La solita partita a scacchi con la morte, nel perenne medioevo immaginato da Lars Von Trier sostanzialmente per tutto il suo cinema. This is The House That Jack Built, come recita la nenia popolare ben nota ai bimbi britannici, narrazione a catena assunta dal danese come emblema di riferimento della serialità assassina del suo protagonista: Jack appunto, serial killer nell’America anni ’70, scolpito nel volto atterrito e ironico di Matt Dillon. Il concatenarsi di efferati omicidi narrati dal compulsivo geometra assassino fa da traccia di una narrazione seriale che inanella cinque degli oltre sessanta “incidenti”, come li chiama il protagonista, messi a segno con mano precisa e compulsiva reiterazione. Jack ne rende conto a noi, avendo però come tramite un confessore che risponde al nome di Verge ed è allo stesso tempo il suo “bordo”, il limite morale col quale confrontarsi, ma anche il suo personale Virgilio, come scopriremo alla fine, quando, assumendo la presenza dell’angelo berlinese Bruno Ganz, gli farà da guida nel suo Ade privato. Perché, se è vero, come dice Jack, che se lo spirito tende al paradiso, il corpo è invece attratto dall’infermo, la parabola di questo geometra del male è tutta indirizzata all’elaborazione (ma potremmo meglio dire elucubrazione) della disperata attrazione esercitata dal male, ovvero dalla morte, sull’essere umano.

Un narcisista incallito come Lars Von Trier, del resto, non può fare a meno di riflettersi nello specchio della morte come grandezza negativa del proprio ego. Tutto il suo cinema lavora da sempre su questa direttiva. Ora, dopo aver praticato il melodramma, il diario erotico, il racconto morale e più o meno ogni altra formulazione narrativa, in The House That Jack Built il danese intraprende il genere horror, incarnandolo nella figura classica del serial killer. I cinque “incidenti” che Jack narra disegnano una mappa dell’orrore che assume valenze sempre più astratte e radicali, pur insistendo su un eccesso grandguignolesco che si adatta perfettamente alla visione splatter della contemporaneità. L’attacco è ovviamente al femminile, non tanto per la presunta fragilità delle donne, quanto perché la femminilità è emblema della creazione, mette al mondo e quindi predispone al dolore. Tant’è che la prima vittima è Uma Thurman, la Sposa tarantiniana in versione signora matura, che chiede un passaggio a Jack e lo investe del suo ruolo, disegnandolo come serial killer e spingendolo all’azione. Jack è del resto un corpo lucidamente vissuto dal suo male, una mano che agisce seguendo un disegno destinato a edificare, nella stanza frigorifero della sua villa: una casa di cadaveri innalzata coi corpi congelati delle sue vittime, fissati in pose assurde, attraverso la cui porta troverà il suo personale inferno. Uccide con geometrica precisione e compulsiva azione, Jack, scegliendo le sue vittime tra mature vedove scannate in casa, giovani madri uccise coi loro pargoli nel corso di un picnic di caccia, prosperose ragazze da martoriare nella loro ingenuità e bellezza… Jack sfida la stoltezza della polizia, che sfiora le sue azioni e lo lascia sfuggire, elucubra sull’assolutezza del male disquisendo su olocausto e campi di sterminio, in buona sostanza insiste sulla necessità del suo operato di fronte all’indifferenza del mondo, ormai insensibile alle richieste di aiuto delle vittime di ogni male.

Intanto Von Trier accompagna le sue teorie col contrappunto di immagini di repertorio e delle note suonate da Glenn Gould al piano in un vecchio filmato e mettendolo in posa coi cartelli in mano come il Bob Dylan di Subterranean Homesick Blues. Il finale pittorico dantesco drammatizza la morale prendendo le misure tra delitto e castigo nella profondità dell’inferno in cui Jack sprofonda, un po’ come il Festival di Cannes prende le distanze dalla persona non grata Von Trier mettendo il suo film fuori concorso e negandogli in proiezione l’ufficialità della sigla del festival… Atto estremo di purificazione un po’ vana e vanitosa, proprio come vana e vanitosa è la violenza estrema messa in campo dal regista, sulla quale tanto s’è schiamazzato sulla Croisette (svenimenti, fughe dalla sala, ecc.). Alla fine The House That Jack Built resta come un netto passo indietro del cinema di Von Trier rispetto all’ultima stagione, un film chiuso in se stesso e nella facile teoria si cui si avvita come in un girone dantesco. Simbologia facile, riflessioni scontate, persino la provocazione appare stanca e meccanica. Il sesto “incidente” di Jack è proprio quello perpetrato attraverso lui da Lars sul proprio cinema…

 

 

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