Un padre, una figlia da nascondere, nessuno di cui potersi fidare e un mondo distopico dove una sorta di virus ha intaccato tutte le donne del pianeta. Sono questi gli ingredienti utilizzati da Casey Affleck per dar vita alla metafora cinematografica più “contemporanea” possibile. Non è un film di fantascienza, Light of My Life, non è un thriller né un panegirico mirato a indagare la brutalità della razza umana. Si tratta piuttosto di un semplice, genuino e appassionato coming of age al quale è affidato il compito di esaltare il valore fondamentale dell’amore, l’unica vera luce capace di illuminare ogni singola vita (come suggerito dal titolo). Affleck sa benissimo di avere tra le mani un progetto vecchio almeno tanto quanto l’arte drammaturgica, cerca quindi rifugio in un cinema insolito per proporre la sua visione del mondo. Gli echi dell’accoglienza, del me too e del pregiudizio sfrenato nei confronti degli sconosciuti rischiano di insabbiare il racconto ma l’autore è bravo nel tenere tutto alla lontana per concentrarsi invece sul rapporto fondamentale tra il man (l’uomo di cui non sapremo mai il nome) e il child (la piccola Rag costretta a nascondersi nei panni del suo alter ego maschile, Alex, per evitare eventuali pericoli). Genitori e figli, adulti e bambini: in questo incontro, in questo abbraccio risiede l’unica alternativa valida per rimanere a galla in una giungla (meglio, in un bosco) in cui per sopravvivere bisogna sempre prevedere una via di fuga efficiente e rapida che, prima o poi, sarà utilizzata.

Il film svela le sue carte sin dal bellissimo prologo, un lungo dialogo girato quasi interamente in plongée all’interno della tenda in cui i due protagonisti dovranno passare la notte. Si parla di storie, di animali, di nomi, di Noè, insomma, ci si sente a casa. La differenza corporea tra i due attori è azzerata, così come quella psicologica tra i due personaggi (chi è il più ingenuo tra i due in quel momento?). In quel momento di pace e serenità, la tenda, illuminata da una torcia, perde completamente i suoi limitati confini e diventa l’unico posto al mondo in cui voler appartenere. Il resto, fuori, è scomodo e pericoloso, non tanto per le condizioni di violenza in cui tergiversano gli essere umani dopo l’epidemia, quanto per la mancanza di una luce guida. Una luce sempre più carente e svuotata lungo lo scorrere dei minuti che sembra provare a risplendere solamente nel finale, dove il bianco della neve funge da cassa di risonanza per i flebili raggi solari e quell’abbraccio metaforico del prologo si fa invece concreto e avvolgente proprio nel momento di separazione principale. La formazione è completa, il passaggio di testimone è pronto, i ruoli si invertono e il child può correre in aiuto del suo piccolo man.

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