Dopo gli zombie di Jim Jarmush, gli abitanti delle banlieu di Les misérables, ora sono i fantasmi dei poveri migranti inghiottiti dal mare a tornare per cercare vendetta. Questa, in estrema sintesi, l’idea che sostiene Atlantique (in concorso), primo film di finzione di Mati Diop, nipote dell’indimenticabile poeta Djibril Diop Mambety e figlia del musicista Wasis. Ambientato in una Dakar che si estende immensa lungo le spiagge dell’Oceano Atlantico, il film si apre sulla protesta degli operai che lavorano alla costruzione di un gigantesco grattacielo destinato a rompere la continuità del paesaggio e a segnare la rovina per quei giovani che non vengono pagati da troppo tempo. Al suo ritorno in città, Suleiman, però, incontra Ada (si vedono attraverso il treno in transito, ognuno su un lato del binario) e si rifugiano in una costruzione diroccata in riva al mare. Lui sta per partire su una piroga per cercare fortuna in Spagna, lei sta per sposare un ricco locale in un matrimonio combinato. Finisce qui una storia d’amore destinata, però, a condizionare i protagonisti e il microcosmo attorno a cui essi si muovono. Dopo questa notte nulla sarà piú come prima, a partire dal bar sulla spiaggia, dove gli innamorati potevano incontrarsi di nascosto, rivendicando sprazzi di una normalità altrimenti impossibile.

Mati Diop non fa nessuna concessione all’esotismo e costruisce un film originale e personale, intriso di quelle venature mélo che rendono libero e lieve il cinema dell’Africa, e quello di Djibrill prima di tutti. Si entra nei quartieri popolari di Dakar – dove le strade sono fatte di sabbia e il rumore del mare é incessante – e nelle stanze semplici, con pochi mobili e letti sempre in disordine. Via via il film assume una colorazione dark e si carica di un’inquietudine che aleggia dovunque. Alcuni si ammalano inspiegabilmente mentre messaggi oscuri giungono sul telefono di Ada e il letto nuziale dei futuri sposi va a fuoco senza che si trovi il colpevole. Si dice in giro che Suleiman sia tornato, ma si parla anche di una piroga affondata al largo senza sopravvissuti. Le contraddizioni innescano gli interrogativi, incalzati dalle terribili visite di un gruppo di donne all’imprenditore disonesto. Ma i loro occhi sono bianchi e si muovono come fantasmi vendicatori. Come dire che l’unica vendetta deve muovere dagli occhi sbarrati di chi é dovuto morire e poi ritornare a raccontare in un altro modo la realtà che abbiamo tutti davanti agli occhi. Ecco spazzata via ogni tentazione retorica, perchè a Diop non interessa tanto la denuncia, quanto la condivisione di un’idea rivoluzionaria che nella ribellione compie il suo primo passo.

 

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