A Wes Craven probabilmente sarebbe piaciuto molto questo Auguri per la tua morte: lui più di altri aveva infatti capito bene come il nodo del contendere del filone slasher fosse la coazione a ripetere che finisce per annullare la verità dei personaggi, soprattutto quelli femminili. E dunque si sarebbe appassionato a Tree Gelbman, la vanesia protagonista costretta a rivivere il suo compleanno di sangue in un ciclo che richiama esplicitamente quello del più celebre Ricomincio da capo. Una continua sequela di morti e resurrezioni che diventa naturalmente il pretesto perché Tree compia il suo classico percorso (re)iniziatico, per riflettere sugli errori commessi, su una condotta egocentrica e perpetuata in modo spietato nei confronti del prossimo, in ossequio a un sistema di regole social-collegiali volto a creare caste e a stabilire come l’American Way of Life, al fondo, sia un American Wall of Life, tutto basato su barriere e confini reciproci da non superare. Si parte dalle regole, insomma, che sono innanzitutto quelle del genere: protagonista belloccia in un contesto collegiale, vittima di un assassino mascherato e all’arma bianca che uccide, uccide e uccide ancora. Ma nel farlo riduce l’azione a una fenomenologia del ripetersi che gli autori Christopher Landon (regista) e Scott Lobdell (sceneggiatore) mettono in crisi esplicitandone la natura iterativa e imprigionante. La rottura dello schema passa quindi per il suo ciclico riavvolgimento: buona (non) la prima, perché la scena si riveda, se ne comprendano meglio le possibilità, mentre il meccanismo del whodunit apre nuove strade nel tessuto del già visto. L’intelligenza disarmante dell’assunto è sorretta da una regia forte abbastanza da capire come sia possibile, nell’ambito di uno schematismo estremamente rigido, giocare a più non posso con le variazioni, tanto da aprire il fronte della narrazione alle declinazioni dei generi più disparati: ecco quindi che l’horror slasher diventa giallo hitchcockiano, e poi thriller ospedaliero, e persino commedia e romance!

La spregiudicatezza con cui le regole del thrilling sovvertono la linearità dei rapporti umani – l’assassino non si presenta necessariamente come il “cattivo”, a volte indossa la maschera del buono o, come in questo caso, dell’infante – diventa insomma la chiave di lettura per un cinema-cinema che capisce come sia possibile passare da uno stadio all’altro della tipologia narrativa grazie a piccole variazioni interne a uno stesso schema. Che non è un discorso poi tanto diverso da quanto tentato proprio dal già citato Craven con la saga degli Scream. Ma con una ulteriore qualità: la capacità di creare un’empatia reale per una protagonista femminile, che può camminare insieme al pubblico nella sua personalissima walk of life, offrendosi generosamente alle rivelazioni dell’intimità. Ecco, Auguri per la tua morte è un film a conti fatti intimo, personale, dove Tree è l’unica figura autentica in un mondo che si ripete sempre uguale perché rimasto ancorato agli schemi classici del genere, mentre lei evolve. E insieme cambia anche la nostra percezione della sua figura, perché ne apprendiamo i traumi nascosti, ne capiamo gli sbagli e proviamo empatia per il suo destino già scritto e forse evitabile. Merito, certo, dell’ottima versatilità dell’interprete Jessica Rothe, capace di traghettare la sua Tree lungo lo spettro emotivo che passa dalla disperazione all’entusiasmo. E della regia di Landon che riesce a servire ogni situazione con ritmo e pulsione espressiva sempre cangiante, ridisegnando spazi e tempi in modo da esaltare le variazioni richieste dallo script. Il tutto senza mai disperdere i salti sulla sedia o le risate liberatorie, perché in fondo è la genuinità emotiva a interessare: d’altra parte produce la Blumhouse, il che giustifica ogni possibile livello di lettura e creatività. L’importante è sempre non ripetersi.

 

 

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