L’età giovane (Le jeune Ahmed in Concorso a Cannes): già il titolo rimanda a una scelta di campo che si muove sul senso dell’innocenza e magari dell’ingenuità. Del resto siamo nel cinema di Jean-Pierre e Luc Dardenne e per loro si tratta sempre di posizionarsi nel punto giusto della scena, elaborando una prospettiva che possa articolare le dimensioni logiche e morali dei personaggi. Siamo però in un’epoca di manicheismi e questo i Dardenne dovrebbero considerarlo, soprattutto se il loro protagonista si chiama, appunto, Ahmed e la parabola che gli affidano è quella di un adolescente belga, di famiglia araba, non particolarmente rigida nelle sue posizioni religiose. E ancor più se gli si mette addosso un furore islamico che lo convince di dover uccidere una professoressa, rea di voler insegnare l’arabo usando non i versetti coranici, ma i testi delle canzoni popolari. Prendono la sua ingenuità, i Dardenne, e ne fanno il vessillo di un integralismo cieco, che trasforma Ahmed in una sorta di automa, un terminator che, fallito una prima volta il suo proposito omicida, non cessa di tentare la sua missione, con quella determinazione parossistica che in Ahmed scaturisce dalle classiche pulsioni adolescenziali, ma che è coerente con il cieco furore instillato nei terroristi dal lavaggio di cervello della jihad.

Funzionalmente, l’intuizione dei fratelli Dardenne potrebbe anche essere esatta e acuta, perché pone la tara dell’innocenza adolescenziale sulla odiosa minaccia che Ahmed rappresenta, mettendo potenzialmente il film al riparo da integralismi opposti a quegli islamisti, ovvero da letture che giustifichino l’innalzarsi dei muri, la chiusura delle frontiere, lo scatenarsi delle paure sociali, i razzismi… Ma praticamente tutto ciò non sortisce nel film l’effetto desiderato, perché ai Dardenne questa volta manca la capacità di trovare una profondità di campo in grado di alimentare veramente le prospettive: il film è troppo semplice, diremmo anche semplicistico nel lavorare sull’immagine di un ragazzino che si trasforma in un mostro. Così come inane appare l’intero apparato sociale che cerca di annullarne le convinzioni nel segno di un’accoglienza e di un contenimento che non sortiscono effetto di fronte alla sua ottusa determinazione. Manca quella concretezza interlocutoria dalla quale in genere, nei dispositivi dei Dardenne, nasce la pregnanza del dramma umano dei personaggi. Ed è incredibile come i due registi non abbiano trovato una via per individuare e mostrare nel loro giovanissimo protagonista una forma di umanità, lasciandolo solo col fardello di una colpevolezza ottusa, sotto il quale resta schiacciato. Rischiando di fare di lui un esempio meramente negativo, l’icona spaventosa che giustifica le paure e le reazioni violente, un fantoccio buono tanto per le manipolazioni di imam integralisti, quanto per le motivazioni ideologiche opposte di chi non ragiona per distinguo ma per categorie fasciste. Si resta insomma alquanto perplessi dinnanzi a un’opera che appare fuorviante e zoppa nelle sue argomentazioni, in cui il dispositivo dei Dardenne si inceppa clamorosamente e mostra ancor di più i limiti che, a dire il vero, già da qualche film a questa parte appaiono evidenti. Al pathos qui si sostituisce una semplice tensione, così come la ricerca psicologica lascia il campo a una pura funzionalità delle motivazioni, la prossimità all’intrusione e la comprensione al silenzio. Si resta drammaticamente a corto di empatia di fronte a Le jeune Ahmed e, al di là della scarsa riuscita del film, questo davvero non piace al nostro senso sociale.

 

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