Adotta la tradizione botanica della paura, Jessica Hausner, quella che dalla classica matrice dei baccelli spaziali arriva sino allo Shyamalan di E venne il giorno. In Little Joe (in Concorso a Cannes 72) la regista austriaca lavora però su una struttura quasi “in vitro”, dove è proprio il rapporto tra la dimensione organica della realtà e quella psicologica ad essere messo in gioco, spingendo la rappresentazione in uno schema che lavora sull’equilibrio del dubbio. Little Joe è il nome di una pianta, bella e profumata, creata in laboratorio affinché renda felice e sereno il proprietario che se ne prende cura adeguatamente, tenendola alla giusta temperatura, nutrendola e parlandole regolarmente. Alice, la botanica che l’ha creata, ne è orgogliosa, ma ben presto, forse suggestionata da una anziana collega paranoica, si accorge che la pianta trasforma chi inala le sue spore, rendendolo, ostinatamente sereno e felice, ovvero indifferente, freddo, insensibile… Gli effetti Alice li nota sul figlio adolescente, ma pian piano anche sul suo assistente di laboratorio e su altri colleghi, in un crescendo di tensione psicologica in cui sembra che la pianta stia colonizzando le persone che la circondano per garantire la propria sopravvivenza.

Insomma il film è un thriller comportamentale, in cui il dubbio sul rapporto tra la dimensione reale e la suggestione persecutoria si traduce in una tessitura tanto stretta nelle sue maglie rappresentative quanto larga nelle possibili interpretazioni. Sicché Little Joe si può leggere come un horror astratto oppure come un saggio sull’equilibrio tra indifferenza, atarassia e serenità, o ancora come una riflessione sulla felicità come obbligo configurata come una parabola sulle dimensioni invasive del capitalismo… Jessica Hausner però insiste su una rappresentazione che sembra quasi astratta in uno spazio laboratoriale, tutto costruito sulle linee geometriche lungo le quali dialogano il set e la macchina da presa, e sulle formulazioni cromatiche nette e contrapposte che illuminano ogni scena. Questo, unito al comparto sonoro graffiato da musiche e rumori stridenti, permette alla regista di condurre lo spettatore verso un rapporto ambiguo col film, di attrazione e di rifiuto, che del resto risulta singolarmente simbiotico rispetto alla parabola che illustra. Little Joe coltiva il dubbio come struttura di base, lasciando i personaggi in bilico tra la soggettività della percezione degli eventi e l’oggettiva configurazione dei fatti, senza che ci sia dato un punto di equilibrio esterno tra le due dimensioni. Del resto si tratta dell’applicazione di quella che è una pratica usuale del cinema di Jessica Hausner: Hotel, Lourdes o Lovely Rita sono opere in cui il rapporto tra i personaggi e l’ambiente determina dinamiche simbiotiche, mutazioni, suggestioni che scardinano non solo la loro realtà esistenziale, ma anche la dimensione stessa del film. Vale anche per Little Joe, che si oppone allo spettatore con una notevole protervia espressiva, ma che cerca anche un rapporto funzionale tra l’emozione che produce e l’idea che coltiva. Ci riesce, ma bisogna saperci arrivare… E del resto il tema della felicità forzata che si traduce in angoscia persecutoria ha qualcosa di inquietante, perché spinge molto più in là l’incubo degli ultracorpi siegeliani…

 

 

 

 

Scrivi