E alla fine rieccoci a Séte, nell’estate del 1994. Siamo a settembre, le vacanze stanno finendo, la luce che avvolge i personaggi è meno netta, più soffusa e morbida. Sulla spiaggia ritroviamo molti dei personaggi che avevamo imparato a conoscere in Mektoub, My Love: Canto Uno. Tra loro non c’è Amin, inizialmente defilato e dedito ai suoi progetti. C’è Tony che con l’amico Aimé rimorchia – specularmente a quanto avvenuto all’inizio del film precedente – una parigina in vacanza, Marie; c’è Céline, ormai inserita nel gruppo; ci sono zii e cugine della variopinta famiglia araba di Amin; e soprattutto c’è Ophélie, sorriso contagioso e un segreto da conservare. La prima mezz’ora di Mektoub, My Love: Intermezzo ci rimette in contatto con i suoi protagonisti, come se il tempo non fosse passato (e infatti non lo è), declinando la solita litania di sole e di sale, di pelli e di creme, di ammicchi e di seduzioni, di cibo azzannato sulla sabbia (fragole e formaggi da assaporare con fame insaziabile) e di chiacchiere senza scopo. Il tono è quasi più frenato, ha il sapore dell’ultimo guizzo di una stagione che sta per terminare. Le tre ore seguenti del film, dopo un piccolo salto temporale che ci porta dal pomeriggio alla sera, mettono in scena l’ininterrotta descrizione di una notte come tante, passate in discoteca tra balli sfrenati e musica assordante, corpi sudati e alcol a fiumi.

Intermezzo è esattamente ciò che il titolo premette e promette: una sorta di potenziale costola del primo capitolo, di cui riprende personaggi e situazioni per operare un’ulteriore dilatazione linguistica abbandonando ogni residuo narrativo, già pretestuoso nel primo capitolo. Anche in Canto Uno c’era una lunga sequenza in discoteca che abbracciava in unità di luogo i personaggi e li seguiva nelle loro piccole mosse e nelle loro grandi pulsioni. Qui la scena è riproposta in maniera concettualmente identica, ma quasi in tempo reale, seguendo non il flusso degli avvenimenti ma il naturale abbandonarsi dei corpi a un’ebbrezza eccitata, al desiderio di esporsi allo sguardo e alle voglie degli altri. E quando c’è qualcosa da osservare da una certa distanza – chissà quanto giusta – rientra in campo Amin, l’osservatore puro e (quasi) immobile, a cui viene detto con brutale franchezza: «vivi, invece di guardare». Però gli occhi di Amin sono gli stessi di Kechiche – forse incapace di calarsi nella vita con quella brama attiva ma di certo voglioso di fotografarne l’energia, senza freni o moderazioni – e alla fine sono anche i nostri, immersi nel turbine di tette e culi, lingue e baci, sigarette e bicchieri che infiammano la notte di Séte. Uno sguardo maschile? Certo. Ma uno sguardo che, lo ripetiamo ancora, è desiderante più che morboso, sfacciato più che provocatorio, teorico più che manipolatorio. Mektoub, My Love – in maniera chiara nella prima parte e ancora più evidente in questa specie di entr’acte – non è un film che si compiace del proprio guardare ma piuttosto è una riflessione che si interroga sulla pulsione primigenia allo sguardo sessuato.

E la scena dello scandalo (intermezzo nell’Intermezzo) – il cunnilingus interminabile che costringe Ophélie Bau e il suo compagno a un contorsionismo muscolare – è disturbante ma tutt’altro che gratuita, quasi una prova di forza che comprime lo spazio dilatando il tempo e che ci fa sentire sospesi sull’orlo dell’imbarazzo per la distanza ormai inesistente con l’intimità più profonda dei personaggi. Kechiche ama il corpo femminile e lo rappresenta con devozione quasi ossessiva, ma mette in scena l’approccio contemplativo – talmente assoluto e carnale da sfumare quasi in un celestiale astrattismo – come oggetto unico del proprio film, assecondando quindi i tempi reali dell’eccitazione, del sudore, dell’ebrezza che rende tutti i personaggi meno inibiti e più esposti al continuo guardare, dei personaggi e nostro. Quello di Kechiche è ormai un cinema radicale, che è conscio di andare incontro a polemiche e gridolini di disapprovazione, ma che non può sottrarsi alla sua idea assoluta (e assolutista) di una celebrazione della giovinezza, dell’amore e delle sue pulsioni più profonde, della sessualità come forma espressiva e come magnete ineludibile. In Intermezzo sono sempre le donne a dimenarsi in pista ma sono loro anche a comandare il gioco, tanto da incrinare e far detonare quel male gaze così facilmente messo sotto accusa. Quello di Kechiche è invece un cinema che esibisce senza essere esibizionista, anzi limitandosi a nascondere ogni esagerazione stilistica per diventare occhio purissimo, sguardo assoluto che si scioglie in una contemplazione circolare e interminabile, come un mantra, dimentico di tempo, spazio e di qualsiasi altra coordinata. La citazione biblica iniziale (Geremia 5:21) sta lì a dimostrarlo: «hanno occhi ma non vedono, hanno orecchi ma non odono». Questa è la più grande paura dell’autore tunisino: un cinema asettico, scollegato dai sensi, incapace di ammettere la propria pulsione scopica e desiderante. E per non correre questo rischio Kechiche sceglie, sprezzante del pericolo e del giudizio comune, la strada opposta, la più scomoda, mettendo in scena un cinema anatomico e fluviale, così aderente al tempo da sfidare ogni cronologia, formalmente sciolto in un ipotetico loop, senza inizio né fine, circolare e combinatorio, in attesa di un’alba – che arriva nella silenziosa scena finale – capace finalmente di liberarci dal peso di un’ossessione. Che piaccia o no, è il cinema più sperimentale visto in questo Festival di Cannes.

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