Barbara di Mathieu Amalric e il gioco dell’innamoramento

Sarebbe piaciuto a Corso Salani Barbara, quarto film di Mathieu Amalric, presentato all’interno della quarta edizione del festival Seeyousound di Torino (ma ha aperto il Certain regard di Cannes 2017). Strano biopic sopra le righe, perché al centro di questa storia non c’è la Barbara cantautrice francese scomparsa vent’anni fa, dopo una vita di successi e palcoscenici, di viaggi in auto e teatri affollati, ma quella dell’attrice che deve interpretare un film su di lei. Il classico film nel film nel film, con frammenti che si allargano come in un caleidoscopio, con lo sguardo di Amalric ancora una volta a bordo palco, dietro le quinte, ai margini delle inquadrature, nei panni doppi del regista del film e nel film, proprio come Truffaut in Effetto notte. Solo che qui non si procede dall’inizio alla fine, ma si segue un percorso tortuoso dentro e fuori la finzione, senza mai la necessità di distinguere la vita dal cinema («Dove sta la differenza?» si chiedeva Salani, proprio come il regista Yves. «Che differenza c’è?» risponde a Brigitte, che lo interroga se non stia facendo un film su se stesso). Basterebbe la scena in cui Jeanne Balibar a casa sua suona il pianoforte studiando gesti, tempi, intonazioni della Barbara che dovrà interpretare il giorno dopo sul set. Scorrono davanti a lei immagini di repertorio, proiettate in bianco e nero, e dietro di lei, in successivi riquadri riflessi dagli specchi. Immersa nel suo personaggio, l’attrice si lascia possedere da quella cantante, che ebbe un’infanzia scellerata durante la guerra, alla quale, però, si fa quasi cenno (per pudore e per non distogliere mai l’attenzione dalla musica).

 

Un film pensato come racconto compatto ma fatto di frammenti. Mosaico mutevole a più strati, che si sovrappongono in dissolvenza, come quando le immagini della vera Barbara, sono proiettate sul corpo ormai plasmato dell’attrice che ne veste i panni. L’identificazione è sempre più profonda, al punto da non riuscire più a capire i confini tra il set, il film, le pause delle riprese. L’onirico si intromette nella forma delle immagini e le rende lievi, aeree, trasparenti. Perché guardare è gesto poetico prima ancora che innamoramento. «Una donna che non vive la vita ma la racconta con tale potenza da finire col crederci, come tutti quelli che le stanno attorno. È difficile da descrivere, impossibile legarla a fatti, dati, dettagli, perché Barbara non era mai la stessa donna», dice un personaggio a proposito della cantante. E scopriamo che l’attrice Brigitte si è già persa nel suo personaggio, mutevole e solido al tempo stesso. Amalric deve aver visto il modo in cui Pedro Costa filmava Balibar in Ne change rien, mentre si esibiva, lei stessa cantante, su palcoscenici pieni di ombre. L’intensità è la stessa, ma qui sceglie la deriva come movimento necessario di un film sul mistero della mimesis, e sull’ossessione di un regista per la sua musa. Ma quel mistero è destinato a restare irrisolto, anzi, si perde in questo gioco continuo e ipnotico di rimandi.