Daim, ovvero pelle di daino, abito scamosciato. Il titolo del film (apertura della Quinzaine des réalisateurs) richiama il vero protagonista del racconto: una giacca. Quentin Dupieux da sempre ci ha abituato a un cinema imprevedibile, inclassificabile, assurdo (nel senso più letterale del termine). Ora insiste nuovamente con tutte queste caratteristiche e racconta la storia d’amore tra un uomo e il suo vestito. Dopo averlo incontrato, il protagonista (un bravissimo Jean Dujardin decisamente lontano dai suoi ruoli più consoni ma perfettamente a proprio agio nel ruolo) perde completamente la testa per l’abito nutrendo nei suoi confronti un’ossessione che lo condurrà nella realizzazione di un film amatoriale basato sull’idea di essere l’unico essere umano a possedere e indossare un simile vestito. Dupieux non si risparmia e non risparmia a noi spettatori le stravaganti avventure di un uomo ordinario alle prese con una spirale di follia (tematica tipica dei film diretti dal cineasta francese). Eppure in questo caso, sembrerà un po’ assurdo affermarlo, il progetto prende binari più accomodanti, o almeno meno bizzarri del solito. Le daim è infatti un progetto che non ha paura di sporcarsi le mani o risultare respingente, ma sotto sotto cova un’importante attenzione nei confronti di tematiche scivolose e delicate quali la frustrazione, la solitudine e la necessità di coltivare uno scopo esistenziale in grado di dare senso allo scorrere dei giorni.

In questo senso, il protagonista del film è la pelle di daino, non il personaggio interpretato da Dujardin. L’oggetto del desiderio è sia ciò che dà origine a tutto sia il fine ultimo delle azioni dei personaggi, Alfa e Omega, principio e conclusione. Non è quindi un caso che la storia condurrà i personaggi a mettersi in gioco nella realizzazione di un film. Dupieux si rispecchia in tutto e per tutto nel suo racconto e mette al centro della narrazione proprio se stesso e la sua ossessione nei confronti del cinema. Le daim quindi non è solamente il titolo del film, ma è anche il suo irrazionale innamoramento, la sua spirale autodistruttiva. Questo sottile ma significativo gioco di specchi rende il progetto ancora più interessante. Chiaramente non tutti i tasselli sono al posto corretto e sarebbe sorprendete il contrario: un’opera folle non può che avvalersi di un andamento altrettanto imprevedibile. Eppure sarebbe sbagliato focalizzare il nostro sguardo solamente su questi termini. È la base irrazionale del racconto e del tema al quale esso si connette che ci chiede uno sforzo in più, un cambio di prospettiva per evitare di giudicare chi abbiamo davanti e iniziare a guardare dentro la nostra pelle (di daino?) per un esame di coscienza che forse non porterà alcun frutto ma che, nel dubbio, potrebbe essere utile affrontare.

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