È popolato di zombie questo 72esimo Festival di Cannes, da morti che non muoiono, vivi che non vivono, tutti strenuamente impegnati in una lotta di esasperata resistenza. Non è da meno Parasite, il nuovo film di Bong Joon Ho (di nuovo in Corea del Sud dopo la parentesi statunitense con Snowpiercer e Okja), storia di una famiglia costretta a vivere di espedienti in un seminterrato inospitale, senza lavoro e senza prospettive. La svolta arriva quando al figlio Ki-woo viene offerto un lavoro come insegnante privato di inglese per la figlia adolescente di una ricca famiglia. L’inizio è incoraggiante al punto da far perdere subito l’equilibrio al brillante giovane, che finge di essere uno studente universitario (ha dovuto invece lasciare gli studi), di avere una vita normale e una famiglia di professionisti, tra Corea e Stati Uniti. Ma il primo passo sarà fatale per l’innescarsi di una lunga serie di reazioni impossibili da arrestare. E quando anche la sorella entrerà in questa dinamica (anche lei insegnante privata del figlio più piccolo della famiglia Park) è come se una serie di veli iniziassero a cadere, per mostrare, sorpresa dopo sorpresa, sviluppi imprevedibili di una realtà fatta di vertiginosi disequilibri.

Basta seguire la geografia cittadina nel suo continuo scendere e salire. Dalla collina delle ville ai vicoli ciechi dei quartieri popolari. Si devono scendere scale ripide, letteralmente arroccate alla pietra, per arrivare da un capo all’altro, e se una notte di pioggia battente rappresenta una ventata d’aria fresca per chi sta in alto, diventa una vera e propria alluvione per chi vive in fondo a quella scala. Qui sotto gli zombie, appunto, hanno case alluvionate, facce stremate, paure che si sono ormai stratificate nel tempo. Salgono in superficie ogni giorno, rivestiti di tutto punto, anche se il loro odore di muffa infastidisce i datori di lavoro, ingenui e semplici perché spensierati nella loro abituale opulenza. Bong costruisce questo film con la consueta cura. Nessun dettaglio è casuale, le coincidenze del destino e gli incroci fortunati, proprio come la disposizione degli oggetti e dei mobili delle due case (il bagno in salita nell’appartamento fatiscente di Ki-woo e il bunker segreto nei sotterranei della villa della famiglia Park). Il suo disegno si rivela sempre piú lucido nel sottrarsi con sapienza ad ogni classificazione, sorprendendo lo spettatore con continue rivelazioni necessarie per andare sempre piú in profonditá. Allegoria complessa sulle sfide da affrontare in un mondo in cui la coesistenza è un ideale sempre più difficile da raggiungere. “Come rappresentazione di persone comuni che cadono in un inevitabile trambusto, questo film è: una commedia senza clown, una tragedia senza furfanti. Tutto porta ad un groviglio violento, un tuffo a testa in giù per le scale. Siete tutti invitati a questa inarrestabile tragedia”, scrive Bong.

 

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