Nel 1970 la Warner aveva investito centomila dollari in Woodstock e ne aveva ricavato 17 milioni. Non c’è da stupirsi se nel 1971 la major, che pochi anni prima aveva acquistato la Atlantic Records, ovvero l’etichetta della musica dei neri, fosse interessata a effettuare le riprese di un evento che portava a Los Angeles Aretha Franklin, la regina del R&B, per la registrazione del doppio album live di Gospel Amazing Grace. L’album era destinato a diventare un grandissimo successo, vendendo due milioni di copie solo degli States e restando tutt’oggi in vetta alla classifica dei dischi più venduti nella storia della musica gospel. Le riprese di quelle due sessioni live, invece, finirono nei cellari della Warner e non ne sono uscite sino ad oggi, quando Alan Elliott, storico collaboratore del boss della Atlantic Jerry Wexler, è riuscito a metterci mano e a finalizzare questo Amazing Grace: 98 minuti di documento che ci restituiscono quanto accadde il 13 e 14 gennaio 1972 al New Temple Missionary Baptist Church di Los Angeles, South Broadway. A realizzare le riprese fu Sidney Pollack, fervente ammiratore di Aretha Franklin, che quando seppe che la Warner aveva intenzione di riprendere l’evento si fece avanti per dirigere la troupe.

Grande Sydney Pollack, che all’epoca faceva film come Non si uccidono così anche i cavalli? e Corvo Rosso non avrai il mio scalpo, ma non aveva certo esperienza di riprese di eventi musicali live… Si presentò con la sua troupe di cinque o sei operatori, senza “clapper” che battessero il ciak per la sincronizzazione audio e, per giunta, col Nagara che registrava il suono a una velocità inferiore a quella delle camere 16mm. Il materiale era sostanzialmente inutilizzabile e la Warner, che pure cercò in tutti i modi di risolvere i problemi di sincrono e montare un film che potesse essere rilasciato, alla fine dovette rinunciare. Meglio sarebbe stato, forse, se al progetto avesse lavorato quel James Signorelli designato in prima battuta, destinato a diventare negli ’80 il regista degli sketch del Saturday Night Live (Belushi e Aykroyd impareranno a conoscerlo prima di ritrovarsi Aretha sul set di The Blues Brothers…) ma che all’inizio dei ‘70 aveva esperienze da documentarista musicale e soprattutto era partecipe della cultura nera in quanto DOP sui set della blaxploitation di hit come Super Fly e Black Caesar… Signorelli forse sarebbe stato meglio, certo. Ma anche no, perché oggi non avremmo questo Amazing Grace presentato fuori concorso alla Berlinale 69, che è un magnifico pezzo di cinema negato a se stesso. Un film che sfugge alla sua forma e al set da cui nasce e si arrende alla incontenibilità di un evento musicale troppo “live” per soggiacere alle riprese, disperso nella potenza difficilmente controllabile di una performance in cui non c’è palco e non ci sono spettatori. Pollack e la Warner pensavano di trovarsi di fronte a una situazione come Woodstock, dove bastava partire da tot camere e lavorare di decoupage e di split screen per controllare lo spazio, il tempo, la musica. Ma nella New Temple Missionary Baptist Church di Los Angeles non c’era una scena e non c’era pubblico, mancava la frontalità dello spettacolo live e c’era invece la circolarità della performance che dalla musica travalicava nella vita, nella preghiera, nel ritmo condiviso. E’ impagabile l’immagine di Sidney Pollack che, sul fondo di un’inquadratura, si sbraccia per dire all’operatore di riprendere qualcosa che sta accadendo. E’ formidabile vedere come le camere in scena si impallano tra loro, perdono immancabilmente il fuoco, si guardano attorno smarrite… Quelle due notti alla New Temple Missionary Baptist Church di Los Angeles era in scena un flusso diffuso di energia musicale e spirituale che passava dalla grande Aretha al suo host, il reverendo James Cleveland, dal coro che accompagnava l’esecuzione al pubblico (fra cui spicca persino Mick Jagger) che batteva le mani, si alzava, rispondeva e dialogava con Aretha Franklin. Sydney Pollack è scomparso nel 2008, Aretha Franklin lo scorso 16 agosto. Era il 1998 quando il regista la contatto di nuovo: “In tutti questi anni mi sono spesso chiesto che fine avesse fatto qual materiale e alcuni mesi fa ho chiamato lo studio per scoprirlo e dire che potremmo tentare di rimetterlo insieme”, le scrisse in un fax… Vent’anni dopo siamo qui, di fronte a un piccolo film che dice tutta l’infinita finitezza del cinema.

 

 

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