente e lineare puntellato da elementi stilistici dosati con studiato equilibrio, diretto a scandagliare le pieghe certo non inedite della fantascienza, ma con sguardo acuto e apparentemente gelido, analitico eppure non superficiale. Trovando affinità con l’omonimo romanzo di Jeff Vander Meer, primo capitolo di una trilogia, scrive e dirige Annientamento quasi come fosse una declinazione dei livelli tematici del precedente Ex Machina (2015), con cui condivide soprattutto gli snodi principali della trama e il quadro pessimistico di una umanità fatalmente sedotta dall’ignoto, e per questo destinata a soccombere in quella sua stessa sete di conoscenza. Se nel film d’esordio di Garland la pulsione dell’uomo verso l’autodistruzione era suggerita dal desiderio di farsi “divinità” e mettere al mondo un’intelligenza artificiale potenzialmente causa di estinzione del genere umano (si citava anche Oppenheimer: “Adesso sono diventato Morte, il distruttore di mondi”), in Annientamento tutto si fa più radicale: il pianeta va incontro a un caos inarrestabile che ha appena cominciato a germinare, e i personaggi si spingono volontariamente a valicare il confine di una realtà aliena in una missione probabilmente suicida (“l’autodistruzione non fa parte del Dna?”).

Nell’Area X, la scienza osserva preoccupata l’espansione del “bagliore” che racchiude in sé una presenza venuta dallo spazio capace di corrompere l’ordine genetico delle specie viventi, mutandole e creandone di nuove. Ancora una barriera tra mondi, che non è più la superficie fredda di vetro infrangibile di Ex Machina, ma un velo traslucido, variopinto e cangiante che non demarca un perimetro ma inghiotte e ammalia pericolosamente i sensi. Al suo interno l’atmosfera è onirica,vicina a un’esperienza lisergica e sinestetica che muta tanto nel fisico quanto nella mente gli uomini, già portatori di traumi e cicatrici psicologiche come le protagoniste del gruppo di soldatesse, tra cui emerge la Lena interpretata da Natalie Portman, di cui approfondiamo il vissuto e che fa da narratrice del racconto strutturato in flashback. Ai risvolti intellettuali, in Annientamento Alex Garland preferisce le mutazioni e le superfici, l’organicità dei corpi e le trasformazioni della mente e del pensiero, scavando scientificamente fino agli elementi basici di cui gli esseri viventi sono composti, senza per questo trascurare le esigenze narrative e le psicologie dei personaggi. Se l’apparizione di animali fuori dall’ordinario è più comune nel cinema fantastico e sci-fi (anche se l’orso mutante dalla voce umana provoca parecchia impressione), decisamente più riuscita è la messa in scena estetica degli elementi distruttivi e insidiosi: il corpo smembrato di un soldato misto ai frattali organici di chissà quale forma di vita è rappresentato con la plasticità di un’opera d’arte suggestiva, quasi i resti metafisici di una redenzione anziché di una morte atroce; al pari  della trasformazione di una delle protagoniste in arbusto simile a una scultura erbacea, meraviglia estetica figlia dello stravolgimento fisico che le ha conferito una nuova forma di coscienza e di vita. Un’ambiguità della visione capace di confondere persino le identità, che cambiano e si sdoppiano, fino a perdere le coordinate di se stesse in un finale che (forse) capovolge le verità narrate e sancisce l’approdo a una mutazione definitiva rivelata dagli occhi di Lena: lo sguardo come strumento di indagine del mondo, trappola sensoriale, ma anche cognizione definitiva della trasformazioni dei corpi, in cui riconoscersi, perdersi, ritrovarsi.

 

 

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