Sensibilità da controra, percezione emotiva un po’ alterata, come un tardo stordimento che viene dal torpore delle emozioni: Las Heredaras, l’opera prima del paraguaiano Marcelo Martinessi in Concorso alla Berlinale 68, si muove su questa linea, cercando la traccia del legame d’amore che ha unito per trent’anni due donne in  una casa un tempo lussuosa nel cuore di Asunción. Chela e Chiquita vivono insieme, nella penombra della casa di famiglia della prima, sopravvivendo ai debiti come possono, vendendo mobilia e corredo a ricche signore giovani in cerca di antiquariato. Chela dipinge, come faceva il più famoso padre, ha le sua abitudini, un circolo virtuoso quasi autistico di ritualità quotidiana turbata dalle reiterate visite di ingombranti e volgari possibili acquirenti. Chiquita la ama e la accudisce da sempre, dandole quelle certezze di cui ha bisogno, tranquillizzandola persino ora che sta per andare in carcere a causa dei debiti accumulati con la banca. Quando arriva il momento e Chela resta sola a casa con la giovane serva, il mondo si apre di nuovo, forzatamente, davanti a lei: la vecchia Mercedes appartenuta al padre, che lei guida senza patente, le serve per accompagnare un’amica ai pomeriggi di poker e quello che inizialmente è un favore diviene una sorta di servizio taxi per vecchie signore: non solo l’occasione per guadagnare soldi, ma soprattutto la circostanza che le permette di riscoprire la vita e uscire dalla prigione di affetti e sentimenti che Chiquita le ha cucito addosso.

Martinessi insiste dolcemente su questo processo di liberazione, senza infierire sulla coscienza di un atto che vede l’anziana Chela ritrovare il suo spazio: non è una riconquista la sua, ma la semplice scoperta di una libertà che transita attraverso la scoperta di una identità. Il transfert con Angy, la giovane e disinibita figlia di un’amica, proietta nel suo mondo desideri e attenzioni sconosciute, che aprono le sbarre della ideale prigione in cui Chela si era rinchiusa proprio mentre la sua compagna di sempre, Chiquita, si ritrova in una galera reale. Queste due “ereditiere” devono imparare  a liberarsi del peso della loro eredità che è legame, catena, espressione in continuità da una appartenenza lineare, familiare. L’on the road mentale in cui si spinge Chela a bordo della sua Mercedes è il tracciato di una liberazione che apre anche il film a orizzonti più ampi, sganciando progressivamente lo sguardo del regista dalla scelta estetica che per tutta la prima parte impone al film prospettive di taglio, quadri di vita osservati attarverso spiragli, porte socchiuse, pulviscolo della controra della vita ritirata di Chela. Una storia di liberazione anche dello sguardo, verso una limpidezza che è cosa semplice ma basilare: qualità che appartengono per intero a questa sensibile opera prima.

 

 

 

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