Nel 2018, due anni dopo aver lasciato la Casa Bianca, Michelle Obama è a un bivio: «Dovevo ritagliarmi del tempo per riflettere, per capire quello che mi è successo». Da qui l’idea di intraprendere un tour di presentazione del suo libro Becoming: la mia storia (in Italia edito da Garzanti) in 34 città degli Stati Uniti. Se il libro era incentrato su chi siamo davvero e chi vogliamo diventare, il documentario sembra offrire delle risposte, come dimostrano gli incontri in stadi affollati con celebri moderatori ma anche in centri di aggregazione, scuole, chiese, musei e librerie. Qui l’ex first lady si sottopone al rito del firma copie, momento per lei rivelatore e catartico: «Sembra una danza emotiva e sociologica con le persone. È importante accogliere ogni persona appena si avvicina». Ascolta quindi le storie di persone normali, spesso in lacrime per l’emozione o sovreccitate, guardando ognuna di loro dritto negli occhi: «Mi dà una prospettiva che mi serve e che mi manca perché tutte le mie interazioni sono per così dire filtrate. Così mi immedesimo negli altri e riesco a restare ancorata alla realtà».

 

 

Un tour che è quasi una terapia per Michelle, in cui non si risparmia e racconta aneddoti a profusione, rivelandosi un’abile narratrice con alle spalle uno staff che è una vera e propria macchina da guerra. Ma gli incontri che più lasciano il segno sono quelli con i giovani, soprattutto ragazze di colore o latine selezionate dalle scuole o appartenenti a circoli di lettura, che la ascoltano con venerazione, si identificano con lei e con la sua storia, le pongono domande e raccontano le loro aspettative. A ognuna di loro Michelle dispensa consigli di vita: «Non possiamo permetterci di aspettare che il mondo cambi per sentirci visibili. Non succederà con un Presidente, con un’elezione. Dovete trovare dentro di voi gli strumenti per sentirvi visibili, per farvi ascoltare e usare la vostra voce». O ancora: «Dobbiamo condividere le nostre vere storie, abbatteremo i muri che ci separano. Ma per poterlo fare dovete credere che la vostra storia abbia un valore». Retorica motivazionale, sicuramente. Ma non potrebbe essere altrimenti in un personaggio che è un modello per milioni di donne, sincera quando rivela che il suo progetto per il futuro riguarda proprio le nuove generazioni: «Voglio continuare  a lavorare con i giovani. Il futuro del nostro Paese dipende dalla prossima generazione. I giovani vanno incoraggiati».

 

 

Accanto agli incontri, ci sono i momenti più intimi con la madre Marian, il fratello Craig e la cognata Kelly, gli album con le foto del padre morto di sclerosi multipla, il ricordo del nonno che non poté andare all’università per questioni razziali. E naturalmente c’è Barack: come si sono conosciuti (lei era il suo mentore nello studio di avvocati in cui entrambi hanno lavorato), come la sua voce inconfondibile l’ha colpita fin dalla cornetta, il primo appuntamento, il matrimonio, l’arrivo delle figlie con le rinunce che ciò ha implicato («Dovevo ridimensionare tutto»), la terapia di coppia (perché «è difficile conciliare due vite»). E in una delle presentazioni Barack spunta sul palco con un mazzo di fiori e una battuta: «È come quando Jay Z compare ai concerti di Beyoncé» e accenna qualche parola di Crazy in Love. Un ritratto sicuramente agiografico (non potrebbe essere altrimenti, visto che lo produce la Higher Ground Production di Barack e Michelle Obama), forse un preludio alla sua carriera politica (i siti di scommesse la vedono come un candidato più forte di Joe Biden per le elezioni 2020, lei intanto ha annunciato una coalizione con 31 sindaci per incrementare l’impegno civile e limitare l’astensionismo), ma comunque interessante tanto più che è diretto da Nadia Hallgren, al suo debutto nel lungometraggio. Una scelta insolita, ma non casuale pensando alla storia degli Obama: nei suoi lavori precedenti la Hallgren, grande direttore della fotografia (lo è stata anche per Fahrenheit 9/11 di Michael Moore), si è occupata soprattutto di persone ai margini e di diritti: nel corto Sanza Hanza: King Surfer (2009) ha seguito una gang che si sposta saltando sui treni in corsa a Soweto; Love Lockdown (2010) è incentrato su una giovane donna che attende l’uscita dal carcere del compagno; Gavin Grimm vs. (2017), storia di diversità e inclusione, racconta del teenager transgender che ottiene il permesso di usare i bagni maschili nella sua scuola, nella miniserie She’s the Ticket (2017) ritrae 5 donne candidate a posti di responsabilità nell’epoca Trump e in After Maria, entrato nella short list degli Oscar, racconta la vita di alcune donne di Porto Rico che hanno dovuto lasciare l’isola dopo l’uragano Maria.

 

 

In Becoming la Hallgren accompagna Michelle in auto negli spostamenti, la segue negli hotel e nei backstage, condivide momenti intimi con la sua famiglia portando l’attenzione anche su persone che normalmente stanno dietro le quinte (Allen Taylor, la guardia del corpo di Michelle, Meredith Koop, la sua stilista personale, Melissa Winter, a capo dello staff…), ma soprattutto dà voce ad alcune delle ragazze (la messicana Elizabeth Cervantes, che sarà la prima a diplomarsi della sua famiglia, l’afroamericana Shayla che vuole riuscire nella vita e fare la differenza per qualcuno»…) e questo non è poco. Il documentario si chiude tornando da dove era partito, ma allargando il campo, esplicitando l’identificazione tra Michelle Obama e gli Stati Uniti: «Siamo a un bivio: che nazione siamo? Continuo a sperare che le persone vogliano di meglio, se non per se stesse almeno per la prossima generazione». Lo speriamo tutti.

 

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