Françoise Clément, per tutti semplicemente Frankie (Isabelle Huppert), è una celebre attrice ancora attivissima, tra cinema e televisione, piena di progetti e che ostinatamente guarda avanti. Ha però un segreto da rivelare che offusca il suo futuro (una malattia che le lascia poco da vivere) e per questo convoca tutti i suoi familiari in una lussuosa villa affacciata sull’oceano di Sintra, in Portogallo. Un verde lussureggiante si sposa con l’azzurro del mare e del cielo e fa da sfondo a incroci e incontri in cui, come si richiede a ogni film corale che si rispetti, i protagonisti si scontrano e si sfiorano imparando, forse, a capirsi meglio. Ci sono il secondo marito di Frankie, Jimmy (Brendan Gleeson), i figli Paul (Jérémy Renier) e Sylvia (Vinette Robinson) – insicuri e instabili, sempre sul baratro della crisi di nervi – e l’amica Irene (Marisa Tomei) che Frankie vorrebbe far avvicinare al problematico Paul; c’è anche Gary (Greg Kinnear) che lavora sul set di Star Wars e che ha una relazione non si sa quanto seria con Sylvia. Una compagnia eterogenea che pensa di non avere molto da dirsi e che impara, con lo svolgersi delle cose, a guardare oltre il proprio naso e a considerare la forza maieutica dell’ascolto e del confronto.

Ira Sachs, dopo i racconti intimisti e metropolitani di I toni dell’amore e di Little Men, si concede un cast importante e una storia più sfaccettata, cercando di mettere a fuoco la sua protagonista e collocandola al centro di una multiforme comunità, analizzando una crisi – affrontata con schiena dritta e ciglio asciutto – pronta a propagarsi negli affetti più vicini come un virus. Huppert, con la sua sola presenza fisica – minuta come un giunco e solida come una roccia – dona a Frankie l’aura di una stella attorno alla quale gravitano gli altri personaggi-pianeti. Ma l’ambizione di Sachs di tratteggiare una sorta di romanzo familiare (alto)borghese con cenni di esotismo – la location di Sintra, sempre sullo sfondo ma in realtà personaggio del film – è silenziata da una sfocatura sempre perenne dei rapporti umani, un’indefinibilità che forse assomiglia alla vita ma depotenzia il racconto. La ricerca a tutti i costi di un minimalismo (formale e di contenuto) diluisce il film, lo rende oggetto inerte che sembra sempre sul punto di decollare ma non lo fa mai. I modelli di riferimento sono chiari – certe dramedy di Woody Allen, le narrazioni intimiste di Noah Baumbach ma anche i Racconti delle quattro stagioni di Eric Rohmer, in una ricerca di avvicinamento al cinema d’autore europeo di cui Huppert è massimo simbolo – ma il problema è che Sachs non riesce a inquadrare bene il tono del suo narrare, a definirne la temperatura emotiva: la messa in scena è naturalista ma opaca, i conflitti si susseguono in maniera episodica, i personaggi vagano da una situazione all’altra con il passo del flâneur. Il dramma non diventa mai tale e le sfumature da commedia sono sfasate, imprecise, impalpabili. Frankie finisce quindi per essere una foto di gruppo con signora, affettuosa ma bidimensionale, senza riuscire né a emozionare né a spingere a una reale empatia. Il lavoro di sottrazione, di certo consapevole e voluto, stavolta incastra il film in uno statico e ibrido languore affettivo, che alla fine scivola via come un tramonto portoghese: affascinante, certo, ma sin troppo malinconico e lento.

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